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A cosa pensi se ti dico la parola "routine"? Qualcosa di prevedibile, da cui ogni tanto è bello evadere? O al contrario, a un'ancora di salvezza che ti protegge? E ti sei mai chiesto come mai quando tuo figlio era piccolo non sopportava neanche il più insignificante dei cambiamenti? Per i bambini, la routine è un'impalcatura mentale, una guida.. E se invece che una costrizione, vedessimo anche noi la routine come la base della libertà dei bambini?

bambini-e-routine-ragioni-dietro-un-bisognoMa perché i bambini sono quasi maniacali con le routine?

I bambini erano in vacanza dai nonni, quando una sera, mentre eravamo a cena, ha squillato il telefono.

"Puoi spiegare per favore a tua figlia che, anche se non è mercoledì, deve lo stesso fare il bagno e lavarsi?"

Respiro di sollievo: questa è ordinaria amministrazione!

"Mamma. Io ho cercato di spiegare alla nonna che i giorni del bagno sono mercoledì e domenica. Oggi è martedì, quindi io non voglio fare il bagno!"

Logica ineccepibile.

"È vero amore. Però adesso sei dai nonni, e non a casa. Le regole sono diverse."

"Sì, ma sei sempre tu la mia mamma. Sei tu che decidi."

Fregata.

"Certo, ma le mie sono regole che vanno bene quando sei qui a casa. Oggi sei andata a giocare tutto il giorno al parco, ti sei sporcata tanto. Non puoi andare a dormire così sporca. Facciamo così: visto che non è il giorno del bagno, ma devi comunque lavarti, perché non fai la doccia?"

Uff. Andata. Ma perché i bambini sono così legati alle routine? Voglio dire, lo so che serve loro a ritrovarsi nel tempo e nello spazio eccetera; ma mia figlia ha sei anni. A cosa le serve tutta questa rigidità? E come fare per capirla e aggirarla in modo da evitare crisi conseguenti?

#1. La routine dei bambini: Maria Montessori e il bisogno di ordine

Maria Montessori è stata tra i primi a teorizzare che i bambini hanno un "periodo sensibile" all'ordine.

Due postille prima che mi prendiate per matta:

  1. Crescendo, i bambini attraversano delle fasi che sono più o meno propizie a sviluppare una determinata abilità, o a manifestare un certo bisogno. Salvo eccezioni, non vuol dire che non possono farlo in altri periodi, ma che nella "finestra sensibile" sono più predisposti.

  2. L'ordine dei bambini non è il nostro. Per noi, ogni cosa al suo posto vuol dire che in giro non ci deve essere niente. Vuoto estetico. Per i bambini, significa che gli oggetti devono restare là dove loro si aspettano che siano.

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Ma le mie barchette sono a posto, mamma!

Per prenderla larga, tra i 6 mesi e i 6 anni i bambini hanno particolarmente bisogno di routine e ordine per raccapezzarsi.

Le routine sono, insomma, un punto di riferimento sia fisico che temporale; una base solida all'interno della quale si sentono liberi di muoversi in sicurezza...

E che a noi, ogni tanto, fa impazzire.

Come si sviluppa nei bambini il bisogno della routine?

Fin dalla nascita, i bambini si basano sulle loro esperienze per costruire la loro rappresentazione interna del mondo.

Naturalmente, non ce ne rendiamo per forza conto: ricordo che i primi mesi, c'erano delle volte in cui mia figlia detestava il bagnetto, e altre in cui squittiva di gioia.

Tutto sono andata a pensare:

  • la temperatura dell'acqua;

  • la paura dell'acqua che talvolta si manifestava di più in base alla stanchezza;

  • che avesse fame o sonno

  • o che semplicemente non ne avesse voglia in quel momento..

Mai mi sarei immaginata che protestasse perché non seguivamo una routine precisa: orario, prima o dopo cena, prima metto l'acqua o prima il sapone, sono io o il papà a lavarla e così via.

Secondo le osservazioni di Maria Montessori, molti bebè si agitano non appena invertiamo l'ordine nella sequenza degli avvenimenti.. ma noi non sempre riusciamo ad associare il loro pianto a un cambiamento nella routine, a meno che non sia una modifica grossa.

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A partire dai due anni

È solo intorno ai due anni che i bambini imparano a crearsi delle immagini nella loro testa; a fare delle rappresentazioni mentali di quello che vedono.

Hanno bisogno, quindi, che quello che si sono rappresentati corrisponda perfettamente con quello che vedono con gli occhi.

Insomma, se mondo interiore e mondo esteriore non combaciano, sono persi.

Tutto questo mi affascina perché quando lo sai sembra così ovvio! Eppure, prima di leggerlo, ignoravo perché fosse così primordiale per un bambino che le cose si susseguano nello stesso ordine.

Ma in pratica succede questo: finché il bambino sta imparando a crearsi queste fotografie mentali, il suo cervello fa una fatica pazzesca.

Le routine lo aiutano tantissimo: gli evitano di dover ricominciare da capo nella costruzione di quell'aspetto della sua vita o del suo mondo.

Per noi è ovvio che vestirsi voglia dire togliere il pigiama, cambiare le mutande, infilarsi i calzini, i pantaloni e la maglietta. E tutto sommato, l'ordine con cui eseguiamo la sequenza può anche variare un po'.

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Prima il calzino destro o quello sinistro?
Foto di Jisu Han su Unsplash

Per un bambino di meno di due anni, concettualizzare una sequenza di azioni così lunga è impossibile.. Una routine sempre uguale è un sollievo enorme.

Quando l'ordine non viene rispettato, il cervello dei nostri adorati bimbetti si riempie di ormoni dello stress.

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#2. Le routine e lo spazio

Hai presente quando hai ospiti a casa, e inavvertitamente si siedono proprio al posto in cui di solito si siede tuo figlio?

Può essere una vera catastrofe.

Ecco, non è per forza un capriccio o un desiderio di controllo, un gioco di potere eccetera.

Di solito succede che il bambino vede la persona seduta sulla sua sedia:

"Quello era il mio posto!"

"Ma non è il tuo posto, tu adesso sei seduto qui, non c'è mica l'etichetta sopra! In questa casa, tutti condividiamo le cose.

"Ma sì mamma era il mio posto!"

E via di seguito, in un'escalation verso le urla.

Il fatto è che per i bambini, soprattutto tra i due e i tre anni, la sequenzialità e l'ordine nello spazio sono fondamentali.

Può anche essere che dicendoci "Quello è il mio posto" stia cercando di comunicarci la sua rappresentazione mentale.

Insomma, non è per forza una richiesta di ridar loro la sedia.

Può bastare riconoscere la sequenza delle azioni:

"Sì, tu di solito sei seduto in quel posto. Adesso invece là si è seduta la nostra amica e tu ti sei seduto qui vicino a me. Hai cambiato posto."

Descrivere la sequenza aiuta i bambini a ricostruire mentalmente l'ordine dello spazio e del tempo.

(E può evitare a noi di arrabbiarci inutilmente).

#3. Le routine e il tempo

Quante mattine ci siamo ritrovati davanti alla porta di casa, ovviamente in ritardo, con mio figlio che scalciava e urlava..

Perché gli avevo messo prima il calzino sinistro anziché il destro. O perché gli avevo messo i pantaloni prima dei calzini, orrore e tragedia!

A te non capitano queste scene apocalittiche?

Ho risolto chiedendogli sempre in che ordine desiderava che lo vestissi. (Perché io francamente non me lo ricordavo l'ordine giusto..ehm.. devo avere una capacità di astrazione molto forte).

In effetti, le routine sortiscono lo stesso effetto sui bambini che il fatto di lasciarli scegliere: controllo e padronanza della situazione. In un mondo che a loro ancora sfugge per buona parte.

#4. I bambini, le routine e le regole

Anzi, la routine può essere un prezioso alleato per farci obbedire:

Anziché dare ordini, possiamo elencare in sequenza le azioni da compiere che fanno parte della routine.

Inconsciamente, il bambino passa da uno stato passivo a uno attivo: anziché "subire" l'ordine, il bambino deve attivarsi per ricostruire la sequenza. Il che, per lui, è spesso un gioco piacevole!

Possiamo divertirci a creare delle filastrocche che elenchino in sequenza le azioni che compongono la routine- come lavarsi le mani, andare a dormire, mettere a posto eccetera.

7-8 anni e l'amore per l'ordine

Questa è un'età in cui la corteccia prefrontale si sviluppa tanto.

I bambini iniziano ad avere un'immagine più chiara di cosa sia il futuro, e poter fare delle anticipazioni, a programmare.

In questo marasma di nuove connessioni neuronali, le routine e l'ordine continuano a rappresentare un modo efficace di incanalare le energie dei bambini... se sappiamo come sfruttare la cosa a nostro favore.

I bambini di quest'età sono già capaci di "organizzarsi" da soli.

E le regole sono una parte fondamentale del tassello, in quanto strutturano, definiscono e permettono.

Se riusciamo ad implicare i bambini nella definizione delle regole e dell'ordine, saranno lieti di partecipare e seguirle; il fatto che "ogni cosa sia al suo posto" dà loro sollievo.

(Un po' come per noi adulti in fondo. C'è chi si entusiasma davanti a una tabella excel ben fatta, in fondo.)

Insomma, il modo per migliore per occuparli in una situazione nuova è quella di chieder loro di eseguire un compito, lasciando che decidano autonomamente come svolgerlo.

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Troppo disordine. CTR+ALT+CANC
Foto di Ray Rui su Unsplash

#5. Routine o flessibilità?

E dov'è lo spazio per la creatività, l'improvvisazione, il divertimento in tutto questo?

Possibile far convivere il bisogno di routine dei bambini con la nostra esigenza di "libertà"?

Instaurare delle routine non significa chiudersi rigidamente in uno schema immutabile.

Anzi: coi bambini, ho scoperto, la flessibilità è sempre vincente.

Le routine, per me, sono come la cornice di un quadro. Mettono in risalto, ma non definiscono quello che c'è dentro.

Se siamo attenti a seguire e sottolineare la sequenza di certi passaggi chiave, il bambino si sentirà sufficientemente sicuro per lasciare che introduciamo altri cambiamenti nella sua vita senza sentirsi in pericolo.

Quando abbiamo cambiato casa, il fatto che abbiamo continuato a seguire gli stessi rituali della buona notte, del cenare insieme eccetera hanno fatto sì che ci sentissimo "a casa", anche se in un contesto diverso.

È invece quando non c'è nessun ordine che scoppia il caos: difficile addormentarsi, obbedire a una regola, stare tranquilli se non c'è nulla di sicuro nelle nostre giornate.

