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Piangono se inverti l'ordine dei vestiti. Urlano se non fai quello che ti hanno chiesto (per favore) IMMEDIATAMENTE. Battono i piedi se a tavola non c'è nulla che a loro piace. E poi, più tardi, chissà, magari ci rispondono male se non diamo loro il permesso di uscire la sera con gli amici. Come gestire le crisi di rabbia, le piccole e grandi frustrazioni dei bambini senza urlare e dare di matto? Cambio di prospettiva, qualche astuzia e tanta pazienza..

I bambini e le piccole crisi di rabbia quotidiane

Prima di saperne di più, mi facevano impazzire quelle giornate. Il piccolo che si rifiuta di mettere le scarpe se non lo aiuto io, e non lo faccio seguendo la sequenza esatta di movimenti. La grande che vuole più autonomia, e allora urla di frustrazione non appena le sembra che decido io troppo spesso.

E poi! I pianti per chi si siede sulla sedia a sinistra.

La più memorabile è stata sicuramente quella in cui mio figlio si è rovesciato apposta il sugo di pomodoro addosso perché non voleva che io lo pulissi. (ma questa te l'ho già raccontata). Come si fa a non scendere al rapporto di forza, al braccio di ferro e alla reazione emotiva? Rabbia dei bambini contro rabbia dei genitori, primo match! per dire.

Se è vero che non esiste una bacchetta magica che trasformi i nostri bambini in esseri ragionevoli e razionali (quella dovrebbe corrispondere all'età adulta..), possiamo forse capire meglio cosa succede e elaborare qualche trucco per prendere le crisi di rabbia con filosofia.. e già che ci siamo, magari anche farle smettere prima di arrivare ai castighi!

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No, non capisco.
Foto di Kelli McClintock su Unsplash

 

Cambiare il punto di vista sui bambini e la loro rabbia

Iniziamo dal nostro punto di vista. È chiaro che se guardo a mio figlio come "Ecco, vediamo cos'altro si inventa per farmi arrabbiare!" il mio atteggiamento nei suoi confronti non parte da una grande apertura e ascolto empatico.

Qual è il nostro obiettivo? Immagino che principalmente siano due:

  1. calmare la crisi

  2. insegnare a canalizzare la rabbia nel rispetto degli altri.

Se penso che mio figlio lo sta facendo apposta, che capitano tutte a me, che non è possibile, ma non è neanche capace, eccetera eccetera, preparo un eccellente terreno per arrabbiarmi a mia volta, per rispondere o contrattaccando, o difendendomi.

È la naturale reazione del nostro cervello di fronte a una minaccia.

Così facendo, però, ci allontaniamo dai nostri due obiettivi.

Intanto, quando ci arrabbiamo a nostra volta, per imitazione automatica (vedi i mitici neuroni specchio) anche i bambini si arrabbiano ancora di più.

E poi, perdiamo il controllo e quindi non diamo un grande esempio su come insegnare a canalizzare la rabbia nel rispetto altrui.

Se invece guardo alla crisi di rabbia dei miei bambini come alla manifestazione di qualcosa che non va, di un bisogno insoddisfatto espresso in malo modo, il mio approccio cambia. Vado alla ricerca di soluzioni, anziché di "giustizia" o correzione.

Nel bambino, la parte del cervello che controlla gli impulsi emotivi è ancora in pieno sviluppo (lo ricordo: raggiunge il pieno sviluppo intorno ai 25 anni, giusto per rassicurarti).

Quindi basta poco: fame, sete, sonno, gelosia, stanchezza dopo una giornata a scuola o in asilo a dibattersi nel marasma dei compagni, che un no da parte nostra fa scattare il suo sistema nervoso in un'esplosione di tensioni.

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I nostri obiettivi davanti alla rabbia dei bambini

Chiarito questo, è ovvio che nonostante tutta la nostra comprensione ed empatia, e magari anche i nostri tentativi di prevenire queste crisi di rabbia dando ai bambini il massimo della nostra attenzione e disponibilità, non abbiamo comunque voglia di sopportare che nostro figlio ci prenda a calci o urli in mezzo al supermercato, giusto?

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Ah, le sceneggiate in pubblico..
Foto di Hanson Lu su Unsplash

Perché ricordo che gli obiettivi sono due:

  1. per calmare la crisi = comprensione, pazienza ed empatia

  2. per insegnare quali comportamenti vanno bene = dobbiamo comunque proporre un comportamento alternativo, giusto?

La cosa per me assolutamente più difficile da ricordare è questa: mentre i miei bambini sono nel mezzo di una crisi di rabbia, è assolutamente inutile che io stia a spiegare come dovrebbero fare.

Il cervello è concentrato su altro in quel momento. In qualche modo però, a noi sembra utile e appagante passare dieci minuti di ramanzina "Ma non mi ascolti neanche!"

Ho provato quindi con una certa gioia e soddisfazione queste soluzioni alternative che ti propongo ora a mia volta: se non altro canalizzano le mie, di energie, che già  non è male!

Prima soluzione: usare il gioco e l'ironia.

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Altolà, marrano!
Foto di James Pond su Unsplash

Premetto che per usare questa soluzione, bisogna essere in una disposizione d'animo per cui riusciamo a guardare la scena con distacco e girarla in chiave divertente. Difficile se siamo anche noi in preda alla stanchezza e alla frustrazione.

Quando però ci riusciamo, i vantaggi sono numerosi perché il riso ha il potere di far scendere immediatamente la tensione e anche di creare un legame emotivo positivo piuttosto forte.

Una delle situazioni in cui può essere adatta è quando il bambino è un po' violento: possiamo allora proporre un gioco di lotta dove possa sfogare fisicamente la tensione ma in modo bonario e positivo.

"Ah, ma allora tu ti vuoi trasformare nel cavaliere della notte grigia! devo difendermi".

Si inscena un mondo fantastico e si vede se il ambino riesce a passare dalla fase di rabbia a quella del gioco, dove la lotta non è più impostata a fare male.

Un'altra occasione in cui la uso è lo scherzo quando i bambini litigano. Li vedo iniziare a venire alle mani, allora con nonchalance osservo:

"Oh mi sembra che non vi funzioni più la lingua! State usando le mani al posto delle parole, vedo!"

E spesso la cosa li fa ridere e passare alla ricerca di una soluzione alternativa.

Seconda soluzione: coccole e abbracci

Nel caso dei bambini piccoli e nelle crisi per accumulo di tensione, quello che funziona molto bene è abbracciarli, contenerli, in modo che grazie al contatto con noi si calmino e riprendano il controllo.

Ci è difficile accettare che il nostro abbraccio non sia un incentivo alla sceneggiata, ma in realtà è uno "strumento" necessario a colmare un bisogno. Insomma, l'amore non è una ricompensa ma un carburante.

Questo richiede che il bambino sia d'accordo nel farsi abbracciare, il che non è sempre il caso.. Non c'è bisogno di fargli forza se proprio non vuole.

Di solito io chiedo a mio figlio se ha bisogno del mio aiuto per calmarsi, e adesso è lui stesso a urlarmi tra i singhiozzi "coccole mamma coccole!"

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Terza soluzione: ridirigere l'attenzione

La ridirezione è particolarmente efficace davanti a una frustrazione per un nostro no.

Prima che si scateni la lotta "ma io voglio" - "ma io no", non appena sentiamo montare le resistenze dei bambini possiamo provare a passare ad altro.

Quando i miei figli al panificio provano a corrompermi per comprare un croissant alle 6 di sera ("ma è per la colazione di domani mamma! Così ci alziamo prima!"), provo a instaurare una conversazione:

"Sai una cosa, una volta ho provato a farlo in casa! non è per niente facile! Cosa ne dite se una volta proviamo insieme? Secondo voi, che ingredienti servono?"

Questo aiuta a manifestare il nostro interesse per i gusti e i desideri del bambino. Ricordo che quando i miei erano più piccoli, per evitare di far partire lunghe ed estenuanti negoziazioni, lanciavo un no secco ancora prima che mi facessero una richiesta.

Magari mi stavano solo facendo vedere una cosa che a loro piaceva, e io subito "NO!".

Il che, ammettiamolo, è un po' come quando inizio a dire a mio marito "Mi piacerebbe andare..." e lui mi interrompe dicendomi che penso solo alle vacanze. Piuttosto frustrante.

"ah ma sì è bello questo, cosa ti piace in particolare? Come lo useresti?"

Coi bambini più piccoli possiamo usare una ridirezione fisica, anziché verbale - prendendoli in braccio e indicando loro un altro oggetto, o cambiando stanza.

Quarta soluzione: la verbalizzazione delle emozioni.

Descrivere quello che è successo e quello che vediamo, dire le emozioni dei bambini ha duplice beneficio, soprattutto coi più piccoli.

Intanto mostriamo loro che li capiamo, che non consideriamo negativamente l'espressione della loro emozione; e questo è il top in termini di autostima per un bimbo piccolo.

Manteniamo una connessione empatica con loro; e spesso il sentirsi capiti e ascoltati basta a calmarli. In più insegniamo loro ad acquisire un vocabolario emozionale.

Quinta soluzione: l'effetto sorpresa

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Foto di Marcela Rogante su Unsplash

La risposta a sorpresa funziona bene anche coi più grandi, addirittura in certi casi con gli adolescenti.

Se ci rispondono male, per avere la loro attenzione rompiamo gli schemi. Si aspetteranno un solito "come ti permetti!" e magari stanno già affinando le armi per lanciarsi in una feroce discussione.

Allora noi facciamo una risposta completamente diversa, quasi assurda, ad esempio cantando. E nel farlo, possiamo suggerire un modo diverso e più educato di rivolgerci a noi:

"ah, forse volevi dire grazie mamma che fai tutte queste cose per me, scusa se ti disturbo ma potresti metterli tu a lavare i miei calzini? povero me, mi sono dimenticato!"