Insomma, non c'è bisogno di rinunciare alle vacanze perché abbiamo dei bimbi piccoli; ma ricordarsi di rispettare certe sequenze fondamentali farà sì che ce le godiamo, anziché farle diventare un incubo.

Adesso sappiamo anche perché 😉


Fonti, riferimenti, approfondimenti

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Il 30 luglio 2018 ho pubblicato i miei primi articoli e iniziato un'esperienza di condivisione che mi ha cambiato. Prendere del tempo per guardare quello che mi era successo è stata, in primis, un'attività quasi terapeutica. A cosa serve riflettere all'essere genitore? In che modo la creatività può aiutarti a costruire il rapporto coi tuoi figli? Magari anche quando non ti consideri per niente una persona creativa.. Vedrai, è divertente!

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Creativo, io? Foto di Alice Achterhof su Unsplash

Essere genitore prima di scrivere sul blog

A me capitava spesso di rientrare a casa dall'ufficio di corsa. Ci sdraiavamo per terra per giocare, i bambini pieni di quel bisogno entusiastico che hanno di vederci, sentirci vicini.

A volte mi arrabbiavo.

A volte non sapevo come reagire per farmi ascoltare.

Ma ho dimenticato la maggior parte dei dettagli. È come se ci fossero tante scene un po' sfocate sullo sfondo, e qualche dettaglio più luminoso. Come nelle foto che ti vengono male, e che poi ti dispiace perché sai che il momento è perso.

Mi ricordo, ad esempio, il conforto che provavo nell'abbracciare mia figlia, quando avevo passato una brutta giornata in ufficio.

Ricordo anche quando ho cambiato lavoro, l'eccitazione e la gioia di una nuova avventura: quando mi hanno telefonato per annunciarmelo, mi ero chiusa in cucina, e mia figlia piangeva dall'altra parte della porta, perché voleva raggiungermi. Era in braccio a papà che mi sorrideva quando sono uscita per dare la notizia.

C'erano ondate di gioia, entusiasmo, frustrazione, incomprensione, rifiuto, rigidità..

La mia terapia era la bici. Sempre, mentre andavo o tornavo dal lavoro, mentre pedalavo rimuginavo sulle frasi dette, sul carattere di mia figlia, sul mio voler stare con lei, su come fare a capirla, a capirmi.

Tutto un riflettere sul mio essere genitore, il peso del ruolo, il come assolverlo, come conciliare questo nuovo aspetto con il resto della mia vita.

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Perché scrivere aiuta a prendere la distanza che serve per riflettere sull'essere genitore

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Foto di Tim Gouw su Unsplash

Vedevo, naturalmente, altri genitori destreggiarsi con gli stessi problemi.

Il bello del mal comune mezzo gaudio, è che il problema diventa normale. Solo che questa normalità fa un po' da anestetizzante, e uno smette di lottare per trovare la soluzione.

Non voglio ripercorrere i motivi che mi hanno portato a iniziare il blog; quelli li trovate nella pagina corrispondente.

Scrivere mi ha aiutato a smettere di far girare i miei pensieri in spirali senza capo né coda, e a dare un senso alle mie osservazioni.

E se questo è un elemento mio personale, forse c'è qualcosa che può aiutare anche te a ritrovare leggerezza e la giusta distanza ai piccoli e grandi problemi che ti prendono in contropiede.

Cosa mi ha insegnato un anno di blog sull'essere un genitore

  1. Per ogni problema c'è una soluzione, che spesso è semplice ed evidente ma necessita di cambiare punto di vista;

  2. quando riesci a mettere da parte i pregiudizi, scopri che da chiunque hai qualcosa da imparare;

  3. il tempo è sempre relativo: saper rallentare a volte ci fa guadagnare più tempo di quello che pensavamo aver perso;

  4. per ricordare bisogna ascoltare; e per ascoltare davvero bisogna interrompere la voce nella nostra testa che tende ad anticipare quello che l'altro sta per dire;

  5. rabbia, frustrazione, inquietudine.. se pensiamo e ripensiamo all'episodio che le ha generate, non facciamo che attizzarle come il fuoco. Posarle da qualche parte per poi tornarci su quando ci siamo calmati permette di andare più in profondità;

  6. dietro la rabbia per qualcosa che i nostri figli hanno fatto, si nasconde spesso un'emozione primaria che non vogliamo vedere: paura? tristezza? Per scoprirlo, bisogna accettare che arrabbiarsi è una scelta non obbligata che dipende da noi, non dai bambini;

  7. mettere le cose sul ridere di solito aiuta.

Quali vantaggi a usare la creatività per migliorare la relazione coi tuoi figli?

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La libertà della creatività
Foto di Alexander Dummer su Unsplash

Più osservo i bambini, e più mi accorgo che tutti noi abbiamo una parte creativa. In alcuni è più evidente, naturalmente. Ma tutti abbiamo un qualcosa che ci fa vibrare di entusiasmo, un'immagine che ci mette in movimento, che non è guidata da una logica o un pensiero puramente razionale.

Il vantaggio dell'attingere a questa parte creativa è che è piacevole. Dà energia e una gran soddisfazione, indipendentemente dal risultato.

Inoltre, proprio perché spontanea, va a pescare nel nostro incosciente e permette di portare a galla aspetti nascosti, che poi ci permettono di vedere in una luce diversa l'accaduto anche quando usiamo le lenti della razionalità.

È un esercizio, un allenamento. Ma ho riscontrato che la sua regolarità alleggerisce i problemi; ci rende, in parole povere e molto concrete, più sereni. Vuoi provare?

Le 3 attività creative che ti aiuteranno a riflettere sul tuo essere genitore

Ho scoperto che riflettere alle sfide dell'essere genitore è soprattutto un ripensare se stessi, che spesso e volentieri non è per niente facile.

L'ideale, secondo lo psichiatra infantile Daniel J. Siegel, è cercare delle attività che attingano a entrambi gli emisferi del nostro cervello..

In altre parole: l'ideale è provare tutte e 3 le attività, e mescolarle andando a cercare quello che ti piace di più.

#1: Scrivere e tenere un diario

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Scrivere, scrivere, scrivere ancora
Foto di Thom Holmes su Unsplash

La scrittura quotidiana ha virtù terapeutiche, sono in tanti ormai a sostenerlo.

Serve a imbrigliare i pensieri negativi su di sé per dirigerli in maniera più sana; a sentirsi più felici e soddisfatti, quando ci si concentra "sulle cose belle".

Martin Seligman, il papà della psicologia positiva, ha guidato diverse ricerche che hanno portato alla stessa conclusione: scrivere fa bene, in alcuni casi fa pure meglio!

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#2: Fare foto che raccontino una storia visiva

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L'aspetto inatteso delle foto

Da quando scrivo, ho iniziato a scattare un sacco di foto; a guardare ai dettagli, alle sfumature, alle sensazioni dei colori.

A che serve, mi dirai tu?

Intanto, le immagini servono a "completare" le parole scritte perché richiamano il modo di processare le informazioni tipico dell'emisfero destro; laddove la scrittura si richiama fortemente all'emisfero sinistro.

C'è di più. Non cercare le foto "di posa", quelle in cui siete tutti in posizione ufficiale col sorriso.

Nel fare la tua storia visiva, cerca di scattare delle foto naturali, quelle in cui un bambino corre con il ghigno di chi sa di averla combinata grossa mentre il papà alza il dito con la fronte corrugata.

Vederti in una situazione "normale" coi bambini ti aiuterà a individuare certe posture, certi gesti; a notare il tuo linguaggio del corpo. Questo può darti delle indicazioni utili su come ti poni involontariamente davanti ai tuoi figli.

In Inghilterra usano addirittura il video per delle sequenze di terapia genitori-figli.

Mentre il genitore e il bambino giocano, il terapeuta li filma. Poi prende fotogramma per fotogramma, e mostra al genitore certe espressioni significative.

E apparentemente è molto utile, soprattutto per instaurare un rapporto i primi mesi di vita, quando il genitore ha difficoltà a interpretare correttamente i segnali non verbali del neonato e a rispondervi adeguatamente..

Non c'è bisogno di andare così sul tecnico eh?!

Ma prova a creare un album di foto che racconti il vostro quotidiano. Non c'è una ricetta precisa da seguire, se non quella di seguire l'istinto e divertirti!

#3: Il collage di immagini e parole per visualizzare

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Foto di Nicole Honeywill su Unsplash

Quest'ultima attività riassume le prime due, e si applica alla perfezione se non ti piace l'idea di lavorare con le vostre vere foto, o se non ami scrivere.

Prima di buttare via le riviste una volta che le hai lette, pensa a un episodio recente e passato significativo.

Cerca immagini e singole parole che lo descrivano, e fai il tuo collage, che sia sotto forma di poster, di libro, di disegno.. poco importa.

Se riesci a dare una regolarità all'esercizio, può diventare un libro di famiglia da condividere coi bambini; oppure può essere l'equivalente di un diario segreto.

O, ancora, puoi anche decidere di buttar via ogni volta la tua realizzazione.

Quello che ti servirà è il ricercare le sensazioni e le emozioni attraverso la carta; l'esercizio terapeutico sta tutto là.

Fonti, riferimenti, approfondimenti

Qual è la tua attività creativa che ti aiuta a riflettere di più e a vederci chiaro? Puoi raccontarlo nei commenti!

Più in basso, troverai invece un elenco di siti e articoli consigliati o da cui mi sono ispirata.

La biblioteca di riferimento

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  • Se riflettere sulla tua interiorità e quello che ti accade fa parte del tuo essere genitore nel quotidiano, ti consiglio caldamente questo libro di Daniel J. Siegel: approfondisce il ruolo delle nostre prime relazioni nel forgiare le nostre reazioni automatiche, e guida a come dar loro un senso e  invertire la rotta.

  • Il padre della psicologia positiva si considera un pessimista.. è il colmo ma la sua auto-ironia rende la lettura dei suoi libri un vero piacere, se vuoi approfondire il tema di come la creatività (tra le altre cose) ci rendono migliore la vita.

  • Qual è il valore terapeutico della creatività? Ce lo spiega l'arte-terapeuta Alexandra Karlsdorf

Dai, ma che titolo è mai questo?! Tutti sanno come riposarsi! Il difficile è saper lavorare, essere efficaci, produttivi in meno tempo.. Che bisogno c'è di spiegare ai genitori l'importanza del riposo e come metterlo in pratica? Perché riposo non vuol dire andare in ferie. Perché molti genitori, trovare il tempo e il modo di identificare i loro bisogni è talvolta un'utopia. Infine, perché il rischio, a non sapersi fermare, è troppo alto per essere ignorato. Allora, prendi i tuoi occhiali da sole, trovati un posto comodo e tranquillo, e continua a leggere!

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Siamo sicuri di saperci riposare?
Foto di Drew Coffman su Unsplash

Genitori, conosciamo il valore del riposo, ma non siamo capaci di riposare. Perché?

"Fantastico! Ho un giornata di ferie che mi avanza! Potrei approfittarne per tenere i bambini a casa, fare il cambio degli armadi, fare la spesa all'ipermercato e magari se mi avanza tempo, anche portare il gatto dal veterinario!"

"Sì, sono un po' stanca, stamattina i bimbi mi hanno tirato giù dal letto alle 5.. Allora cosa vuoi, loro si sono riaddormentati; noi ne abbiamo approfittato per riverniciare casa.."

"Ero proprio sfinita, sai, ma i miei amici ci tenevano davvero a fare quel giro in bici da 140 km.. Allora li ho accompagnati."

"Evviva il lunedì! Son state belle le vacanze eh? Ma dopo due settimane zaino in spalla, coi bambini che facevano i capricci perché non ne potevano più, io con le verruche ai piedi.. Meno male che ci sono solo una volta l'anno! Però i musei della guida li abbiamo visti tutti!"

Chi non si riconosce, almeno un po', in una di queste frasi?!

Io, a tratti, un po' in tutte!

Per qualche motivo, noi genitori abbiamo talvolta una buffa idea di cosa sia il riposo.

È un po' come se lo considerassimo un modo per recuperare quel modo di vivere che avevamo prima di avere figli..

Ignorando volutamente che, nel frattempo, tutto è cambiato: non solo le nostre energie e il tempo a disposizione, ma anche e soprattutto, bisogni e priorità.

Perché non siamo più capaci di riposare davvero?

Faccio, quindi valgo

Quando, per seguire mio marito in una missione all'estero, ho smesso di lavorare per un periodo, ho fatto una gran fatica.

Assurdo, no? Finalmente posso tirare il fiato e stare di più coi bambini!

Ma per così tanto tempo avevo associato il senso del mio valore al numero di cose che facevo.

Il fatto di aver un lavoro a tempo pieno, di fare sport, di vedere gli amici, di crescere due figli..e di essere ancora viva, in qualche modo mi faceva sentire più forte.

Il riposo era un premio meritato alla fine della giornata, e per me equivaleva a buttarmi sul letto e addormentarmi istantaneamente.

Come definirci allora, una volta che non facciamo?

C'è davvero bisogno di distruggerci per poter meritare il riposo?

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Tutto è una priorità, niente lo è

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Hai detto riposo? Non ho tempo. Foto di Phil Desforges su Unsplash

I nodi venivano al pettine quando dovevo scegliere; quando un'attività escludeva l'altra.

Era la paralisi assoluta! Prendo ferie per accompagnare mia figlia alla gita di classe o partecipo alla riunione?

Vado a pranzo con le colleghe o faccio il corso di kick-boxing in palestra?

Accetto l'invito a cena degli amici, o tengo la serata libera per stare con mio marito?

Dubbi amletici che mi toglievano il sonno.

Arrivavo a cercare di destreggiarmi tra soluzioni improbabili, come andare alla gita mezza giornata per poi correre alla seconda metà della riunione e nel mentre passare dalla palestra dopo aver afferrato un panino al bar in cui le colleghe avevano pranzato.

Nessuno era soddisfatto, ma la mia ansia era tenuta a bada.

"Non ho tempo! Non ho tempo!" mi piaceva ripetere. "Tutto è importante per me!"

Stai attenta. Se tutto diventa importante, vuol dire che niente lo è davvero.

La paura di deludere

Ma io non potevo scegliere di dire di no. E se l'altra persona ci rimane male?

Se gli amici non mi invitano più? E se le colleghe avanzano col progetto senza di me?

Quindi, a volte lasciavo per ultime le persone a me più vicine, perché ero sicura che invece loro avrebbero capito.

Non riuscivo a collegare tutto questo con quel senso di tristezza profonda e frustrazione che a volte mi prendeva, la sera, quando ero troppo stanca per giocare coi bambini.

O quando mi costringevo a fare qualcosa contro voglia, solo per far piacere; a scapito di un momento di tranquillità. Sempre più stanca, ma sempre più di corsa.

Quali sono i rischi a sottovalutare il riposo, genitori?

"Perché non ti siedi un po' sul divano?" mi chiedeva mio marito.

"A fare cosa?" rispondevo io.

"Niente. A stare qui con me. A goderci un po' di riposo."

Aveva ragione, naturalmente. Ma mi ci sono voluti anni per accorgermi che non era noia, quella che mi faceva saltare su come una molla.

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Noia? Non la conosco. Foto di Vincent Van Zalinge su Unsplash

Era l'inquietudine, il senso di inadeguatezza che derivava dal non essermi mai presa il tempo per capire cosa fosse davvero importante per me.

Corrono dei rischi, sai, quei genitori che ignorano il bisogno di riposo.

#1: Peggiora la qualità delle relazioni

Faccio un piccolo esempio.

La mamma si affanna in giro per casa. Un bimbo in braccio, un altro nel bagnetto. La cena in forno, con la mano libera si affanna a svuotare i sacchi della spesa.

Dall'altra parte della stanza, il papà è seduto sul divano, con gli occhi chiusi.

"Ma non vedi che c'è da fare? Perché non vieni a darmi una mano! Sono sempre io che devo fare tutto, non ne posso più!"

"Tesoro, ho bisogno di dieci minuti per ricaricarmi. La giornata è stata molto difficile. Se lasci tutto così com'è, dopo cena metto io via tutto."

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Quei doveri che mettiamo sempre prima del riposo.. Foto di Jennifer Burk su Unsplash

Tu cosa vedi?!

Io vedo una persona che ha imparato a identificare i suoi bisogni e a saper dar loro importanza; e una persona che invece arriva a sfinirsi.

Qual è il rischio a non sapersi fermare quando ce n'è bisogno? Risentimento. Incapacità a esprimersi in modo costruttivo e rispettoso.

#2: Fatica ed esaurimento

È il circolo vizioso che si installa: corsa perenne, tensione immanente.

  • Più corriamo, meno siamo in grado di ascoltare i nostri bisogni e quelli di chi ci sta intorno;

  • più ci distacchiamo dai nostri bisogni, più ci sentiamo frustrati e insoddisfatti;

  • e più ci sentiamo insoddisfatti, più cerchiamo di riempire le giornate con altro.

La fatica aumenta, la ruota gira.

Non sempre è così drammatico, sia chiaro! Ma il vecchio detto "Prevenire è meglio che curare" ha ancora una sua validità.

#3: Si perde di vista cosa è importante

Perché per capire a cosa teniamo davvero, c'è bisogno di spazio. Di silenzio, di nulla.

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Riposo, spazio e silenzio Foto di Greg Rakozy su Unsplash

Non ti ho ancora convinto che i genitori hanno bisogno di riposo?

La guida al riposo dei genitori

Allora, genitori in vacanza, cos'è il riposo?

Posto che non è semplicemente non andare a lavorare, o stare sdraiati in spiaggia.

Riposo è svuotare la mente e riconnetterci a chi siamo, oggi, adesso.

È essere pronti a osservare quello che i nostri occhi vedono, senza partire per la tangente.

Riposo è soltanto esserci, prendersi il lusso di fare attenzione alle sensazioni del corpo, alle curve dei nostri pensieri; e anche alla fronte corrucciata di nostro figlio mentre fa le costruzioni, o ai muscoli tesi sul collo del nostro compagno quando ride.

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#1. Hai il diritto di non fare niente

Spesso associamo il riposo a piccoli piaceri come leggere un libro, o fare sport, o prendere un aperitivo con gli amici.

Tutte attività nobilissime e riposanti, ne convengo.

C'è solo un limite: continuiamo a tenere la mente occupata da un'attività all'altra.

Ma per renderci conto di come stiamo, di che pensieri abbiamo su noi stessi.. c'è bisogno di fermarci.

Solo allora, nel non fare niente, possiamo ascoltarci.

L'autore del libro che sto leggendo, uno psichiatra francese, rivela che questo è addirittura il primo passo per migliorare la propria autostima.

Solo nel silenzio riusciamo a fare attenzione ai nostri pensieri, e solo così, a captare quei discorsi automatici un po' negativi che talvolta ci portiamo dietro..

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#2. Ascolta i segnali del tuo corpo

Se guardi bene, quel mal di gola che non ti passa; la tensione al collo e alle spalle che ti prende in certi momenti; i mal di testa di fine giornata..

Sono forse puramente casuali. O forse no.

Resta vero che prestarvi attenzione può darci delle indicazioni preziose su cosa sia davvero in linea con quello che è importante per noi, e cosa invece no; e anche se stiamo tirando troppo la corda..

E a guardar bene, forse anche i "mali di pancino" di tua figlia hanno qualcosa da dire.

#3. Connettiti alla natura anziché a internet

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Foto di Timothy Eberly su Unsplash

Ho iniziato a vederne i benefici grazie ai bambini.

"Guarda mamma! Una coccinella!" esclama mio figlio estatico. Ed è capace di restare a fissarla, a seguirne i movimenti per un sacco di tempo, mentre io inizio a innervosirmi "dai amore, andiamo?!"

Ma poi ho iniziato a guardare. A fargli notare io stessa quando c'è la luna. O a osservare i colori brillanti dei fiori.

E tra parentesi, tutto ciò è molto pratico durante i lunghi viaggi in macchina, quando siamo stufi di ascoltare per la ventesima volta di fila "Il pulcino Pio".

"Guarda che belli i campi di lavanda!"

E mentre mi sforzo di trovare delle cose belle su cui possano focalizzare l'attenzione, vedo dettagli che prima mi sfuggivano.

È sciocco sorridere davanti a un prato pieno di papaveri?

O entusiasmarsi per un buffo uccello posato sul dorso di un cavallo bianco?

Forse. Intanto, però, il sorriso mi ha fatto bene. E spero che insegnerà ai bambini a considerare la natura con amore, come parte di sé.

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#4. Ai tuoi figli basta la tua presenza

Non c'è bisogno di diventar matti per far fare loro l'ultimo progetto creativo che hai trovato su Pinterest.

Né di riempire tutte le giornate di uscite a scopo pedagogico, e programmare ogni minuto.

Mi sono ritrovata così tante volte a correre per un'ora in giro per casa per trovare gli accessori necessari; per poi impegnare i miei bambini per 5 minuti e mezzo e aver di nuovo su di me il loro sguardo interrogativo:

"Mamma, possiamo fare qualcosa insieme?"

A volte basta stare seduti vicini e osservarli mentre giocano o disegnano. La nostra attenzione nei loro confronti vale più di mille parole di incoraggiamento.

E ha, secondo me, gli stessi vantaggi di una seduta di meditazione.