Tra parentesi funziona anche coi bambini. Quando mio figlio di 4 anni mi dice: "Io non posso mangiare perché mangio solo la banana tagliata a fettine", con tono ironico rispondo:

"uhm, mi è sembrato di sentire per favore mamma vorrei tanto una banana tagliata a fette. Ma non sono sicura. No, forse me lo sono immaginato.."

E aspetto. Di solito qualcosa poi succede.

Sesta soluzione: calmiamoci

Infine, l'ultima strategia consiste nel.. calmarci noi. Se cerchiamo di calmare un bambino essendo noi in preda a una crisi di rabbia, non funziona molto bene.

I bambini se ne accorgono, sentono la nostra tensione interiorizzandola. Un po' come chiedere di stare in silenzio urlando.

Meglio allora uscire un attimo dalla stanza. Prendi un tempo di pausa, ripensa a un episodio buffo che ti faccia sorridere..

Prima di tornare nell'arena.

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Fonti, riferimenti, approfondimenti

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"Bambini, è ora di uscire! Dobbiamo andare a fare la spesa e se facciamo in tempo andiamo anche al parco. Dai, spegnete, è quasi un'ora che li guardate." Non fai in tempo ad avvicinarti all'ingresso, che i bambini sono già belli pimpanti, sorridenti, e pronti con scarpe e giacca. No no no ferma un attimo. Questa è fantascienza. Se i tuoi bambini non fanno sceneggiate dopo che spegni loro la TV, puoi tranquillamente cliccare altrove. Ma saresti in scarsa compagnia, quindi tanto vale resta e dacci qualche consiglio! Se invece vuoi capire anche tu come mai succede e se esiste rimedio, continua pure a leggere..

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Sondiamo il mistero della relazione tra bambini e schermi - Foto di Annie Spratt su Unsplash

 

I bambini, la TV, e l'inutile lotta contro le inevitabili sceneggiate

Lo ammetto. Avevo bisogno di un po' di tempo per me. Del tipo fare la doccia senza che nessuno entri per chiedermi dove sono e se posso leggere una storia.

O restare sdraiata sul letto per dieci minuti IN PIENO POMERIGGIO di una domenica. Anche se non piove e non stiamo giocando alla lotta o all'aeroplanino.

E poi, un'oretta di cartoni di tanto in tanto non ha mai fatto male a nessuno dopo i 3 anni, no?

Soddisfatto il mio bisogno di isolamento, è riaffiorato il senso di colpa da "Ohmamma è già un'ora che guardano la TV speriamo che non stia danneggiando irreversibilmente il loro sviluppo cerebrale!"; e con esso, è scattato il mio sereno ma perentorio "Bambini! È ora di spegnere per favore!" - addirittura dall'altra stanza.

Tragedia e sconvolgimento.

Devo dire, non vi ero più abituata perché dopo una fase in cui mia figlia maggiore aveva evidenti difficoltà a passare ad altro dopo i cartoni, avevamo trovato una serie di accorgimenti e limitazioni che avevano reso il tempo davanti agli schermi piuttosto tranquillo.

Certo, ora è mio figlio piccolo a rientrare in quella fase..

Se non stavo dando troppo peso alle urla e ai pianti, non ho potuto ignorare il tonfo - seguito dallo splash - e dall'improvviso silenzio.

Un terribile sospetto ha fatto capolino..

"Non hai rovesciato il secchio pieno di acqua per lavare i pavimenti, VERO?!" 

Sono davvero sceneggiate o è vero che la TV fa male ai bambini?

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Tragedia e sgomento! foto di Marco Albuquerque su Unsplash

Non sono nemmeno fiera di ammettere che mi sono arrabbiata. Nonostante mio figlio stesse cercando di asciugare e rimediare al danno.. Ma c'era un centimetro d'acqua sul pavimento!

La rabbia era rivolta verso di me, che non avevo saputo evidentemente inquadrare il tempo davanti alla TV nel modo opportuno.

Ma sorge inevitabile la domanda: sono davvero capricci? Sono solo sceneggiate fatte per "punirci" perché li priviamo di qualcosa che a loro piaceva? O crisi di rabbia perché non possono esercitare la loro volontà?

Cosa succede nella testa dei bambini davanti agli schermi

I cartoni animati, i videogiochi, le animazioni su touch screen sono un sapiente miscuglio di suoni, colori, movimenti che hanno un effetto particolare sul cervello.

Nei bambini al di sotto dei 3 anni, sarebbero da evitare senza se e senza ma, perché possono realmente danneggiare il loro sviluppo cerebrale.

Il cervello dei bimbi così piccoli infatti non è ancora maturo per integrare efficacemente i diversi stimoli di un cartone animato, mentre è fatto per imparare dall'interazione con gli altri esseri umani.

Ma vediamo cosa succede per i più grandicelli, dai 3 anni in su.

Si innesca un sistema di gratifica immediata e continua; un'alternarsi di tensione e ricompensa che fa rilasciare dopamina.

La dopamina è un neurotrasmettitore associato al sistema cerebrale della ricompensa e scatena sensazioni di piacere.

Fin qui, tutto normale. Il problema è che si crea quindi una dipendenza.

Pensa per un attimo al tuo bambino, seduto immobile davanti allo schermo, tutte le sue funzioni vitali dimenticate. È catturato da ciò che vede e sente, avviluppato da questo sistema di ricompensa costante.

La dopamina circola, e nel frattempo tutto il corpo accumula tensione.

Arrivi tu con tutta la tranquillità del mondo, e spegni. Bam.

In un istante, i livelli di dopamina precipitano, si crea come un vuoto in cui esplodono le tensioni. Tuo figlio ha bisogno dei cartoni in quel momento, non riesce a contenere la frustrazione.

Con alti e bassi in base all'età, naturalmente: che determina la capacità a gestire la frustrazione, a reperire il passare del tempo, e a gestire le transizioni.

Qualche soluzione per ridurre le sceneggiate dei bambini dopo la TV

Inevitabile allora sorbirsi quel quarto d'ora di pianto ogni volta? O sarebbe meglio abolire del tutto il tempo davanti ai cartoni o ai video giochi?

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Mio figlio e io mentre decidiamo per quanto tempo guardare i cartoni. Foto di Chris Sabor su Unsplash

Visto che viviamo nell'era del digitale, eliminare qualsiasi contatto con gli schermi può sembrare un filo eccessivo.. Inoltre guardare insieme un cartone animato o un film può essere un bel momento da passare in famiglia.

Ecco qualche suggerimento tra quelli che funzionano in casa nostra, o che ho trovato particolarmente ispiranti!

#1: Patti chiari, amicizia lunga

Stabilire le regole prima aiuta moltissimo, sempre ma in particolar modo in questo caso. Il che significa, ad esempio, decidere insieme di una routine settimanale adatta, o di un momento idoneo nell'arco della giornata.

Qualche tempo fa, coi miei bambini avevamo stabilito insieme in quali giorni potessero guardare i cartoni prima di cena, e la cosa aveva funzionato bene.

In questo caso, si possono evidenziare i giorni o i momenti stabiliti con un colore o un simbolo sul calendario in un punto visibile per i bambini, in modo che sappiano da soli quando hanno o meno diritto a questo tempo.

Un'altra astuzia che avevamo trovato utile era usare un timer (Questi timer visivi sono particolarmente adatti per indicare lo scorrere del tempo!).

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#2: Prima il piacere, poi il piacere

Sembra ovvio una volta che uno lo legge, ma anche io non ci avevo mai pensato più di tanto.. Guardare la TV è un'attività molto piacevole, lo abbiamo visto.

Se pretendiamo di passare ad altro, e questo altro è un'attività particolarmente ostica come andare a fare la spesa o lavarsi i denti, sembra quasi un filo sadico.

Quantomeno, possiamo non sorprenderci se i bambini non saltano di gioia all'idea.

Per insegnar loro ad accettare più facilmente questo passaggio, possiamo allora cercare di fare la transizione verso un'attività altrettanto piacevole come leggere insieme una storia o fare merenda.

#3: Chi dice routine, dice disponibilità

Sono la prima colpevole. Quante volte mi dico "Approfitto che sono tranquilli per... " e poi quando mi chiedono i fatidici "ancora 5 minuti!" sono quasi contenta perché non avevo ancora finito quello che avevo cominciato??

Solo che se cedi una volta, e cedi due.. diventa un filo inutile decidere insieme le regole e i tempi dei cartoni.

Quindi, se vuoi appianarti la strada.. Fai in modo di essere disponibile quando scade il tempo!

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#4: Riflettiamo come uno specchio..

Per far capire che abbiamo capito. Non sempre riuscirà a placare immediatamente la crisi, ma alla lunga contribuirà senz'altro a instaurare una relazione di fiducia.

Dire cose come "Vedo che sei molto arrabbiato"; o "Vedo che ti rende proprio triste quando spegniamo la TV"

sembra, ai nostri orecchi adulti, un modo un po' sciocco di ripetere un'ovvietà.. Solo che per un bambino il fatto di sentirsi capito anche nella manifestazione delle sue emozioni è molto importante.

Altra cosa utile: concentrarci sul dire quello che constatiamo ci evita di esplodere in esclamazioni potenzialmente deleterie come "Siete insopportabili quando fate così!" - quindi doppio bonus.

Allo stesso modo, quelle volte in cui riescono a spegnere tranquilli la TV possiamo complimentarli per come hanno gestito bene la transizione. Giusto per non concentrarci solo sulle cose che non vanno!

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#5: Una relazione sana con gli schermi

Quando ho letto quest'ultimo suggerimento in un articolo americano, mi si è accesa una lampadina. Sai, come quando capisci una cosa ovvia ma a cui non avevi mai pensato prima? Che senti quel misto di entusiasmo e vergogna, perché comunque insomma, era così semplice.