Fonti, riferimenti, approfondimenti

Come fai tu a riposare? Qual è il tuo modo preferito per ricaricarti? Lascia un commento e racconta!

Più in basso, troverai invece un elenco di siti e articoli consigliati o da cui mi sono ispirata.

La biblioteca di riferimento

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  • Sto leggendo ora questo libro del francese Christophe André; se il tema principale, l'autostima, sembra a primo sguardo molto lontano dal tema del riposo, ti posso invece garantire che è da questa lettura che è nata l'idea. Solo quando impariamo a non fare niente, infatti, iniziamo a osservare i nostri pensieri, e a notare che sfumature prendano...

  • Devo leggere assolutamente "Quando il corpo dice no" di Gabor Maté: il prezzo che si paga a non voler ascoltare il proprio corpo e i segnali che ci manda..

  • I sintomi che ci suggeriscono che abbiamo bisogno di fare una pausa.. Questi valgono anche per i non genitori!

  • Cos'è il vero relax? Un test scientifico ce lo spiega.

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Sai quando fai di tutto per arrivare presto a prendere i tuoi figli a scuola, pregustando il momento in cui ti correranno incontro per abbracciarti contenti? E pochi minuti dopo invece perdono le staffe per una minima cosa, e iniziano ad attaccarti e ad arrabbiarsi con te? Ma perché mai un figlio che ti risponde male? E come fare se non ti tratta come vorresti?

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Aaahhhhh che nervosoooo!
Foto di Aaron Blanco su Unsplash.com

Mio figlio mi risponde male: la situazione tipica

Mi corre incontro appena mi vede, e mi salta in braccio con un gran sorriso.

"Mamma mamma! Guarda che bel disegno! L'ho fatto per te!"

Vorrei che quell'istante durasse ore; ma tutto gira veloce.

In quei primi momenti, nutro sempre l'illusione che il resto della giornata sarà magnifico, che tutto filerà in armonia e serenità.

Poi, basta un'inezia, un piccolo no a quale strada prendere tornando in bici, a quale merenda possiamo fare o a quale attività.

E inizia ad aggredirmi. A rispondermi male. Con un tono e un atteggiamento che potrebbero essere quelli di un'adolescente in piena crisi ormonale. E invece mia figlia ha appena compiuto 6 anni..

Adesso va meglio rispetto a due anni fa. C'è stato un periodo in cui non vi erano solo risposte taglienti, un po' sbruffone; ma vere e proprie crisi di una rabbia che non sapevo da dove uscisse.

E se l'istinto mi diceva di capire, accogliere, restare comprensiva.. le voci intorno a me accusavano un'eccessivo lassismo. Difficile posizionarsi, fare spazio a una comprensione obiettiva, quando siete tu e i tuoi figli la parte in causa.

Come fare per accettare questa rabbia e queste emozioni senza reprimerle, ma allo stesso tempo porre dei limiti su come i bambini possono trattarci? Come reagire se nostro figlio ci risponde male?

E soprattutto.. perché lo fa? Visto che educatori, insegnanti, nonni, ci assicurano che "fino a 5 minuti fa era tranquillissimo!"?

Tuo figlio risponde male, una sfida? Dipende dall'interpretazione

Una prima risposta mi è arrivata grazie a un'interpretazione della teoria dell'attaccamento proposta dalla psicologa francese Isabelle Filliozat.

Secondo quanto scrive, i mammiferi hanno tutti bisogno di una figura di attaccamento che permette loro, tra le altre cose, di imparare a gestire le tensioni nervose causate dalla repressione delle emozioni.

Il principio è questo: il bambino, come noi adulti del resto, per potersi inserire in un contesto sociale inquadrato come quello scolastico deve per forza di cose "adeguarsi" e reprimere un po' l'espressione delle sue emozioni. Questo gli richiede un gran dispendio di energia e provoca una certa dose di stress.

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Dopo una giornata stressante...
Foto di Mauro Mora su Unsplash.com

Alla prima piccola frustrazione che noi, anche senza volere, gli infliggiamo, questa tensione accumulata lo fa esplodere.. Contro di noi.

Contro di noi che siamo la sua figura di attaccamento e che abbiamo la funzione di accogliere queste emozioni e di aiutare nostro figlio a calmarsi.

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Lo schema della nostra reazione

Ormai ho riconosciuto lo schema abituale:

  1. Inizio idilliaco

  2. Evento dall'apparente insignificanza che fa scatenare mia figlia (o mio figlio, o tutti e due se proprio non vogliamo farci mancare nulla)

  3. Cerco di mantenere la calma, affermando il mio bisogno a essere trattata con calma ed educazione ("Sono sempre pronta ad ascoltarti, quando mi parli con gentilezza e un tono di voce normale" è diventato il mio secondo mantra dopo "Respira, andrà tutto bene")

  4. Mia figlia aumenta il tiro, con risposte sempre più taglienti e fuori luogo

  5. Dopo un po', non resisto più e perdo la calma e la minaccio di smettere

  6. I toni salgono ancora, in un circolo vizioso in cui ci "infiammiamo" a vicenda.

Diciamo che fino a metà percorso sono riuscita a mettere in pratica tutti i miei buoni propositi, ma poi qualcosa si rompe!

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La situazione stagna..

Ma come pretendere che mia figlia "si calmi" se glielo chiedo urlando a mia volta? Questa è spesso l'ironia della sorte genitoriale.

Il ribaltamento: se mio figlio risponde male, è perché ha bisogno di me

I ribaltamenti di prospettiva proposti dalla Filliozat che mi hanno fatto vedere le cose in una luce nuova sono stati questi:

  1. Il comportamento inadeguato del bambino non è un problema, ma la reazione a un problema.

  2. L'amore è il carburante e non la ricompensa.

Secondo la teoria dell'attaccamento, tutti i nostri comportamenti sono motivati da un bisogno.

Le risposte violente di mia figlia diventano non una sfida alla mia autorità, ma il segnale di una situazione che lei non riesce (ancora) ad affrontare o un sovraccarico emotivo.

Fisicamente, nel suo corpo, questo accumulo di tensioni si riversa in azioni violente o aggressive, quando il bambino arriva al limite e non riesce più a controllarsi.

E, sempre fisicamente, sono il contatto con noi e la nostra attenzione che fanno rilasciare quelle sostanze (ossitocina, serotonina e dopamina) che permettono di ricaricarsi.

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Ed è qui l'aspetto sorprendente:

di fronte a mia figlia che mi urla contro, la migliore cura sarebbe.. di stringerla forte a me.

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Ok. Adesso ci calmiamo insieme.

Contro-intuitivo no?

Come cambiare il punto di vista, concretamente

Siamo abituati a pensare che se abbracciamo i nostri bambini quando si comportano male, è un po' come premiare un'azione negativa (il famoso rinforzo positivo).

E in parte è forse anche vero.. Solo noi abbiamo, credo, le chiavi per osservare bene i nostri bambini e arrivare a capire di cosa abbia bisogno, se di una ridefinizione chiara dei limiti, o di una ricarica affettiva.

Se ci penso bene, ad esempio, so che le "sbruffonate" fatte dai bambini la domenica mattina, quando per un'ora io e il papà abbiamo fatto le pulizie in casa lasciandoli da soli, non sono uguali al grido di rabbia del lunedì sera prima di cena quando insisto perché mettano via le scarpe.

In ogni caso, resta vero che durante una crisi emotiva il bambino non è in grado di recepire il nostro messaggio razionalizzante "non è così che devi fare!"

In quel momento, il suo cervello è in pieno allarme rosso: inutile fargli la ramanzina.

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Quando insegnare le regole seguendo la teoria dell'attaccamento?

L'idea del serbatoio affettivo e del carburante aiuta a riconoscere il bisogno di mio figlio di ricaricarsi grazie alle mie dimostrazioni di affetto; e solo una volta riempito il serbatoio e ristabilita la relazione, posso intervenire sulla ridefinizione delle regole.

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A volte, per ritrovare la calma, basta soffermare lo sguardo su qualcosa di piacevole.
Foto di Aviv Rachmadian su Unsplash.com

E a questo punto la discussione può vertere su:

  • trovare modi diversi di affrontare la stanchezza;
  • come riconoscerla per tempo prima di "esplodere".
  • come chiederci aiuto quando sentono la crisi arrivare

Mio figlio è diventato bravo in questo: adesso, appena entra nella fase "pianto-disperato-da-rabbia-che-non-so-gestire-da-solo", mi chiede tra le lacrime:

"Coccole! Mamma coccole!" (e a quel punto sfido chiunque a non sciogliersi).

Insomma, se non altro, pensare con orgoglio che mia figlia mi riempie di male parole perché si fida di me più di ogni altra persona al mondo, è comunque meglio che credere che mi voglia sfidare.

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Quali azioni concrete per reagire a un figlio che mi risponde male?

  • Cerco di notare se succede spesso o se è una cosa eccezionale, e osservo le circostanze in cui capita;

  • Mi ricordo di riempirlo di attenzione e contatto fisico il più possibile;

  • Provo a capire se ci sia qualche elemento di disagio nella vita del bambino, a casa o a scuola;

  • Gioco con lui il più possibile! I bambini si esprimono molto durante il gioco perché sono più liberi da inibizioni e paure;

  • Do l'esempio: imparo anche io a esprimere i miei bisogni senza perdere la calma; ("Ho bisogno che mi parli con gentilezza; ho bisogno di finire questo lavoro prima di poter giocare con te") e a riconoscere i momenti in cui perdo il controllo. ("Sono arrabbiata, mi calmo e poi torno da te");

  • Se mio figlio si chiude in camera, provo a seguirlo e a riprendere io per prima il contatto.

Mi piace questo ribaltamento di punto di vista perché richiede di agire sul lungo periodo, anziché nell'immediato.

Mi offre, inoltre, un'immagine mentale molto chiara: quando torniamo a casa, posso quasi vedere dentro ad ognuno di noi un serbatoio più o meno vuoto!

Il che mi aiuta a de-colpevolizzarmi se prendo 5 minuti per me o se "oso" abbracciare i miei bimbi; quando la norma vorrebbe che li mettessi in castigo.

Sto riempiendo il serbatoio. Non si ragiona a stomaco vuoto.


La scena che ho descritto è un evento ricorrente in casa tua?

Hai bisogno di una mano a capire i bisogni di tuo figlio e a provare a mettere in pratica i consigli suggeriti?

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Vedremo insieme se e come posso aiutarti in modo più approfondito e personalizzato.