Allora la prossima volta che riuscite a spegnere la TV senza eccessive sceneggiate, prova a chiedere ai tuoi bambini come si sentono.

Magari invitali a chiudere gli occhi, e a riprendere contatto col loro corpo. Possono accorgersi di dover fare pipì. O che lo stomaco brontola.

I miei figli in genere restano incollati al divano in una specie di trance (a meno che non ci sia un lupo cattivo coinvolto nella storia); salvo poi correre avanti e indietro in bagno non appena ci sediamo a tavola 5 minuti dopo..

Abituarli (e abituarci!) a riconnetterci con le nostre sensazioni dopo un tempo davanti agli schermi contribuisce a far instaurare una relazione più sana e consapevole.

Inoltre non costa nulla né in termini di tempo, di energie né di denaro! C'è solo da provare.

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Quel giorno in cui i bambini non faranno più sceneggiate dopo la TV

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Già me la immagino, la scena di calma e relax in casa nostra! Foto di Simon Rae su Unsplash

Già, cosa faremo noi genitori quel giorno? Forse sarà semplicemente l'occasione di discutere più facilmente di quello che abbiamo guardato, dei videogiochi fatti.. Senza che diventi la scusa per imporre una qualche forma di controllo.

Forse vorrà semplicemente dire che i nostri bambini saranno diventati grandi, e il nostro ruolo non sarà più lo stesso.

Ma questa è un'altra storia.

Fonti, riferimenti, approfondimenti

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  • Ho parlato di Daniel J. Siegel già la settimana scorsa, e in effetti in "12 strategie rivoluzionarie per favorire lo sviluppo mentale del bambino" l'autore spiega certi comportamenti dei nostri bambini che noi genitori troviamo difficili alla luce di quello che si è scoperto sullo sviluppo del cervello. Disponibile sia su Amazon che su Il Giardino dei Libri

  • Interessantissimo articolo sui bambini e le dipendenze da cellulare. L'argomento non è esattamente lo stesso ma le dinamiche sono in effetti molti simili, e potenzialmente più preoccupanti visto che il cellulare è sempre con noi, contrariamente alla TV.

  • Per approfondire invece gli effetti della TV sul cervello dei bambini, ti consiglio di cominciare da questo articolo

Te lo ricordi, vero? La sensazione di bruciore allo stomaco che ti prendeva quando non ti sentivi completamente inserito nel gruppo. Il timore delle prese in giro. Quella tensione sottile e lacerante tra le aspettative degli adulti e quelle dei compagni. La voglia inconciliabile di tornare bambino e essere grande allo stesso tempo. Ah, la preadolescenza, come aiutare i nostri figli a destreggiarsi nelle relazioni tra coetanei? C'è una chiave per entrare in questo mondo delicato?

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Foto di Jamie Taylor su Unsplash

Come aiutare i genitori ad affrontare la preadolescenza dei loro figli?  

Qualche settimana fa, ho ricevuto una mail da una mamma lettrice (grazie!).

Mi chiedeva se potevo approfondire il tema della preadolescenza, per capire come aiutare i ragazzini di quest'età.

Parlo spesso di bambini più piccoli.. perché la mia esperienza con preadolescenti (e oltre) è ancora limitata al mio passato.

Per fortuna, mi è venuta in soccorso Giorgia!

Giorgia Veronese è pedagogista a Verona, e la storia del nostro legame mi sta particolarmente a cuore.

Giorgia-Veronese-educazione-pedagogista-VeronaPerché io e Giorgia non ci siamo mai incontrate di persona. Ho trovato il suo blog quando ricercavo materiale d'approfondimento per uno dei miei articoli.

Ne sono stata subito catturata per la delicatezza del suo scrivere, i consigli utili; il tutto con la leggerezza e la gioia di condividere un mestiere che si ama.

Mi sono permessa di scriverle, per farle sapere che avevo inserito i riferimenti al suo articolo nel mio. Mi ha risposto subito.. E siamo rimaste in contatto epistolare.

Non è magnifico internet? Si possono instaurare dei legami a distanza, appesi al filo delle parole sospese alla rete.

Giorgia ha accettato di approfondire per noi questo periodo difficile che è la preadolescenza, e io la ringrazio infinitamente!

Se ti interessa saperne di più, puoi intanto leggere gli articoli di Giorgia sul suo blog, tra cui, sempre in tema, "Preadolescenza: età di grandi cambiamenti".

Inoltre, Giorgia riceve i genitori su appuntamento nel suo studio a Verona! Per contattarla troverai tutti i riferimenti nel suo sito, www.educazionequotidiana.it, sia nella pagina "Chi sono", sia in "Contatti".

Preadolescenti: la relazione con i coetanei

Nell'età della preadolescenza, età che indicativamente va dagli undici ai quattordici anni, cioè quelli della scuola secondaria di primo grado, le amicizie dei ragazzini e delle ragazzine nascono e crescono per lo più tra i compagni di classe o almeno della stessa scuola, anche perché è molto il tempo che la scuola richiede loro, sia per la frequenza delle lezioni che per lo studio ed i compiti.

Qualche amicizia si fa strada anche grazie allo sport o altre attività extrascolastiche, come danza o musica, ma, al di fuori di questi orari così organizzati e strutturati, resta ben poco tempo per conoscere o frequentare coetanei e per coltivare amicizie importanti.

L'amicizia in preadolescenza...

In questa fascia d’età e per tutto il periodo dell’adolescenza le amicizie che si creano e si coltivano spesso sono tra le più importanti e alcune rimangono per la vita.

La complicità che si scopre, la possibilità di condividere le insofferenze verso i genitori e gli adulti in genere, le confidenze più segrete, il sostegno e la conferma delle proprie idee e scelte, rendono queste relazioni quasi esclusive e ricche di significati profondi, difficili da definire, rassicuranti e allo stesso tempo in balìa di variazioni repentine di umori e sentimenti, ma sempre "totalizzanti", come solo a quest'età sono quasi tutte le esperienze che si vivono.

L’amica o l’amico del cuore...

Questa amicizia esclusiva rappresenta la possibilità di rispecchiarsi, di vedere se stessi nell'altro e di ricevere e restituire in questi scambi conforto, approvazione, anche le critiche, purché poste e vissute come spinte a migliorare.

L’amica o l’amico del cuore può anche diventare un esempio da imitare se ha qualità che affascinano, ad esempio un carattere più aperto o un’intelligenza più acuta, un intuito più pronto o una sensibilità più marcata, la parlantina più fluida e convincente o una maggiore sicurezza nel rapporto con gli altri…

Nel cercare di diventare come lei o lui, ci si mette alla prova, ci si sforza di migliorare, si mettono in atto comportamenti che incoraggiano man mano a modificarsi per assomigliarle/gli pur sentendo di poter rimanere se stessi perché l’amica o l’amico ci ha scelto tra tanti e la reciprocità di questa scelta è continuamente rinnovata.

Sono esperienze molto importanti di crescita personale e sociale, che ogni preadolescente dovrebbe poter vivere.

Con l’amica o l’amico del cuore, soprattutto se piace anche ai genitori (si spera, altrimenti si possono innescare reazioni di ribellione e di ostinazione difficili da controllare…), si può ottenere il permesso di vivere esperienze man mano sempre più aperte al mondo esterno alla famiglia, pur con la sicurezza che dà la “supervisione” degli adulti: l’uso dei mezzi pubblici per raggiungere la scuola o il centro, la vacanza con la sua famiglia e senza i propri genitori al seguito, la festa di compleanno di qualche altro amico, dormire a casa sua qualche volta, fare qualche piccola spesa personale, …

Il gruppo dei pari...

Anche il gruppo dei pari a questa età ha un’importanza grandissima nella costruzione definitiva dell’identità personale, perché rappresenta e contiene possibilità diverse di confronto, personalità varie e sfaccettate che permettono il rispecchiarsi l’uno nell'altro, negli altri, di scoprire diverse modalità di comprendere il mondo e di porsi in confronto ad esso, di cercare aspetti da imitare o di individuarne altri da rifiutare, nella vantaggiosa posizione di sentirsi parte di qualcosa, di poter sperimentare nuovi atteggiamenti, protetti in qualche modo dallo scudo dei compagni, uniti contro tutti, in particolare gli adulti…

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Foto di Inbal Marilli su Unsplash

Attenzione ai rischi...

Il gruppo può talvolta far sentire invincibili, coraggiosi e spinti ad azioni anche rischiose per ottenere l’ammirazione degli altri, molla molto potente nell'attivazione di certi comportamenti.

Provare il piacere dato da sensazioni forti, eccitanti, trasgressive è qualcosa che i preadolescenti ricercano il più possibile, spesso senza tener conto delle possibili conseguenze.

Genitori e adulti in genere devono vegliare in questo senso, tenere alto il livello di attenzione, informarsi sugli amici che il loro figlio frequenta, cercare di conoscerne i genitori, mettere in guardia i ragazzi dai possibili rischi di certe azioni e bravate, prendersi la responsabilità di dire di no, di impedire alcune scelte potenzialmente pericolose.

Non si tratta di mettere i figli sotto una campana di vetro o di limitarne la giusta possibilità di fare esperienze, ma di stare al loro fianco con occhi e orecchie attenti e vigili, ragionando con loro e motivando le proprie decisioni, prese sempre per il loro bene.

Femmine e maschi…

Per lo più composto da sole femmine o soli maschi, il gruppo dei pari per qualche tempo mantiene ben divisi ruoli, legami e frequentazioni perché è più semplice a quest’età stare tra persone dello stesso sesso, anche per le diverse modalità che femmine e maschi hanno di interpretare ciò che accade e di agire di conseguenza…

Naturalmente entrambi i sessi praticano attività fisica, sport di qualche tipo e cercano con gli amici un legame intellettivo ed emotivo importante, ma, con le dovute eccezioni, si può dire che le femmine sono più interessate alla sfera emotiva degli eventi, alle relazioni, al dialogo, al decifrare ogni dettaglio di ciò che accade loro con l’amica o le amiche, mentre i maschi sono più portati all'azione, ad agire e comunicare con il corpo, al mostrarsi forti ed a mascherare meglio le loro emozioni più intime.

La curiosità reciproca verso l’altro sesso c’è, anche se spesso viene tenuta a freno e filtrata attraverso lo schermo di protezione che il proprio gruppo garantisce, ma non mancano occasioni di contatto, di incontro, di osservazione, di scambio.

Come non mancano le critiche, i pregiudizi, le convinzioni svalutanti che vengono rinforzate nello scambio interno al gruppo, ma che possono, sotto sotto, nascondere la tentazione di avvicinarsi a qualcuno o a qualcuna dell’altro gruppo.

Le relazioni difficili...

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Foto di Providence Doucet su Unsplash

Non tutti riescono con facilità a trovare l’amicizia o a coltivarla nel tempo e spesso questo non dipende nemmeno dalla volontà della ragazzina o del ragazzino stesso, ma da una timidezza, una riservatezza e una grande sensibilità che fa provare loro un forte pudore a condividere confidenze ed a raccontarsi, una fatica ad aprirsi a nuove relazioni, per cui non si sentono pronti a prendere l’iniziativa per conoscere meglio un compagno o una compagna che ammirano.

Queste loro caratteristiche o un diverso modo di intendere le relazioni e l’amicizia stessa, a volte frenano e limitano la possibilità di inserirsi in un gruppo, di legare con i coetanei e così non riescono ad entrare nel gruppo dei pari o a percepirsi come parte di esso e si sentono sempre un po’ “fuori dal coro”.

Oppure può accadere che vengano guardati con diffidenza dagli altri, se non addirittura con scherno e la loro timidezza può essere scambiata per alterigia o per una limitata capacità generale e possono essere evitati o perfino esposti a prese in giro, scherzi stupidi, provocazioni varie…

Il gruppo stesso non si dimostra accogliente o, anzi, li può tenere alla larga o addirittura prendere in giro per qualche improbabile motivo, spesso futile, pretestuoso, legato talvolta a pregiudizi che non sono sostenuti da vere convinzioni o valide motivazioni...

Se tuttavia, qualcuno del gruppo, che abbia un forte carisma sugli altri e venga ascoltato e seguito in quello che dice o fa, dimostra loro amicizia e voglia di accoglierli, ecco che tutti gli altri possono cambiare idea e mostrarsi disponibili verso di loro.

Voi genitori vi accorgete o dovreste accorgervi se vostro figlio preadolescente vive una situazione di solitudine sociale, della scarsa o nulla attività telefonica con amici, della noia che pare manifestare ma contemporaneamente della non volontà ad uscire di casa, della ricerca di attività solitarie come la lettura o l’ascolto della musica in cuffia, del molto tempo passato al computer (… ma starà studiando o starà esplorando contenuti in rete? E, in caso, quali?...), della preferenza per sport individuali, dello studio sempre da solo e mai condiviso con qualche compagno o compagna…

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Foto di Jesus Rodriguez su Unsplash

Cercate di capire cosa fa quando è da solo o da sola e, se le sue attività sono creative (di tipo artistico o intellettuale o artigianale, ecc.), probabilmente avete davanti un essere sognatore, un po’ idealista, con un immaginario ricco, che incanala le sue idee in attività che lo appagano e che forse, per questo, ricerca una tranquillità da non scambiare con la solitudine, anche se rimane importante avere la possibilità di frequentare coetanei. Se invece vi accorgete che prevalgono in lui o in lei la noia, l’apatia, la pigrizia fisica e mentale, è importante che pensiate a come intervenire.

Come aiutarli? Qualche spunto per riflettere…

Non è semplice aiutare ragazzini così sensibili e, come genitori, la prima cosa utile da considerare è sempre quella di ascoltarli il più possibile, in modo vero, profondo, sintonizzandovi anche su ciò che non vi dicono, ma che segnalano con il comportamento: forse un bisogno maggiore di attenzione, forse un disagio se in famiglia c’è qualche tensione… Magari vivono un senso di insicurezza se non si sentono valorizzati oppure hanno davanti un modello materno (per le ragazze) o paterno (per i ragazzi) “irraggiungibile” secondo loro; o anche fratelli o sorelle maggiori “troppo avanti” in tutti i sensi per potersi confrontare e con cui forse non hanno, per ora, una grande confidenza…

Provate a pensare, a ricordare come vi sentivate voi alla loro età, ad aprire il canale del dialogo il più possibile, ma sempre rispettando i loro tempi e non insistendo troppo: saranno loro, quando si sentiranno pronti, a cercarvi per un consiglio, uno sfogo, il racconto di un episodio o altro...

Cercate di essere presenti in modo incoraggiante, rassicurarli sulle loro capacità e di ritagliarvi momenti significativi da condividere, magari entrando in punta di piedi nel loro mondo; facendovi spiegare qualcosa di tecnologico che vi può servire; accompagnandoli quando fanno sport e fermandovi a guardarli mentre lo svolgono; incuriosendoli con un libro che vi era piaciuto a quell'età; vedendo insieme un film che interessi ad entrambi e dia spunti di dialogo; camminando insieme; preparando con il loro aiuto un dolce o una pietanza… insomma… godendo della loro compagnia e facendoli sentire apprezzati e importanti.

L’esempio è sempre molto importante, soprattutto se voi avete amicizie che coltivate da tempo o che incontrate anche in nuove occasioni (ad esempio una vacanza) e li avete abituati a vedervi come persone socievoli ed a stare, anche loro, con voi, in mezzo agli altri.

Se vostro figlio o vostra figlia frequentano insieme a voi questi vostri amici, magari con i loro figli, questi rapporti, anche se non nascono spontaneamente (e senza mai venire forzati da parte vostra), possono crescere a volte con più tranquillità, al riparo dai rischi di un gruppo più grande o dei confronti che emergono in campo scolastico.

Condividere la condizione di “figli di amici, che sono costretti a vedersi e non si sono scelti” può anche farli sentire complici, liberi da reciproche aspettative e dalle relative ansie e fornire occasioni per mettersi alla prova ed esercitare la loro capacità relazionale.

Un’attività che potrebbe interessarli ed aiutarli ad entrare in contatto con le loro emozioni ed a poterle esprimere più serenamente, è il teatro.

Esistono in molte città realtà valide di corsi - per varie fasce di età - di avvicinamento e di preparazione alla recitazione, che in genere vengono guidati da persone motivate e sensibili.

Gli allievi vivono percorsi intensi, che li guidano, oltre agli aspetti tecnici legati all'arte teatrale, all'esplorazione ed alla comprensione del proprio mondo espressivo ed emotivo e che li possono portare a scoprire parti di sé impensate.

Anche gli insegnanti possono avere molti elementi di osservazione delle dinamiche relazionali che avvengono in classe e, se individuano situazioni di questo tipo possono intervenire con tatto e strategia ad esempio nel proporre agli alunni attività a due, affiancando all'alunno più riservato un compagno o una compagna più aperti, ma che abbiano caratteristiche equilibrate, accoglienti e non un carattere eccessivamente espansivo o impulsivo che potrebbe inibire l’altro invece che incoraggiarlo a fidarsi e ad aprirsi.

La lettura di testi specifici che parlino di questa età è sicuramente molto utile e illuminante e, nei casi più complessi, in cui non si riesca a stabilire una buona comunicazione con i propri figli, si inneschino dinamiche molto conflittuali o si tema di perdere di vista la propria competenza genitoriale, rivolgersi agli specialisti del settore può essere di aiuto.


Fonti, riferimenti, approfondimenti

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 Alcune indicazioni bibliografiche di Giorgia:

Qualche testo non proprio recente, ma sempre attuale, interessante e utile:

 I link aggiuntivi di Clio

Non perdere il sito di Giorgia: ci sono articoli e approfondimenti, adatti qualunque sia l'età dei tuoi figli.

Inoltre, Giorgia ha pubblicato qualche ebook per genitori e dei libri per bambini!

Qui sotto qualche titolo:

 

Chiudi gli occhi e prova a immaginarti tuo figlio tra vent'anni. Non c'è bisogno di avere i dettagli; ma che tipo di vita gli auguri, come lo vorresti? Sereno, stabile, indipendente, responsabile.. C'è un modo per sapere se siete sulla buona strada. E già, c'è un filone di ricerca che studia proprio questo: cosa fa sì che alcuni adulti, nonostante eventuali difficoltà, "vengono su bene" e altri no? Esiste un segreto per predire il successo dei nostri bambini nella vita? Così pare. E inizia con la P.

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Foto di Samuel Zeller su Unsplash

Conosci te stesso e avrai capito il segreto del successo dei tuoi bambini

Ci sono quelle volte in cui ti senti così profondamente felice di essere genitore, che siccome soffri un po' nel non dedicare ai tuoi figli tutto il tempo che vorresti, faresti qualsiasi cosa per i tuoi bambini.

Anche qualcosa di piccolo, come andare al parco, o prendere un gelato.

I miei figli sono bravissimi a percepire inconsciamente questo mio stato di grazia. E a spingere (sempre inconsciamente, sia chiaro) i limiti finché possibile.

Andiamo al parco, dunque. Quando si avvicina l'ora di rientrare, inizio con le avvisaglie :

"Sono le 5:30. Preferite andare via subito o tra dieci minuti?"

Non c'è bisogno che ti riporti la risposta dei bambini, giusto?

Passati i dieci minuti, "è ora di andare!"

I bambini subiscono un improvvisa paralisi muscolare accompagnata da parziale sordità.

Io increspo leggermente le labbra e sento affossarsi la ruga in mezzo alla fronte. La sensazione di beatitudine di poco prima sta lentamente svanendo.