Fonti, riferimenti, approfondimenti

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"Mamma vinci sempre tu! Allora io non gioco. Non è per niente divertente!" Mai sentita questa frase? Mai beccato tuo figlio che bara ostentatamente per poter vincere? Non ti capita di dover separare i tuoi figli che si picchiano per chi deve stare davanti o per chi ha vinto il gioco o la gara? Se il bisogno di vincere a una certa età è naturale, più difficile per noi adulti capire quando e quanto farli vincere e come insegnare ai nostri bambini a perdere.. Senza troppi pianti e soprattutto, preservando la loro autostima. Un ribaltamento di prospettiva può aiutare..

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Uffa mamma non è giusto. Io non gioco più, tanto vinci sempre tu!

L'importante è vincere perdere

Mia figlia sbuffa.

"Mamma. Perché devi lavorare? Io voglio che giochi con me!"

Alla terza volta, allontano il computer e acconsento.

Prendiamo un pezzo di carta, disegno due linee verticali e due orizzontali, e iniziamo a riempirle di crocette e cerchi.

"Non è giusto mamma! Vinci sempre tu!"

Esclama lei, vicino alle lacrime, con una rabbia faticosamente repressa.

E lì, l'insidioso dilemma: cosa è meglio fare? Farla vincere, o giocare normalmente perché impari anche a perdere?

Tu cosa fai di solito?

Il mio primo pensiero è:

"Deve bene imparare a perdere. L'importante è divertirsi e stare insieme, non chi vince."

E lei se ne va, "è inutile! Tanto vinci sempre tu! Che gusto c'è a giocare?"

Considero per un attimo l'ipotesi di approfittare di questo momento per tornare a lavorare..

Ma non è così che voglio lasciarla.

Insegnare a perdere, a non imbrogliare..cause perse?

Qualche giorno prima, era successo con suo fratello. Stavamo giocando a memory, un gioco in cui entrambi sono piuttosto forti.. E mentre sono un attimo girata, vedo con la coda dell'occhio che gira di nascosto un paio di carte.

"Eh no! Così a me non va di giocare! O rispetti le regole, oppure io non gioco!"

Un po' mi vergogno di ammettere che non era mia figlia questa, ero io.. con voce e tono un filino infantile.

E lì per lì pensavo di far bene. Di svolgere appieno la mia funzione educativa..

Sai come a volte ti dimentichi di certe cose che hai letto e imparato, e queste ti ricompaiono magicamente quando meno te le aspetti ma quando più ne hai bisogno? A me è successo proprio così.

Pochi giorni dopo aver costretto mio figlio a non barare e fatto piangere mia figlia per poter vincere a tris, ho ritrovato un libretto assai prezioso alla giusta pagina..

Perché i bambini hanno bisogno di vincere per imparare a perdere

I bambini attraversano una fase in cui hanno bisogno di vincere, per riequilibrare le forze nei nostri confronti e sentirsi in controllo.

Il gioco è l'universo principale di espressione per un bambino; tanto che, in caso sospettiamo lui stia vivendo una difficoltà particolare, permettergli di "giocare" la scena spesso fa tirar fuori più o meno inconsciamente quello che lo angoscia, facendo magari parlare bambole e pupazzi.

Più è piccolo il bambino, più spesso gli capiterà di venire sopraffatto dal volere altrui: dai fratelli più grandi che si impongono, ai compagni di gioco magari più corpulenti, fino agli adulti che si occupano di lui e fanno (giustamente) le regole.

Anche se i limiti imposti sono a fin di bene, quello che il bimbo sente in quel momento è una forte costrizione, una frustrazione della sua volontà.. Ed ecco che il gioco è un momento perfetto per ribaltare la situazione è sentirsi, finalmente, "potente".

Mai notato come i bambini, soprattutto intorno ai 5-6 anni, abbiano quasi un bisogno vitale di sentirsi "bravissimi" nelle cose che fanno?

La psicologa dello sviluppo Susan Harter ha fatto diverse ricerche sui bambini di questa età scoprendo quanto sia importante per loro primeggiare e vantarsi delle loro incredibili abilità, anche quando non corrispondono esattamente alla verità. Nelle sue interviste, la metà dei bambini sosteneva di essere il più veloce del gruppo..

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Sono velocissima mamma guarda!!

Come faccio allora a insegnargli a perdere? Perché questo, prima o poi, capiterà, ed è una competenza fondamentale.

Quando la voglia di vincere causa litigi tra fratelli a non finire

È a questo punto che ho ripensato in un'ottica tutta nuova la scena seguente.

Stiamo tornando a casa da scuola. Siamo tutti in bici: i bambini sul marciapiede, e io seguo al passo in strada, sulla pista ciclabile.

All'inizio provo sempre una grande tenerezza quando guardo i caschetti colorati e le gambotte ancora tenere da agnellino che pedalano ormai senza rotelle; anzi, forse è proprio orgoglio.

Poi, proprio dopo la prima curva difficile, si innesca la crisi.

Mia figlia supera suo fratello che ha ancora qualche difficoltà in questo passaggio.

Tutto si ferma. Perché è dura essere ultimi. Mio figlio a quel punto piange disperato, si blocca e non va più avanti..

Mentre sua sorella si allontana, e io devo scegliere a quale Santo votarmi.

Perché è inutile chiedere a lei di rallentare o di fermarsi: mio figlio ne approfitterebbe per superarla.. e nessuno vuole essere l'ultimo.

La strategia di lungo periodo per insegnare ai bambini a perdere

Solo adesso che scrivo, capisco che non c'era nulla che avrei potuto dire per confortare i bambini; nessun bla bla sull'importanza di partecipare sarebbe stato efficace sul momento. Avrei dovuto, invece, almeno ogni tanto, lasciarli vincere e permettergli di imbrogliare.. per quanto contro-intuitivo possa sembrare.

Vedi, il fatto è questo: c'è bisogno di una certa dose di sicurezza in sé per poter perdere con grazia. Senza sentirsi sviliti.

C'è bisogno di sentirsi amati indipendentemente dagli errori commessi, dalle partite vinte o perse.

È (anche) vincendo contro di noi che il bambino acquisisce questo senso della sua forza interiore, delle sue competenze, delle sue possibilità.

Questa solidità che gli permette poi di sopportare di perdere, soprattutto quando è con i suoi amichetti o fratelli.. senza che si buttino uno sull'altro per la frustrazione.

Come non pensare alla luce che illumina il volto dei miei figli quando vincono contro di noi genitori a memory?

Non c'è bisogno di farlo vincere sempre; il rischio sarebbe, a quel punto, di non vederci più come l'adulto giusto e capace che fa le regole e lo protegge.

E poi, non si apprezza veramente la vittoria se non si conosce la sconfitta!

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Oggi sono io che faccio volare l'aquilone per primo, domani tocca a te

 

Come fare allora?

  1. notiamo le situazioni in cui per nostro figlio è particolarmente importante vincere - magari in seguito a una giornata di scuola.

  2. diamo tutto il nostro supporto per affrontare quei sentimenti che accompagnano il fallimento: scoramento, frustrazione, rabbia.

  3. ricordiamoci che anche per imparare a perdere ci vuole tempo, e pratica: evitiamo di arrabbiarci perché nostro figlio non sa perdere! E soprattutto, evitiamo di sgridarlo quando sbaglia.

  4. diamo l'esempio.. giocando tanto, con entusiasmo, a giochi adatti all'età del bambino; non esageriamo la vittoria e ogni tanto perdiamo, anche ostentatamente.

  5. inventiamo delle piccole gare affettuose: chi dà più baci, chi resiste di più all'abbraccio, chi riesce a far sorridere per primo l'altro..

  6. prima di un gioco tra fratelli o compagni, o prima di una gara, possiamo usare il "gioco del fare finta" per inscenare entrambe le situazioni: come ci si comporta quando si vince? e quando si perde?

  7. nel caso di bambini particolarmente volitivi, il desiderio di vincere può essere una richiesta di attenzione- non fa mai male dedicarci per almeno dieci minuti a loro senza distrazioni per rinforzare il loro senso di essere importanti ai nostri occhi.

E poi sorridiamo, vedendo una nuova sicurezza crescere in nostro figlio.

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Per insegnare a perdere, ci vogliono..

Se ti stai chiedendo come ho fatto a risolvere il dilemma dei nostri tragitti in bicicletta, posso risponderti solo a metà.

Ho sperimentato che chiedere alla più grande di "cedere" e lasciare il posto al piccolo non soddisfa nessuno: lei lo trova ingiusto, e suo fratello sa di non aver vinto un bel niente.

La stanchezza dopo la scuola faceva sì che mio figlio non riuscisse a controllarsi né ad ascoltarmi.. Ma io dovevo comunque fare in modo che nessuno si mettesse in pericolo in strada.

Pensa che ti ripensa, ho atteso che fossimo tornati a casa.

Solo una volta che tutti eravamo seduti al tavolo della cucina a fare merenda, ho parlato.

Allora bambini. Io ho un problema. Capisco che vogliate stare davanti, ma vedete bene che non è possibile essere primi contemporaneamente.

Io però ho bisogno di potervi vedere, e che possiamo andare insieme a casa da scuola senza rischiare che vi mettiate in pericolo perché chi è rimasto indietro si ferma e piange e l'altro corre avanti.

Come possiamo fare? Avete in mente delle soluzioni?

...partecipazione ed equilibrio

Ho preso questo rischio di coinvolgerli. Aveva funzionato quando i miei figli litigavano per chi dovesse essere accompagnato per primo in classe, e alla fine avevamo deciso insieme di attribuire un colore a ogni bambino e segnare a giorni alterni quando avrei portato prima uno e quando l'altro.

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Allora, che soluzione possiamo trovare?

E incredibilmente, aveva funzionato: bastava guardare il calendario prima di uscire. E non c'erano più le accuse di preferire l'uno o l'altro.

Anche in quella situazione, dopo un paio di proposte poco realizzabili, l'idea è arrivata da mia figlia:

Possiamo fare a turno mamma! Segniamo sul calendario che giorno va prima lui, e che giorno io!

E sai qual è il bello di questo sistema? Che siccome è una loro proposta, sono molto più inclini a permetterti di metterla in pratica.

Non posso ancora dire che abbia funzionato, però: nel frattempo la scuola è finita. La risposta a settembre..

Fonti, riferimenti, approfondimenti

Quando i miei bambini litigano su chi deve vincere, tiro fuori il famoso poster. Se ancora non l'hai scaricato, lo trovi qui!

Più in basso, troverai invece un elenco di siti e articoli consigliati o da cui mi sono ispirata.