Tu quante volte li devi chiamare? Quali strategie usi? Ti allontani controllando con la coda dell'occhio che ti seguano sbuffando? Li vai a prendere trascinandoli per i piedi con improbabili mosse di judo? Urli strepiti e togli privilegi? "Niente cartoni oggi!"

Ci sono situazioni che ci fanno letteralmente impazzire e ognuno ha le sue. La mia, è quando mi rispondono con insolenza.

Conoscere il nostro tallone d'Achille potrebbe rivelarsi decisivo per far crescere i nostri figli in adulti solidi e resilienti..

La ricerca su genitori, bambini e il loro successo

Quello che ti riporto ora è il condensato di una conferenza tenuta da Daniel J. Siegel  a Google  (la trovi in inglese a questo link).

Te la riassumo perché il lavoro di Daniel J. Siegel in neurobiologia interpersonale mi appassiona da matti.

Per farla breve: il ricercatore e la sua squadra studiano quali elementi, nell'interazione tra genitori e figli, fanno sì che i bambini crescano come adulti resilienti e di successo, indipendentemente dai fattori culturali.

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Foto di Elijah O'Donnel su Unsplash

Allora, qual è il segreto?

Andiamo con ordine. (Mica vorrai che te lo svelo così, senza neanche un po' di suspense!)

Il nostro amico ricercatore ha identificato:

  • 3 elementi chiave che insieme costituiscono il cuore di un attaccamento sicuro;

  • L'attaccamento sicuro, a sua volta, è il principale indicatore del fatto che i bambini cresceranno equilibrati e resilienti;

  • Infine, un ultimo elemento determina quale eroico genitore riesca a fornire questo tipo di attaccamento sicuro.

Piccola parentesi. L'attaccamento è il legame che si crea tra due persone, e in questo caso parliamo del legame tra il bambino e la sua figura adulta di riferimento.

Il bambino si lega, o crea un attaccamento, con la persona capace di fornirgli una risposta ai suoi bisogni.

Quando l'adulto in questione riesce a sintonizzarsi coi bisogni del bambino e diventa la base solida su cui si costruiscono le sue esperienze di vita, il bambino forma nei suoi confronti quello che viene definito uno stile di attaccamento sicuro: ha fiducia in lui, in sé e negli altri.

Mi segui fino a qui?

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I 3 elementi che ti porteranno al segreto del successo dei tuoi bambini

I 3 elementi che costituiscono un attaccamento sicuro sono l'essere:

  1. visti (Seen);

  2. calmati (Soothed);

  3. al sicuro (Safe).

Elemento 1: l'essere visti

Non parlo di notare un comportamento; ma di connetterci con il mondo interiore ed emotivo del bambino.

Immaginiamo un bimbo che esita a salire da solo sullo scivolo affollato di bambini. Rimane in disparte, ogni tanto prova ad avvicinarsi ma non osa. Quando pensa che nessuno lo guardi, sale piano piano fino in cima e poi, sempre cercando di passare inosservato, si butta.

Facciamo finta di essere la sua mamma. Lo abbiamo visto esitare, abbiamo sentito la sua paura, la sua timidezza.

Quando lo vediamo scendere dallo scivolo, esplodiamo in "Bravoooo!!! Ce l'hai fatta!! Hai visto che ce la potevi fare?! Evviva, bravissimo!!"

Nonostante la chiara manifestazione d'amore, l'orgoglio, il nostro incoraggiamento.. in questo caso, non abbiamo davvero "Visto" nostro figlio.

Il bambino in quel momento ha preso il coraggio di affrontare una grossa paura, e l'ha fatto timidamente, cercando di passare inosservato.

Il nostro entusiasmo crea una disconnessione rispetto al suo mondo interiore.. Insomma, è come se non avessimo capito o visto la sua timidezza, focalizzandoci solo sul comportamento finale.

Essere "visto" vuol dire che gli dimostriamo di aver capito come si sente.

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Alexander Dummer su Unsplash

Un altro esempio: dove abitiamo usa regalare i vestiti che non vanno più ad amici e vicini di casa. Il che, per noi genitori, ha un'evidente praticità: non ho mai dovuto comprare vestiti a mia figlia; i nostri vicini di casa e parenti ci hanno regalato un guardaroba intero!

Nel mio entusiasmo, non ho colto lo sguardo teso di mia figlia. Ero talmente estasiata, che probabilmente non ha osato dirmi nulla.

Durante una notte insonne, mi è venuto in mente che forse a lei non fa per niente piacere ricevere tanti vestiti.. perché non li può mai scegliere personalmente.

La mattina dopo gliel'ho chiesto. Si è illuminata in volto. Finalmente l'avevo "vista".

Elemento 2: l'essere calmati

Questo probabilmente non necessita una spiegazione così lunga. Quando i bambini sperimentano una qualche tensione che non sanno gestire, dipendono da noi per essere calmati.

È stato provato che l'esperienza ripetuta di qualcuno che amorevolmente ti aiuta a calmarti cambia la struttura del cervello e conduce alla capacità di calmarsi da soli.

Secondo l'immagine fatta dal ricercatore, il cervello passa da uno stato caotico o disordinato a uno stato "integrato".

A me piace pensare a questi pixel di neuroni impazziti che piano piano tornano al loro posto e insieme formano una figura armoniosa.

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Foto di David Clode su Unsplash

Elemento 3: l'essere al sicuro

Il terzo elemento riguarda l'essere protetto dai pericoli, e che il genitore non si trasformi a sua volta in fonte di terrore.

L'importante NON è fare tutto giusto

Questi tre elementi, quando sono presenti con regolarità nella maggior parte delle interazioni genitore-figlio, costituiscono un attaccamento così detto "sicuro".

Poiché essere sempre attenti e presenti non è umanamente possibile, evitiamo l'autoflagellazione.

Quello che è stato dimostrato, invece, è l'importanza di ricostruire la relazione empatica dopo che viene "interrotta" per qualche motivo.

Insomma, chiedere scusa.

Ma come si fa allora a essere un genitore capace di instaurare un attaccamento sicuro?

Insomma, qual è il segreto per far sì che i nostri bambini abbiano successo nella loro vita adulta?

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L'ingrediente segreto di un genitore che cresce con successo i suoi bambini

La parola magica in questione è PRESENZA.

Fermi tutti. Non sto parlando di presenza intesa come quante ore stiamo incollati ai nostri bambini, qualità vs quantità, eccetera.

Presenza in questo caso vuol dire essere consapevoli di quello che succede, mentre sta succedendo.

Quando siamo presenti, riusciamo effettivamente a vedere il punto di vista emotivo di nostro figlio e non solo il nostro; a non proiettare le nostre proprie gioie e frustrazioni, ma a essere pienamente rivolti a quello che ci succede.

Ricordi l'episodio del parco? Quando dobbiamo chiamare i bambini 15 volte, e come ci faccia impazzire il fatto di essere ignorati?

Se da piccoli abbiamo sofferto l'esser stati ignorati, questo può diventare il nostro tasto dolente: la nostra memoria interna ha registrato "essere ignorato= grande dolore" e prima che ce ne rendiamo conto ha fatto scattare l'allarme.

Il nostro cervello razionale si nasconde per un attimo, e non siamo più né presenti né consapevoli.

Il nostro pilota automatico reagisce al nostro posto : a seconda delle nostre esperienze, facendoci urlare, minacciare, dare una sberla, piangere, dire cose di cui poi ci pentiamo.

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L'ingrediente segreto

 

La Presenza: il percorso segreto per arrivare al cuore del successo dei nostri bambini

La cosa bella in tutto ciò? Non si tratta di una caratteristica innata! La capacità a essere "presenti" si può allenare!

Come? Il modo migliore.. è dando un senso alle nostre esperienze d'infanzia.

Capendo cosa ci faccia reagire in modo particolare e cosa no.

Una volta che identifichiamo i nostri punti sensibili, ci sarà quantomeno più facile stare sul chi va là non appena li vediamo attivarsi.. Per cercare di porre tutte le condizioni che ci aiutano a rimanere ricettivi e aperti, anziché a esplodere come una bomba a orologeria.

Per riassumere:

  1. Mi alleno a dare un senso a quello che mi è successo e mi succede, a capire il perché delle mie reazioni.

  2. Identifico i tasti che mi fanno più facilmente perdere il controllo.

  3. Esercito la mia capacità a essere presente per vedere, confortare, proteggere i miei pargoli.

  4. Instauro una relazione basata su un attaccamento sicuro

  5. Aspetto che mio figlio cresca per vedere se questi ricercatori avevano ragione.

Se poi riusciamo a identificare anche i punti sensibili del nostro partner, il gioco di squadra è fatto.. Non hai più che da goderti le tappe intermedie del viaggio! Sapendo che stai costruendo le basi migliori per il successo dei tuoi bambini.

Fonti, riferimenti, approfondimenti

Ecco un elenco di siti, libri e articoli consigliati o da cui mi sono ispirata!

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  • Daniel J. Siegel ha pubblicato numerosi testi di divulgazione per genitori in particolare, di cui molti sono diventati best-seller e sono stati tradotti anche in italiano. Sia su Amazon che su Il giardino dei libri trovi di che ispirarti!

  • Se vuoi saperne di più sulla teoria dell'attaccamento, ti consiglio di ascoltare questa intervista e far riferimento a questo articolo.

Ci sono quelle volte che i nostri figli ci sorprendono. Li guardiamo pieni di affetto, emozione incredula e amore sgargiante. Sono le volte in cui pensiamo a quanto sia valsa la pena fare i sacrifici, a quanto sia meraviglioso essere genitori. E poi, ci sono le volte in cui non sappiamo dove sbattere la testa. Quelle in cui ci chiediamo come fare, come sia possibile. Quelle in cui non lo vuoi credere, ma sembra proprio che.. sì, tuo figlio lo fa apposta. O no? La metafora del genitore giardiniere aiuterà a rispondere.

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Foto di Jonathan Borba su Unsplash

I bambini lo fanno apposta

"Per piacere, fai attenzione quando ti muovi, che ormai sei grande e puoi far male amore"

Sbam, calcio possente sulla mandibola mentre si butta per venirmi in braccio.

"Amore, c'è un tuo calzino sporco sul tavolo della cucina, potresti gentilmente toglierlo e metterlo a lavare?"

Si alza sbuffando, prende il calzino e lo butta sul pavimento "Mamma, stavo pensando che per il mio compleanno potremmo fare una festa.."

"Com'è possibile che questa settimana ti sei cambiato 4 pigiami in 5 giorni, e sono tutti buttati come stracci sotto il tuo letto?"

"Io voglio solo giocare con te mamma, non fare queste cose noiose del mettere a posto e pulire!"

E là, là ti fermi e ti chiedi: "Ma sono io che sto sbagliando tutto? O lo fanno apposta per farmi arrabbiare ed avere la mia attenzione?"

Quante volte ti sei sentito dire, o hai pensato, che essere genitore è il mestiere più difficile del mondo? Gratificazione posticipata a data da destinarsi.

E il fatto che le ricerche dimostrino che le persone di successo sono quelle che sanno maggiormente dilazionare la gratificazione non aiuta necessariamente a farti sentire meglio.

Il giardiniere genitore è il mestiere più difficile del mondo

In primo luogo, diciamo che di solito non ci soffermiamo a definire il nostro obiettivo da genitori.

Intendo dire, se potessimo guardare ai nostri bambini tra venti, trent'anni, e dirci: "Dai, tutto sommato come genitore non me la sono cavata poi così male!" Cosa vorremmo vedere? Ognuno può personalizzare la sua risposta.

Biologicamente, l'obiettivo più probabile è quello di rendere indipendente la progenie. Il che inconsciamente non è sempre facile da accettare per un genitore.. Insomma, immaginare il giorno in cui mia figlia andrà a dormire fuori casa per la prima volta mi mette addosso una certa dose di brividi da mamma chioccia.

Nel frattempo, alterniamo amore e conflitti, ti voglio bene e mi fai disperare.. e rimane il dubbio che ogni tanto lo facciano proprio apposta a farti rimettere in discussione per l'ennesima volta, o no?

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Sei un genitore, sei un giardiniere.

Lascia che ti chieda una cosa. Quand'è stata l'ultima volta che hai seminato una piantina?

genitore-giardiniere-semeCome hai fatto a sapere quando innaffiarla, dove metterla, se potarla, e così via?

La metafora del genitore giardiniere non è certo originale; nella bibliografia cito un paio di libri che riprendono proprio la stessa idea e mi hanno ispirato questo articolo.

Ma quando l'ho letta la prima volta, l'ho trovata molto ispirante e utile a riflettere su alcuni miei atteggiamenti da mamma.. in primis, il fatto di lavorare per trovare le condizioni migliori e poi saper aspettare.

Unire l'osservazione, il pronto intervento se necessario, alla fiducia che la "natura faccia il suo corso". Aspettarsi un determinato risultato.. e poi stupirsi della bellezza di cosa è uscito, anche se completamente diverso rispetto a ciò che avevamo in mente.

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Ecco le mie 5 similitudini tra il genitore e il giardiniere, che ti aiuteranno (spero) a rispondere alla domanda iniziale.. "ma i bambini, lo fanno apposta?"

#1 

Non sai se quello che stai facendo è giusto fino a quando non è troppo tardi. Se hai sbagliato, sarà colpa tua. Sennò, è merito di tuo figlio.

#2 

Un insieme di elementi talvolta imperscrutabili determinano la fioritura e la prosperità della pianta, o il suo appassire. E non tutti dipendono solo da te. Qualità della terra, la presenza o meno di insetti, la quantità di pioggia o di ore di sole, la resistenza del seme, la concimazione..

#3 

Non puoi cambiare il tipo di pianta che verrà fuori dal seme, ma solo aiutarla a crescere al meglio in base alle sue esigenze e alle sue caratteristiche.

Immagina di piantare un seme, senza sapere di che pianta si tratti. Devi aspettare che venga fuori dopo aver messo le radici.. e che cresca, per vedere che pianta crescerà.

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Io che mi aspettavo una zucca..

Magari nel frattempo vorresti un tulipano, o un girasole, o un albero da frutto.. ma ti ritrovi un'ortensia. E non serve a niente crescerla come se fosse un tulipano! Ma che bellezza se capiamo di cosa ha davvero bisogno un'ortensia per espandersi al meglio.

#4 

Non c'è manuale che tenga. Il risultato di anni di impegno e dedizione dipenderanno in buona parte dalla relazione unica tra il giardiniere, la pianta e l'ambiente in cui si trova.

E sta lì il bello. Tutte le teorie e le strategie del mondo non serviranno a nulla, se non impariamo a osservare noi stessi e la pianta; se non sappiamo mescolare le tecniche al nostro intuito.

#5 

Ogni pianta ha un suo potenziale e una sua bellezza. L'essenziale è avere lo sguardo aperto per aiutare la pianta a trovare l'ambiente adatto a crescere al meglio.. e essere pronti a riconoscerlo anche quando questo va contro i nostri desideri o interessi.

genitore-giardiniere-che-pianta-sono-i-nostri-figliDifficile far fiorire un cactus se abitiamo in alta montagna.. ma siamo pronti a permettergli di andare a vivere in un ambiente più adatto?

Il genitore giardiniere e il cactus nel ghiacciaio

La prossima volta che tuo figlio ti fa disperare, prova a guardarlo come quel cactus che non vuole proprio saperne di fiorire, ma che resiste, tenace. E che tu magari hai ricevuto aspettandoti un'orchidea.

E a volte ti dimentichi di innaffiarlo, perché sei preso da mille cose; a volte invece lo innaffi troppo.

Non gli dirai che lo fa apposta a non fiorire, per farti un dispetto o reclamare attenzioni!

Prova a chiederti: Di cosa ha bisogno questo mio cactus per dare il meglio di sé?

Fonti, riferimenti, approfondimenti

Ecco un elenco di siti, libri e articoli consigliati o da cui mi sono ispirata!

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  • La metafora del genitore giardiniere è ripresa in questo libro di Alison Gopnik, il cui titolo originale è proprio "Il genitore e il falegname". L'edizione italiana si intitola "Essere genitori non è un mestiere. Cosa dice la scienza sulle relazioni tra genitori e figli" e ho apprezzato molto l'alternarsi di esperienza personali, sia da mamma che da nonna, a riflessioni sull'evoluzione della genitorialità, ai risultati delle sue ricerche scientifiche.

  • Il "metodo del giardiniere" viene utilizzato in questo corso per genitori gratuito proposto dalla Dott.ssa Vallorani.
  • Genitore giardiniere o genitore falegname? Lo scopriamo in questo articolo, ispirato al libro della Gopnik di cui ti ho parlato.

Non aver paura! Vinci le tue paure! Le persone coraggiose non hanno paura. E se, al contrario, dovessimo imparare ad accettare la paura come un'emozione naturale, a riconoscerla nei segni che lascia sul nostro corpo, e poi usare queste informazioni per intraprendere un'azione consapevole? Invece di etichettare la paura come qualcosa di negativo? E ancora più importante: non sarebbe fantastico se potessimo insegnare ai nostri bambini a mantenere il loro legame istintivo con le sensazioni, e aiutarli a usare la loro naturale curiosità per accogliere (e poi superare) la paura ?

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Ecco Emilie e la sua famiglia 🙂 foto per gentile concessione di Emilie Hoffman

Un'intervista per capire come aiutare i bambini ad accettare la paura

Sono felice e onorata di ospitare un'intervista (qui la versione da me tradotta dall'inglese) con Emilie Hoffman, coach americana, istruttrice di pilates e creatrice del metodo di coaching mente/corpo "The science meets soul" (La scienza incontra l'anima).

Adoro il suo approccio. Consiste nel creare una connessione più profonda con il nostro corpo e le nostre sensazioni, per farci capire più profondamente il nostro io interiore - i nostri bisogni, le nostre emozioni, i nostri valori.

La convinzione di fondo è che, una volta che siamo in grado di stabilire un rapporto positivo con noi stessi, siamo poi capaci di costruire relazioni sane anche con il mondo esterno.

In una delle sue recenti newsletter, Emilie ha scritto qualcosa sulla paura che mi ha colpito profondamente: come facciamo a capire quando la paura ci blocca dall'intraprendere qualcosa che in realtà ci migliorerebbe la vita? E quando invece è un segnale reale di qualcosa che davvero è pericoloso per noi?

Spesso tendiamo a pensare alla paura come a un'emozione negativa, proprio come facciamo con la rabbia. Sono invece emozioni naturali e molto importanti: ci inviano informazioni utili che non dobbiamo ignorare, ma imparare a interpretare, per guidare le nostre azioni in un modo che ci sia utile e ci faccia bene.

Mentre leggevo, non ho potuto fare a meno di pensare al modo in cui insegniamo ai nostri figli ad affrontare queste emozioni. Ho capito che, molto spesso, esso si basa sulla nostra esperienza da bambini più che su un approccio riflettuto e consapevole.

E in quel momento ho avuto l'idea di questa intervista! Sono grata che Emilie abbia accettato di contribuire a questo argomento e di aiutare noi genitori a capire meglio come guidare i nostri bambini ad avere un miglior rapporto con la paura.

Le 2 domande che dovremmo farci per accettare la paura dei bambini

I bambini sono tutti diversi, lo sappiamo bene; e la loro paura può avere una causa e un'intensità diverse.

A volte è difficile per noi genitori trovare il giusto equilibrio tra:

  • il bisogno di incoraggiamento - quando sappiamo che potrebbero osare spingersi oltre i loro limiti e imparare dall'esperienza;

  • e una paura "utile" - quando la situazione è al di là delle possibilità per il bambino.