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  • Non tutti gli psicologi sono concordi nel dire se sia giusto o meno far vincere i propri figli e in che misura. La psicologa francese cui ho fatto riferimento è Isabelle Filliozat, che ammiro molto. Purtroppo il libro da cui ho tratto ispirazione non è stato tradotto in italiano, ma trovi di molto validi: "Le ho provate tutte!" e "Le emozioni dei bambini" (anche su Il giardino dei libri)

  • Non ho ancora letto "Amarli senza se e senza ma. Dalla logica dei premi e delle punizioni a quella dell'amore e della ragione" dell'educatore americano Alfie Kohn, ma solo qualche estratto, e il suo approccio mi trova completamente d'accordo. Analizza il modo di vedere più comune e lo ribalta per interrogarsi non su come fare a far sì che i bambini facciano quello che vogliamo noi, ma come capire i bisogni reciproci e fare in modo che entrambi vengano ascoltati empaticamente. (Lo trovi anche qui)

  • Molto interessante l'approccio di Anna Oliverio Ferraris, intervistata qui da Nostrofiglio.it: insegniamo ai bambini a perdere anche attraverso il nostro atteggiamento verso gli errori e l'apprendimento. Quando forziamo troppo i bambini a "bruciare le tappe" e li sommergiamo di stimoli, ad esempio; o quando li sgridiamo di fronte a un errore o uno sbaglio.

  • Molto tenera e divertente al tempo stesso la riflessione di Serena sullo stesso tema!

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"Ma che bravo!", "Come sei gentile.." o anche "Eh, si vede che non sei portato.." Quante volte usiamo queste frasi per incoraggiare (o tirar su di morale) i nostri bambini? L'intento è certamente dei migliori; eppure, ci sono parole ed espressioni che favoriscono una sana autostima nei nostri bambini.. E altre che, al contrario, fanno più male che bene, senza che ne siamo consapevoli. Esagerato? Forse. Però, le ultime ricerche lo confermano: per crescere bambini con una bella autostima, bisogna stare attenti alle lodi.. O rischiamo di ottenere l'effetto opposto.

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Foto di Nicole Wilcox su Unsplash

Le insidie dei complimenti..

È l'ultima settimana di scuola. Mentre stavo riflettendo su quanto sia incredibile che mia figlia entri alle elementari a settembre, una delle maestre ha interrotto il mio momento nostalgia lanciandomi soddisfatta il sacco dei lavoretti.

Devo averla guardata con un misto di stupore e orrore negli occhi. In un nano-secondo, mi sono vista caricare come un mulo prima di una traversata in montagna..

Perché dai, ammettiamolo, i lavoretti dei nostri bambini ci riempiono di orgoglio, ma dopo un'ora che siamo immobilizzati sul divano perché non abbiamo guardato con sufficiente attenzione come hanno scritto il loro nome con la maiuscola in corsivo, la tentazione di chiudere tutto con un "Bellissimo! Bravo!" è molto forte.

Comunque, una volta giunti a casa, sono stata ammirata nel vedere la qualità delle attività proposte. C'era perfino un libro-teatrino per le marionette, interamente confezionato e dipinto in classe, con i fondali e i personaggi per 4 storie diverse, una per stagione.

Eppure, alle terza storia bofonchiata tra sé e sé da mia figlia alle 9 di sera,i miei buoni propositi di dare giusta soddisfazione e incoraggiamento sono scemati.

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Mammaaaa! mi ascolti ?!

"Ti ascolto eh?, guardo il messaggio sul telefono ma ti sto ascoltando!"

intervallato da sorrisetti nascosti e roteamento degli occhi tra me e mio marito, e qualche sbadiglio.

La scenetta mi ha portato ad interrogarmi: come fare a usare questi momenti per rinforzare l'autostima dei bambini? Come appoggiarsi sui loro punti di forza per incoraggiarli, senza cadere nell'eccesso di lodi?

L'autostima dei bambini: la differenza tra una lode e un incoraggiamento

Lo studio sugli effetti delle parole che usiamo mi affascina molto. Perché la scelta delle parole che usiamo è sottile, passa spesso inosservata! Lo sapevi che lodare e incoraggiare non sono per niente sinonimi, ad esempio?

Poniamo il caso di un bambino che, dopo mesi di insistenze da parte dei genitori a dare una mano in casa, aiuti ad apparecchiare.

Complimento o lode : "Come sei gentile! Che bravo bambino"

Incoraggiamento: "Oh grazie per il tuo aiuto!"

Oppure, di fronte a un bel voto.

Complimento o lode : "Bravissimo, sono fiero di te"

Incoraggiamento: "Questo voto riflette il tuo impegno, devi essere fiero di te!"

Vedi la differenza sottile?

La lode è un giudizio positivo, un'approvazione esterna legata a una percezione "statica" di come siamo, al risultato.

L'incoraggiamento invece si concentra sul miglioramento, sull'impegno, sul processo; spinge a un'auto-valutazione interna - cioè ad allenare un'autostima "sana", non dipendente dall'approvazione altrui.

Potrebbe interessarti anche: l'autostima dei genitori influisce su quella dei figli..

Le ricerche sull'intelligenza e l'autostima dei bambini

I primi a elaborare un metodo educativo basato sull'incoraggiamento sono stati Alfred Adler e in seguito Rudolf Dreikurs, nella prima metà del '900.

È sulla base del loro lavoro che è stata sviluppata la disciplina positiva ad esempio.

Gli esperimenti e le ricerche pubblicate dalla psicologa americana Carol Dweck hanno dimostrato la loro teoria. Il suo lavoro si basa sulla distinzione tra un approccio mentale "fisso" e uno "flessibile", o improntato alla crescita (in inglese: fixed mindset vs growth mindset).

Cosa vuol dire?

In buona sostanza, nel primo caso, siamo convinti che i nostri talenti, la nostra intelligenza sia innata e immutabile. Per cui, se prendi brutti voti in matematica vuol dire che non sei intelligente, e non riuscirai mai.

Nel secondo caso, invece, che si basa sulle recenti scoperte sulla plasticità del cervello, tutto si può migliorare e imparare, con il dovuto sforzo, metodo e esercizio.

Chi pensa che sia immutabile ha tendenza a

  • svalutare lo sforzo fatto (perché se ti devi impegnare molto per raggiungere un risultato, vuol dire che non sei intelligente)

  • preoccuparsi molto di quanto intelligenti siano considerati dagli altri

  • evitare nuove sfide di apprendimento

  • aver paura di fare errori

  • nascondere i propri errori anziché provare a correggerli

  • non reagire bene agli insuccessi

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Non sono bravo mamma. Fai tu per me?

Invece, chi considera l'intelligenza come acquisibile ha tendenza a

  • investirsi molto nel processo di apprendimento

  • riprovare nonostante i fallimenti

  • cercare nuovi metodi e strategie di apprendimento

  • considerare l'impegno come qualcosa di positivo, non come un segno di una loro mancanza

Il legame tra l'autostima dei bambini e i complimenti

La Dweck argomenta che il tipo di supporto verbale che diamo ai bambini è strettamente collegato a come loro vedano l'intelligenza: cioè, se la considerano come qualcosa di immutabile o di acquisibile.

5 motivi per cui lodi e complimenti che premiano l'intelligenza non aumentano l'autostima :

  1. i bambini sono portati ad associare l'approvazione altrui al successo delle sue azioni, quindi temono l'errore, e non hanno voglia di provare a sperimentare;

  2. non sono spinti a riprovare e a cercare nuove strategie;

  3. abbandonano facilmente in caso di insuccesso;

  4. hanno meno fiducia nelle loro possibilità di riuscire;

  5. in conclusione, questi bambini tendono ad avere minore autostima.

Invece, premiare l'impegno (e quindi sottolineare il processo e non il risultato) ha come effetto di

  • incoraggiare la motivazione intrinseca

  • spingere a cogliere nuove sfide

  • concentrarsi non tanto sulle loro abilità, ma sul come arrivare ad imparare.

Quali parole per incoraggiare l'autostima dei bambini?

Siamo talmente abituati alle lodi legate al risultato.. Trovo, personalmente, difficile a volte riformulare le mie frasi in modo più efficace.

Perché cambiare necessita di uno sforzo cosciente, spesso in momenti della giornata in cui non siamo completamente disponibili. Come sempre, stanchezza, stress e mancanza di tempo non aiutano!

Il primo esercizio che mi ha aiutato in questo senso è stato sforzarmi di descrivere le azioni dei miei figli, soprattutto mentre facciamo un'attività insieme. Là, mi cerco di intervenire il meno possibile, e di lasciar liberi i bambini di sperimentare.. Cosa non facile per chi, come me, tende a voler "controllare" tutto!

Ad esempio:

"Certo che ti sei concentrata molto a lungo su come imparare a scrivere questa frase!"

"Hai riprovato a fare il disegno tante volte, guarda quanto sei migliorata"

"Eri stanco, ma ti sei fermato e mi hai chiesto per favore senza urlare, grazie!"

Il secondo passo che ho introdotto è stato passare da un apprezzamento mio personale verso di loro a incoraggiare una loro valutazione su di sé.

Quindi anziché dire "Sono fiera di te", adesso mi sforzo di sostituirlo con:

"Non sei fiera di te?" o "Dovresti esser soddisfatta di te per come ti sei impegnata!"

Insomma, seguendo il principio di quanto sosteneva Dreikurs :

incoraggia l'azione o lo sforzo, non chi l'ha compiuta.

autostima-bambini-aiuta-a-crescereGli effetti dell'incoraggiamento sui visi dei bambini

La mattina dopo la scena col teatrino e i lavori scolastici, stavo salutando mio figlio alla porta della sua classe quando mia figlia mi ha tirato per la manica:

"Mamma, posso andare a portare il cappellino alla mia compagna? Lo ha perso e sono sicura che sarà felice!"

Lì per lì non ho capito cosa volesse dire. Mio figlio piagnucolava che non voleva andare a scuola, c'era rumore, eravamo in ritardo come al solito.

Le ho chiesto un po' bruscamente di aspettare. Una volta salutato il suo fratellino, sono finalmente riuscita a capire che aveva visto tra gli oggetti smarriti all'ingresso della scuola il cappellino di una sua compagna, e lei voleva prenderlo per portarglielo in classe.

È stato un attimo: mentre mettevamo via il suo zainetto mi ha assalito di nuovo la consapevolezza di un periodo importante della sua vita che sta per finire; ho rivisto il suo orgoglio nel mostrarci il suo quaderno..

Allora mi sono voltata verso di lei e le ho detto:

"Sai, sono rimasta proprio colpita dai lavori che hai fatto a scuola. Devi esserne proprio fiera! E guarda come hai osservato attentamente: hai trovato il cappello della tua compagna e hai voluto portarglielo!"

Il suo viso brillava di una soddisfazione così profonda, come di chi si rende conto di quanta strada ha compiuto.. sarebbe stato lo stesso se l'avessi liquidata con un "Brava!"? Forse. O forse no.

Fonti, riferimenti, approfondimenti

Se ti interessa usare il poster gratuito per la risoluzione dei conflitti, dai pure un'occhiata!

Più in basso, troverai invece un elenco di siti e articoli consigliati o da cui mi sono ispirata.

Tu quali frasi usi più spesso per complimentare o incoraggiare i tuoi bambini? Lascia un commento!

La biblioteca di riferimento

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"Certo che se lo fai ancora dormire con te!" "Ma come, non lo allatti?" "Alla sua età, lo allatti ancora?" "Ai miei tempi si dava un bello scappellotto e vedevi come rigava dritto! Adesso sono tutti viziati" Non c'è scelta che un genitore si trovi ad affrontare che non sia sottoposta a critiche e giudizi altrui. Dall'allattamento all'iscrizione a scuola, passando per il ciuccio e la data del rientro al lavoro della mamma. Semplici commenti detti a fin di bene? Forse, negli intenti. Tutti ci passiamo, come un vaccino obbligatorio, da carnefice a vittima; e molti, dopo averlo subìto, decidono di astenersene in futuro... Perché le critiche ai genitori possono far male più di quanto si pensi.

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Foto di Caleb Woods su Unsplash

Semplici consigli o critiche ai genitori?

Decidiamo di andare al mare insieme ad amici. Un'altra famiglia con due figli della stessa età dei nostri, cosa c'è di meglio per stressare divertire un genitore?

...continua a leggere "Basta coi consigli non richiesti! L’impatto nascosto (e pericoloso) delle critiche ai genitori"

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"Sei tanto arrabbiata, o poco arrabbiata?" mi chiede con apprensione malcelata mio figlio. Tu cosa fai quando ti capita di perdere la pazienza coi bambini? Quando nonostante le tue buone intenzioni, le promesse ripromesse, ti girano i 5 minuti e ti ritrovi per l'ennesima volta a urlare? Anche questa può essere una grande lezione di vita per i tuoi figli, a patto di.. 

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sì, è vero, ho perso la pazienza e allora?! - Foto di Erik Jan Leusink su Unsplash

Perdere la pazienza coi bambini.. e poi sentirsi in colpa

"Ma non sei arrabbiata con me, vero?"

Sembra essere la sua preoccupazione tanto posa piano la sua voce; non sa se osare un sorriso, allora mi scruta di sottecchi per studiare la mia reazione.

E la verità è che naturalmente mi fa sentire ancora più in colpa.

E questo senso di colpa non fa che rinvigorire la mia frustrazione : non solo mi fate arrabbiare, mi mettete alla prova, mi fate perdere la pazienza nonostante tutte le mie buone intenzioni.

Dopo mi tocca anche sentirmi in colpa perché certo, sono io il genitore, sono io l'adulto! A un adulto non è concesso perdere il controllo, urlare, "scendere in basso dove ci sono i ragni" come dice mia figlia riferendosi al poster.

O sì?

...continua a leggere "La cosa migliore che puoi fare quando perdi la pazienza coi bambini"

La settimana scorsa mi hai sentito raccontare il mio percorso verso un rifiuto abbastanza categorico di qualsiasi forma di violenza. Eppure, qualche tempo fa scrivevo anche dell'importanza di insegnare le regole; del perché la disciplina sia un concetto ancora molto attuale, se non addirittura un bisogno per i bambini. Sono forse impazzita completamente? Trovi che ci sia un'incompatibilità tra dare delle regole e evitare l'uso di minacce, punizioni, sberle eccetera? E poi, diciamoci tutta la verità, se anche sul piano teorico possiamo dirci d'accordo con queste belle parole.. Sul lato pratico, quando tuo figlio ti guarda e ti dice un bel "No!" dopo che tu gli hai chiesto per l'ennesima volta, con calma e con estrema gentilezza, di mettersi le scarpe perché è ora di uscire... come fare per farsi rispettare senza punizioni o altre forme di violenza?

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Foto di Anna Kolosyuksu Unsplash

Farsi rispettare senza punizioni? La situazione tipo

È una domenica inizio pomeriggio come tante. Siamo solo noi 4, e stiamo finendo di pranzare in salotto.

Mio figlio più piccolo non vuole più mangiare, e ci chiede il permesso di alzarsi. Sappiamo che un bimbo di 3 anni non è ancora in grado di restare fermo seduto a lungo, quindi non gli diciamo mai di no quando lo chiede; però, in quell'occasione, ci permettiamo di insistere perché si pulisca la bocca.. che era bella piena di sugo.

Avrei potuto più facilmente chiedergli di risolvere un'equazione differenziale.

Si alza con aria di sfida, senza nemmeno rispondere.

Allora le provo tutte : conto fino a 3, gli chiedo di scegliere "ti pulisco io o ti pulisci tu", ma niente.

Poiché però avevamo appena fatto ridipingere i muri di bianco (che idea folle, lo so!) e temevo che la reazione di mio marito di fronte a un'eventuale macchia sarebbe stata di gran lunga la soluzione peggiore, mi sono alzata e gli ho pulito io la bocca.

Allora, se mi avessero detto che in quell'istante un essere si era impossessato del corpo di mio figlio, gli avrei probabilmente creduto.

Il mio topolino, il mio bimbo tranquillo e dolcissimo che mi manda sempre i bacini, là era una furia scatenata.

Davanti ai nostri occhi attoniti, mentre urlava e piangeva pieno di una rabbia mai vista fino ad allora, è tornato in cucina, ha preso il piatto che aveva posato sul lavello pochi minuti prima, e si è rovesciato il sugo rimasto sulla maglietta e sulla faccia, fino ad esserne ricoperto. Per poi tornare, sempre piangente e urlante, davanti a noi.

La domanda implicita era : "E adesso che mi fate?"

...continua a leggere "Farsi rispettare senza punizioni: quel giorno in cui mio figlio mi ha travolto col pomodoro (e ho capito che punire non serve)"

Che sarà mai, una sculacciata ogni tanto non ha mai fatto male a nessuno. Bisogna ben insegnarle le regole a questi bambini! Noi siamo cresciuti così, e non ci è mica successo niente! O forse dovremmo dire.. Nonostante noi siamo cresciuti così, non ci è successo niente? Non perdere la pazienza a volte è proprio difficile; insegnare, guidare nel rispetto di tutti quando siamo stanchi e di corsa sembra impossibile, senza urla, punizioni, minacce, e magari qualche sculacciata.. Ma attenzione: trovare altri sistemi non solo si può, sarebbe anche meglio. Niente sensi di colpa qui. Ma sempre più ricerche ci dimostrano che le sculacciate hanno effetti di lungo periodo non proprio positivi per i nostri bambini. Forse sarebbe il caso di parlarne.

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Siamo sicuri che le sculacciate non abbiano effetti negativi?

Quanto è faticoso tirare su un figlio..

Dite:
è faticoso frequentare i bambini.
Avete ragione.
Poi aggiungete:
perché bisogna mettersi al loro livello,
abbassarsi, inclinarsi, curvarsi,
farsi piccoli.
Ora avete torto.
Non è questo che più stanca.
È piuttosto il fatto di essere
obbligati ad innalzarsi fino all'altezza
dei loro sentimenti.
Tirarsi, allungarsi,
alzarsi sulla punta dei piedi.
Per non ferirli.

Janusz Korczak – “Quando ridiventerò bambino"

Quando non conosciamo gli effetti delle sculacciate..

Mia figlia ha sempre avuto un carattere "forte" : che è una cosa positiva. Glielo invidio: sa cosa vuole, e va fino in fondo per ottenerlo.

Quando però hai di fronte un pargoletto di 2-3 anni che ti guarda con occhi di sfida perché non vuole assolutamente lavarsi i denti, mettersi il pigiama, aiutarti a mettere a posto i giocattoli appena sparsi sul pavimento, e tu sei giusto sfinito, fatichi un pochino a vederlo, questo lato positivo.

Eppure mi reputo una persona affettuosa, buona. Mi arrabbio difficilmente, e prima di aver figli, pensavo di avere un forte auto-controllo.

Proprio perché son cresciuta con un'etichetta da "sei troppo buona", ero particolarmente sensibile a tutti quei commenti tipo :

"se non dai delle regole chiare, pensa cosa sarà tua figlia da adolescente!"

"Sei troppo molle"

"Non vedi come fai fatica a farti obbedire?"

E diciamolo: chi non ha mai dubitato di sé come genitore?

.. e la società ci dice che "è così che si fa"

C'era sicuramente la parte di me che voleva "agire per il bene di sua figlia"; ma c'era anche, più nascosta, la parte che voleva mostrarsi come una brava madre, competente, sicura di sé, che sa come "gestire" i propri figli.

E allora oscillavo tra la mia naturale predisposizione alla dolcezza e gli input esterni di forza, sollecitati dalle risposte sfrontate del mio angioletto.

Eccola, mia figlia, che si rifiuta di acconsentire alla mia richiesta. Ho dimenticato quale fosse l'oggetto della disputa.

Ricordo gli occhi che mi fissavano con sfida, come a dire "voglio proprio vedere come pensi di impormelo, mamma!";

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Be' mamma? Cosa pensi di farmi?

e le mille voci nella mia testa "non sai neanche farti obbedire adesso che ha 2 anni, cosa farai quando ne avrà 15?"

Ed è stato allora che ho ceduto. Le ho dato uno schiaffo.

Perché non doveva permettersi.

Non era la prima volta; era successo un'altra volta, di fronte ai nonni.

Oggi so che volevo dimostrare loro che "sapevo gestire la situazione", alla loro maniera.

Ma quella volta, il senso di colpa, forse perfino la vergogna mi ha sommerso come un'onda gelida. Perché gli occhi hanno continuato a fissarmi, traditi.

Ed è stato allora che qualcosa dentro di me mi ha detto che doveva esserci un altro modo per farsi ascoltare.

Quali effetti delle sculacciate su mia figlia?

Non sapevo ancora, all'epoca, che anche quelle piccole sculacciate potevano avere degli effetti:

  • sul cervello di mia figlia (poiché la maggior parte delle connessioni cerebrali si creano tra 0 e 5 anni)

  • sull'immagine che lei si stava creando di sé

  • sull'immagine che lei si stava creando del nostro rapporto.

  • sulle sue relazioni future con gli altri

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Come costruire una sana immagine di se stessi?

Lo so cosa probabilmente stai pensando. Lo capisco, l'ho pensato anche io tante volte.

Me lo sento ripetere ancora da amici e familiari:

  • Una sculacciata ogni tanto non ha mai fatto male a nessuno

  • Devi insegnare ai bambini che esistono delle regole e dei limiti, e se non lo capiscono con le buone, bisogna usare le maniere forti

  • Mio padre (o mia madre) ce le dava e non per questo siamo cresciuti male

Il mio intento non è giudicare, porre una separazione tra "io ho ragione e voi avete torto" o simili.