Per non parlare di quando entrano in gioco le nostre paure. A volte mi sorprendo a impedire ai miei bambini di fare qualcosa perché sono io ad avere paura, mentre loro sono fiduciosi e sicuri di quello che fanno. E tipicamente poi riescono benissimo sotto il mio sguardo terrorizzato.

Emilie, quale ragionamento suggerisci? Come dovremmo guidare i nostri pensieri in questi casi, quando non abbiamo soltanto da capire noi stessi, ma anche i sentimenti e le possibilità dei nostri figli?

Clio, più che un ragionamento, ti propongo di partire da due domande.

Domanda #1. Qual è l'intenzione dietro le nostre azioni?

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Lascia che i bambini seguano la loro naturale curiosità! Foto di Joseph Rosales su Unsplash

Sai Clio, nella mia esperienza di genitore, trovo che le volte in cui mi accorgo di controllare di più mio figlio avvengono quando mi sono già creata in testa la mia versione di quello che lui sta per fare e perché, senza verificarla prima con lui.

Se in quel momento non sono aperta e curiosa, mi perdo probabilmente qualcosa di quello che sta succedendo dentro entrambi.

Mio figlio non ha ancora due anni, quindi a volte è piuttosto difficile cogliere la sua versione della faccenda, ma è importante provare!

Quali sono le intenzioni di tuo figlio dietro le azioni che sta per intraprendere?

Ci sono un sacco di modi diversi per eseguire la stessa intenzione, ed è davvero utile seguire i nostri bambini passo passo e capire la loro versione di come si aspettano che una situazione si svolga.

Che tu sia un bambino o un adulto, spesso ottieni quello che ti aspetti.

E poi vengo alla seconda domanda.

Domanda #2. Quali sensazioni provi fisicamente?

Scopri come si sente il tuo bambino fisicamente, per verificare che si senta ancora al sicuro:

  • Un po' di farfalle allo stomaco, ma ancora capace di pensare lucidamente, fare domande giocose, e fare respiri profondi sono probabilmente indice di un livello di paura "avventuroso".

  • Ma se tuo figlio si sente davvero teso; non riesce a respirare profondamente, e comincia a perdere il contatto con il suo ambiente, è il momento di tirarsi indietro e ritrovare un senso di sicurezza.

Un senso di sicurezza interiore ci aiuta a superare i nostri limiti in un modo che ci porta ad imparare.

Al contrario, senza sicurezza interiore, spingerci oltre i nostri limiti ci fa chiudere al mondo. Ci impedisce di essere curiosi o aperti verso qualsiasi cosa.

I bambini sono esempi sorprendenti di come può essere l'apprendimento: è creativo, stimolante, fantasioso e integrato nella mente e nel corpo.

Quando possiamo ancora attingere alla nostra curiosità, le situazioni nuove ci sembrano eccitanti e divertenti, anche se siamo nervosi!

Ma quando la paura è eccessiva, non proviamo quell'eccitazione, e non sentiamo nessuna curiosità.

Ci sentiamo sopraffatti dalla tensione e dalla voglia di essere sulla difensiva, di scappare o di richiuderci in noi stessi.

Se non si fosse già capito, io apprezzo molto la curiosità. Una delle mie priorità principali come genitore è aiutare mio figlio a soddisfare la sua curiosità e sentirsi al sicuro allo stesso tempo, alterando l'ambiente o guidandolo fisicamente per aiutarlo a mitigare i rischi che sono troppo grandi.

Se arriva al punto in cui è terrorizzato piuttosto che curioso, io sono lì per fornire un punto di riferimento stabile e sicuro cui lui possa tornare e su cui contare per aiutarlo a cambiare la sua situazione.

Dovremmo spingere i bambini a ignorare la paura o ad accettarla?

Capisco cosa vuoi dire, Emilie. Eppure, mi vengono in mente diverse situazioni in cui non ho saputo come fare a placare le paure dei miei bambini. Qualche mese fa, ad esempio, li ho portati a sciare. 

Avevo programmato di scendere tenendo mio figlio di 3 anni tra le gambe, e di lasciare che la maggiore, 5 anni e mezzo, andasse da sola vicino a me - ovviamente ho scelto una pista per bambini principianti, di quelle col tappeto automatico per risalire.

Con mio grande stupore, mio figlio si è lanciato giù senza nemmeno aspettarmi (mettendosi in pericolo) mentre mia figlia era bloccata dalla paura.

Non sapevo cosa fare, perché lei mi afferrava le gambe e piangeva, mentre io volevo seguire suo fratello (che ovviamente non mi aspettava e stava sciando pericolosamente da solo) prima che si schiantasse da qualche parte.

Allora ho detto a mia figlia : "So che hai paura, è normale avere paura; stai facendo qualcosa di nuovo e non sai come si fa. La paura è come un campanello d'allarme. Ma io sono qui con te, e l'unico modo per imparare è buttarti anche se hai paura, e io resterò con te."

Questo è solo un esempio di molte situazioni che potremmo affrontare come genitori, in cui vorremmo che i nostri bambini superassero la paura perché sentiamo che se solo ci provassero, acquisterebbero fiducia e capirebbero che possono farcela.

Dopo aver letto il tuo articolo, comincio a pensare che forse non era la cosa giusta da dire.

Quali parole possiamo usare quando i nostri figli vanno nel panico, per insegnar loro quando e come possono fidarsi di se stessi, del loro corpo, del loro istinto; e quando possono invece lasciarsi andare e provare?

Ci sono sempre più opzioni tra cui scegliere

Beh Clio, vorrei farti una domanda. Dov'era focalizzata la tua attenzione in questa situazione? Nel piccolo racconto che condividi qui, sembra che tu ti stessi concentrando sul fatto che tua figlia dovesse sciare; ma in realtà forse il tuo obiettivo principale era che tu avevi bisogno di stare con suo fratello.

È possibile che parte del suo disagio derivasse dal suo percepire la discrepanza tra ciò che le stavi dicendo e ciò che invece stavi esprimendo nelle tue azioni e nella tua energia personale?

Vorrei anche sfidare tutti noi (me inclusa!) a fermarci davvero un attimo quando affermiamo che c'è solo "un modo" o "una verità" o "una possibilità"; perché il più delle volte, ci sono un sacco di opzioni a nostra disposizione! Abbiamo molta più scelta di quanto pensiamo.

Renderci conto che abbiamo delle scelte e che ci è permesso scegliere alle nostre condizioni è molto responsabilizzante!

A volte questa convinzione da sola può alleviare una paura che sembra travolgente.

Il potere della scelta

Chiudi gli occhi e immagina i seguenti scenari:

Nota cosa fa il tuo corpo quando qualcuno di cui ti fidi e che rispetti ti dice: "DEVI fare COSÌ!".

Poi, nota cosa succede al tuo corpo quando la stessa persona dice: "Possiamo trovare insieme alcune opzioni per come andare avanti e a te decidere l'approccio da seguire."

Quale scenario pensi che sarebbe più utile per permettere a tua figlia di calmare la sua paura e imparare qualcosa di nuovo con fiducia ed entusiasmo?

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Stiamo davvero considerando tutte le opzioni possibili per ottenere quel senso di sicurezza? Foto di Cristina Gottardi su Unsplash

Oltre che con i nostri figli, è davvero importante che seguiamo questo approccio anche per noi stessi.

Quando senti pressione e paura allo stesso tempo, vedi se riesci a sentirti maggiormente in controllo quando ti crei diverse opzioni e ti lasci lo spazio necessario per prendere le tue decisioni personali.

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Accettare la paura dei bambini (e la nostra) in 5 step

Sulla stessa nota: cosa possiamo fare per sostenere i nostri bambini e insegnar loro che la paura non è negativa, e per riuscire a interpretare ciò che ci dice? Puoi anche darci alcuni esempi pratici, Emilie?

#1. Non c'è niente di male nella paura: datti il permesso di sentirti al sicuro

Nella mia vita, e la vita di molte persone cui sono vicina, ho visto come il fatto di autorizzarci a cercare sicurezza e protezione sia fondamentale per fidarci di noi stessi ed essere resilienti. Gli umani non sono robot e noi non siamo invincibili!

Siamo animali sociali sensibili che hanno bisogno di un senso di sicurezza per prosperare.

Quindi, la prima cosa che possiamo fare per i nostri bambini è far loro sapere che la paura è normale, e perfino utile! Non significa che sei "debole". Significa che sei sensibile!

Non siamo fatti per buttarci a capofitto in qualsiasi situazione che incontriamo. A volte ci fa bene dire di no.

#2. Impara a riconoscere i segnali del tuo corpo

Il nostro cervello, corpo e sistema nervoso sono così intelligenti nella loro capacità di percepire cosa siamo in grado di affrontare, e cosa no.

Quando sentiamo le sensazioni fisiche che accompagnano la paura, è un po' come se ricevessimo un messaggio automatico: "Non hai ancora le abilità di cui hai bisogno!" .

Ecco un esempio che mi riguarda. Mi accorgo di quando il mio respiro diventa superficiale. Mi prendo una pausa per riavvolgere i miei pensieri e vedere ciò che mi è passato per la mente proprio prima di sentire quella stretta al petto.

So che questo è un momento in cui ho una grande opportunità di:

  • praticare nuove competenze che sto ancora imparando,

  • o identificare una mancanza, in modo da poter ottenere aiuto per imparare quelle competenze che potrebbero aiutarmi in questo caso.

#3. Dalle competenze all'abitudine - va bene chiedere aiuto

In questo periodo, nella mia vita la paura spunta più frequentemente in due ambiti: faccende economiche legate alla mia attività, e il mio matrimonio.

Ho acquisito così tante capacità legate alle relazioni umane negli ultimi anni. Ora so davvero molto!