Qualche sculacciata sì, e la violenza ?

Sono arrivata, col tempo, con tante letture e scambi, a credere fermamente che un'altra strada sia possibile, che porti a far crescere dei futuri adulti meno inclini a usare la violenza in generale, verbale o fisica che sia; più in equilibrio con loro stessi.

E se una sberla forse non ha mai fatto male a nessuno, non possiamo non dire che la società di oggi avrebbe bisogno di un po' meno violenza qua e là.

Solo per riportare qualche cifra (presa dal sito dell'istat):

"In Italia, il 31,5% delle donne tra 16 e 70 anni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale; Nel 2014 sono il 26,4% le donne che hanno subito violenza psicologica od economica dal partner attuale e il 46,1% da parte di un ex partner."

Mi dirai, che c'entra questo con il dare una sculacciata ogni tanto a un bambino?

Cosa si intende con Violenza Educativa Ordinaria

Vediamo allora cosa succede quando usiamo una qualche forma di violenza con un bambino. E con questo intendo:

  • sberle e sculacciate

  • grida e minacce

  • punizioni

  • commenti sarcastici (tra l'altro, i bambini piccoli non sono ancora in grado di capire l'ironia..)

Perché i bambini "se le cercano"

Partiamo da questo. Sai quando tuo figlio si impunta e ti fa una sceneggiata, magari corredata da calci e urla in pubblico?

Molti dei comportamenti che noi definiamo come "inappropriati" (in realtà perfettamente normale all'età del bambino) dipendono in realtà da un accumulo di tensioni che il cervello del bambino non ha le capacità di gestire.

Questo accumulo di tensione può essere dovuto a

  • stanchezza

  • fame/sete

  • bisogno di contatto fisico amorevole / di attenzioni dalla parte del genitore

  • bisogno di movimento (se per esempio i bambini sono stati costretti a restare seduti o fermi)

  • ricerca di stimoli

Gli effetti delle sculacciate sul cervello

Se, in risposta a questa tempesta emotiva, noi urliamo a nostra volta o picchiamo, il cervello del bambino viene sovraccaricato ancor più dallo stress (ne abbiamo parlato le scorse settimane).

Gli ormoni dello stress inondano il corpo, e il cervello ordina il rilascio della tensione in questo modo :

  • facendolo urlare o piangere ancora più forte

  • facendolo muoversi in modo "incontrollato": con calci, buttandosi per terra, ecc.

  • restando bloccato dalla paura

È l'attivazione ripetuta dell'allerta cerebrale scatenata dalla paura che può provocare, nel tempo, danni come i disturbi d'ansia

Gli effetti delle sculacciate: 8 ragioni per lasciar perdere

Leggendo, ho iniziato a dubitare, che non potesse essere quella la strada per insegnare ai miei bimbi il rispetto delle regole..

Ma oscillavo tra il vecchio e il nuovo, le mie sensazioni e la mia insicurezza (se lo fanno tutti..!)

Sai quando il tuo istinto ti sussurra qualcosa, ma non sai ancora razionalizzarla? E quindi lasci spazio alle vocine che ti dicono "ma che vuoi saperne tu; queste sono cose da alternativi; non funzionerà mai e poi ti ritroverai con un'adolescente ribelle, e come farai a gestirla allora?"

Solo che adesso ci sono i dati, le ricerche, le voci "ufficiali" che lo dimostrano. Ci sono perfino le leggi che lo vietano: niente sculacciate ai bambini.

Ecco qualche motivo in più che mi ha fatto cambiare idea..

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I bambini vedono, e imitano

1) I bambini ci imitano

Noi siamo il modello, l'esempio per i nostri figli; picchiare, urlare, minacciare, eccetera, insegna loro che è così che si risolve un conflitto.

2) Sculacciate e altre forme di violenza non insegnano

Se le sculacciate funzionano sul momento, non sono un sistema efficace sul lungo periodo.

Il comportamento inappropriato risponde a un bisogno più o meno nascosto del bambino, e soltanto se interveniamo su questo bisogno risolveremo il problema.

Se l'aggressività del bambino è una reazione a una tensione accumulata nel corso della giornata, aggredirlo a nostra volta non farà che peggiorare le cose.

3) Sculacciate per amore?

Il messaggio implicito, sottinteso e incosciente, è che ci siano dei buoni motivi per meritare botte o sgridate/insulti.

Che sia quindi lecito "essere picchiati per amore". Questo tipo di messaggio resta codificato nel cervello anche se in modo latente e non cosciente, e può ritornare più tardi, da adulti, quando l'individuo dovesse trovarsi in una situazione in cui si sente "minacciato", a rischio di perdere quell'amore di cui a bisogno. Non ti ricorda il profilo di chi commette violenza sulle donne?

4) Dare sculacciate è inutile e.. ingiusto

Oltre che inutile a lungo termine, come sistema è pure un filino ingiusto.. poiché non tiene conto del bisogno che ha scatenato il comportamento, né l'inoffensività del bambino.

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Non è giusto!

5) Le sculacciate non incoraggiano a far meglio

Anche le ultime ricerche scientifiche sugli adulti hanno dimostrato che per motivarci a fare meglio, un incoraggiamento basato sulle nostre reali capacità funziona infinitamente meglio di una sgridata o una presa in giro.

Prova a immaginarti a commettere una mancanza sul lavoro. Ora, prova a immedesimarti : in un caso, il tuo responsabile dice davanti a tutti :

"Ma non ti vergogni, con l'anzianità che hai, commettere una dimenticanza da pivellino? Non meriti neanche che io ti parli!"

In un altro caso:

"Forse dobbiamo rivedere il carico di lavoro e l'organizzazione dell'équipe, per fare in modo che tutti abbiate le condizioni ottimali per dare il meglio. Sono sicuro che troveremo insieme il modo per rimediare e fare sempre meglio"

In quale situazione ti sentirai confortato e motivato a dare il massimo per la tua azienda?

Con un bambino, non è molto diverso. Come possiamo aspettarci che chiunque abbia voglia di migliorarsi e dare il meglio di sé, quando è sottoposto a paura o vergogna, o peggio, quando sente che a causa del suo comportamento, non è più desiderato o amato?

Una sana autostima dipende anche e soprattutto da quanto siamo stati accettati e amati incondizionatamente, cioè anche quando non ci siamo comportati "bene".

Solo così non associamo più il nostro valore al risultato delle nostre azioni, ma siamo consapevoli di meritare amore e stima a prescindere.

6) Queste piccole o grandi forme di violenza creano confusione nella mente dei più piccoli.

Le persone che hanno il compito di proteggerci e amarci, sono anche capaci di farci male.

Questa associazione "amore/dolore" può essere pericolosa più tardi. La memoria per immagini funziona molto prima di quella verbale, e questo fa sì che il nostro inconscio registri delle informazioni "non razionalizzate" dall'uso della parola. Che però, restano, e possono (o no) emergere più tardi sotto forma di reazioni automatiche a certe situazioni..

Diventa normale, insomma, concepire che in una relazione d'amore ci sia della sottomissione e l'uso della forza sul più debole; che vada bene picchiare per correggere, picchiare per amore.

7) Le sculacciate distolgono l'attenzione dal rimedio al comportamento negativo

I sentimenti generati nei bambini, come la vergogna, l'incomprensione, il sentimento di ingiustizia subita e il conseguente desiderio di vendetta.. in realtà distolgono il bambino dal capire cosa c'è di male in quello che ha fatto.

Anziché cercare di rimediare, l'impulso sarà o di vendicarsi, o di nascondersi la volta successiva, o di sentirsi inadeguato.

8) Le violenze anche occasionali influiscono sul cervello

Lo sviluppo emotivo e sociale del cervello subisce un intoppo. Più o meno importante secondo la ripetitività dell'uso della violenza, ma pur sempre un intoppo.

Non perdere il poster per insegnare a tuo figlio a gestire un litigio!

Visti gli effetti, perché continuiamo a dare le sculacciate?

Ci sono diversi motivi. Intanto, perché ci sentiamo "minacciati" dalle tempeste emotive dei bambini.

Ci disturbano, perché non le capiamo, perché non corrispondono ai nostri codici di comportamento.

Perché ci obbligano a interrompere quello che stiamo facendo, e a cercare di capire, di andare a fondo.

Le sculacciate o le punizioni, invece, ci danno l'impressione di poter "gestire facilmente e immediatamente" la situazione, di avere "il controllo". Sono io che comando, e tu mi devi obbedire, con le buone o con le cattive.

Anziché "Ti mostro come fare, ti sostengo e ti sono da guida perché tu possa crescere bene".

effetti-delle-sculacciate-genitori-guidaE poi, perché siamo tutti stati cresciuti così.

Storicamente, i diritti dei bambini hanno cominciato ad emergere solo negli ultimi decenni.

Siamo cresciuti così e quindi cresciamo nello stesso modo i nostri figli, in parte perché questi meccanismi involontari sono rimasti registrati nel nostro cervello, in parte perché la società lo considera ancora normale o quantomeno accettabile.

Possono esistere violenza e soprusi "a fin di bene"?

Il dibattito è aperto.

Nel frattempo, resta dimostrato che violenza genera violenza. Senza se e senza ma.

Fonti, riferimenti, approfondimenti

Questo articolo è il frutto di diversi anni di letture, ripensamenti, discussioni. Non tutte le fonti e i libri che mi hanno aiutato sono in italiano. Ti elenco quindi una serie di opere disponibili in lingua italiana di autori che mi hanno ispirato lungo il percorso. Non sono tutti l'esatta traduzioni di quelli che ho letto io, ma sono sicura che saranno tutti un utile approfondimento.

Più in basso, troverai invece un elenco di siti e articoli consigliati o da cui mi sono ispirata, questa volta lasciando anche quelli in inglese o francese.

Il movimento contro le cosiddette "Violenze Educative Ordinarie" è molto forte in Francia, tanto da aver spinto il Parlamento a votare una prima proposta di legge che le vieta (30 novembre 2018).

Il Consiglio d'Europa sostiene e lavora attivamente per far in modo che i suoi 47 stati membri mantengano l'impegno preso nell'Agenda del 2030 per lo sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, in particolare l'Articolo 16.2 sulla fine di TUTTE le forme di violenza contro i bambini.

Vicino a noi, le forme di violenza educativa ordinaria sono legali oltre che in Italia, anche in Regno Unito, Repubblica Ceca e Svizzera; dei 47 Stati membri del Consiglio d'Europa, 32 su 47 le proibiscono ufficialmente (fonte); nel mondo, 54 Stati le hanno proibite ufficialmente, incluso in casa (fonte).

La biblioteca di riferimento

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Gli articoli sul web

In italiano:

In inglese:

In francese:

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