Ma non sono ancora riuscita a integrare tutte queste competenze nelle mie abitudini.

Quando capisco che il mio corpo va da uno stato di calma, presenza, e calore a uno rigido, teso, vigile e iper-concentrato in uno di questi due ambiti, tiro fuori i miei appunti su quello che già so e probabilmente ho ancora bisogno di praticare.

Se davvero non so cosa fare e mi rendo conto di voler evitare il problema, è un segno che ho bisogno di aiuto!

Quando ricevo aiuto, la mia curiosità torna e ricomincio a sentirmi capace e forte.

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Quando si sentono al sicuro, i bambini possono seguire la propria strada Foto di Emma Frances su Unsplash

#4. Lascia che i bambini seguano la loro naturale curiosità naturale per superare la paura

Nel caso di mio figlio, ho lasciato che fosse la sua curiosità a guidarlo. È troppo piccolo per parlarmi di emozioni o sensazioni; ma fa capire molto chiaramente cosa gli piace e cosa no, e i suoi desideri.

Abbiamo l'aria condizionata in casa e c'è una ventola sul lato, nel retro del cortile. Mio figlio ne è un po' diffidente.

Ogni volta che giochiamo in quella parte del cortile, ascolta sempre il ventilatore e mi dice: "ventilatore spento!" o "ventilatore acceso".

Non è ancora del tutto a suo agio; ma ogni volta che lo vedo controllare la ventola, gli chiedo se vuole avvicinarsi.

A volte dice di sì, e a volte non lo fa. Se dice di no, gli chiedo se vuole che lo prenda in braccio; e lo porto in un posto dove può vedere il ventilatore, ma senza che sia troppo vicino.

C'è una fioriera (mio figlio la chiama la scatola di terra) sul lato opposto della ventola. Se la ventola era accesa, era solito rifiutare quando gli proponevo di giocare nella "scatola di terra". Era troppo spaventato perfino per passarci davanti.

Ora, se ci sono anch'io, ci passa davanti per arrivare alla fioriera; e ha iniziato a parlare più liberamente della ventola.

"La ventola gira!"

La sua curiosità lo sta aiutando a trovare il suo senso di sicurezza rispetto alla ventola dell'aria condizionata.

È un processo serio e importante per lui, anche se è "solo una ventola" per noi adulti.

#5. Proteggi il senso di sicurezza dei tuoi bambini

Questo è lo stesso approccio che uso per tutte le situazioni in cui sento mio figlio timoroso.

Non c'è bisogno di avere fretta e spingerlo in situazioni che minerebbero il suo senso di sicurezza; perché a lungo termine, non farebbe altro che rendere la paura una sensazione ancora più spiacevole per lui da sperimentare.

Voglio che sappia che può lavorare con la sua paura, che non deve essere sopraffatto dalla paura.

Lascia che i tuoi bambini abbiano paura

Un'ultima domanda, Emilie. Noi adulti siamo cresciuti in un modo che ci ha portato a disconnetterci da noi stessi e dal nostro corpo. Tra l'altro, è per questo che hai creato la tua attività, giusto? Ricostruire questa fiducia e questo allineamento dentro di noi non è un lavoro facile. Cosa possiamo fare, mentre siamo ancora in cammino verso una migliore comprensione di noi stessi, per aiutare i nostri figli a crescere in modo più "connesso"? (E ovviamente non sto pensando a internet ;))

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Trova la connessione dentro di noi. Foto di Will O su Unsplash

Riconnetterci alle nostre sensazioni in 3 domande

Ah ah ah... molto intelligente, Clio!

Per me funziona sforzarmi di rispondere alle seguenti domande in modo consapevole nel corso della giornata:

  1. Come si sente il tuo corpo?
  2. Cosa pensi che ti dica quella sensazione?
  3. Come puoi rispondere in modo gentile e rapido al messaggio?

La maggior parte di noi adulti ha perso il contatto con quello che proviamo! E poiché abbiamo perso il contatto con quello che sentiamo, non possiamo nemmeno rispondere alle altre domande.

Molti adulti finiscono per sapere molto poco di se stessi. Provano un sacco di dubbi perché non si rendono conto dei messaggi brillanti che il loro corpo sta loro inviando; e non si danno la possibilità di rispondervi.

Mi pare importante insegnare ai nostri bambini che le loro sensazioni fisiche sono preziose; perché i nostri pensieri, sensazioni e comportamenti sono tutti intrecciati insieme.

Le sensazioni dei nostri figli saranno la radice del loro benessere, della loro esperienza emotiva e della loro intuizione.

Più diamo l'esempio ponendoci queste domande e cercando di darvi una risposta, più i nostri figli potranno avere fiducia in noi e fiducia in se stessi. "Come si sente il tuo corpo? Cosa pensi che ti dica quella sensazione? Come puoi rispondere gentilmente e rapidamente al messaggio?"

Fonti, riferimenti, approfondimenti

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La vita è fatta di continui cambiamenti, lo sappiamo; alcuni voluti, altri meno; alcuni importanti, altri impercettibili. Iniziare la scuola elementare, cambiare paese o città, accogliere un nuovo membro della famiglia.. Sono solo alcuni tra i cambiamenti che i nostri bambini possono dover affrontare.. Spesso, a causa delle nostre scelte. Come guidarli attraverso il cambiamento? Con sicurezza e fiducia, anche quando ci siamo attanagliati dai dubbi?

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Foto di Cel Lisboa su Unsplash

Preambolo per genitori sensibili: gestire i cambiamenti a partire dal senso di colpa

Qualche mese fa, ho deciso di entrare a far parte di un'associazione locale che promuove l'allattamento al seno.

Avendo allattato entrambi i miei figli, e attraversato fasi più o meno complicate, pensavo di essere sufficientemente preparata.

Mentre leggevo un po' del materiale della formazione, un pensiero mi ha attraversato con forza. Uno di quei pensieri malefici che a volte si insinua dentro di noi.

"Hai sbagliato tutto."

Sai quei momenti in cui il senso di inadeguatezza ti assale? Quando pensi di essere un pessimo genitore e di aver rovinato per sempre i tuoi figli perché non sei stato perfetto, e all'altezza?

Lo sappiamo tutti, a parole, che la perfezione non esiste, che facciamo del nostro meglio eccetera. Ma poi ci sono quelle rivelazioni profonde che ci fanno ribaltare dalla sedia.

Il mestiere del genitore è così difficile perché non c'è un libretto di istruzioni o una ricetta magica. Non sappiamo se quello che facciamo è giusto, e quando lo scopriamo, è comunque spesso troppo tardi.

E trovo che una delle situazioni che lascia adito al maggior numero di dubbi e di lambiccamenti cerebrali sia la gestione dei cambiamenti.

Le scelte dei genitori e i cambiamenti per i bambini

Avremo fatto bene a fargli cambiare scuola? E se poi non riesce ad ambientarsi e rimane da solo tutta l'adolescenza?

Come la prenderà ora che lavoro a tempo pieno?

Secondo te avremmo dovuto aspettare ancora prima di cambiare casa?

E se non accetta la sorellina e tenta di ucciderla dalla gelosia?

Infine, visto che siamo in tema: e quando va dal nido alla materna? O alle elementari?

Per non parlare di quei cambiamenti dolorosi non solo per i bambini, ma per noi adulti, come un lutto o una separazione.

Abbiamo appena visto come le routine siano fondamentali per l'equilibrio mentale dei bambini, ma allora come fare ad accompagnarli attraverso il cambiamento? Come guidarli con sicurezza, senza lasciarci (troppo) invadere da tempeste ormonali e sensi di colpa?

Cambiamento subìto o cambiamento scelto?

Il cambiamento, sia che lo vediamo come una novità entusiasmante o come un'incombenza spaventosa, richiede molta energia.

Parte del processo di adattamento dei nostri figli a una situazione nuova consiste proprio nell'infonder loro un po' della nostra energia. Ecco perché, per noi, è così faticoso.

È come quando decidi di lanciarti in una nuova sfida: l'eccitazione ti sostiene, nonostante l'apprensione.

Il motivo che ti ha spinto a scegliere ti sostiene.

Più difficile, invece, quando il cambiamento viene imposto. Per i bambini, quasi qualunque cambiamento è imposto; siamo noi, nella maggior parte dei casi, a scegliere per loro, ed è normale che sia così.

aiutare-bambini-cambiamenti-inizioIn qualche modo dobbiamo essere grado di trasferire ai nostri bambini quell'energia che a noi viene dalle ragioni che hanno motivato la nostra scelta, per accompagnarli attraverso le diverse fasi del cambiamento.

Le fasi della nostra reazione al cambiamento

La prima volta che ho sentito parlare della "curva del cambiamento" stavo seguendo un corso di formazione, e stavamo per trasferirci in Germania.

Sembrava un concetto misterioso, ma in realtà altro non è che la teorizzazione di quegli alti e bassi cui tutti andiamo incontro quando qualcosa di significativo nella nostra vita cambia.

La teoria è stata elaborata dalla psichiatra Elisabeth Kübler Ross in seguito al suo lavoro con pazienti che avevano subito un lutto o un grosso cambiamento imprevisto.

Si tratta di meccanismi di difesa che mettiamo in atto per superare uno stravolgimento nella nostra vita, e quindi si presta per analizzare anche le reazioni di fronte al cambiamento in qualsiasi altra situazione - Poiché qualsiasi cambiamento implica, in piccolo o in grande, rinunciare a qualcosa e quindi elaborare una sorta di lutto.

Le fasi alle quali si va incontro rappresentano le emozioni tipiche che ci attraversano, e che possono durare più o meno a lungo a seconda del nostro carattere e del cambiamento che affrontiamo:

  1. Sorpresa
  2. Rifiuto
  3. Rabbia
  4. Depressione
  5. Apertura a nuove esperienze
  6. Accettazione

Conoscere il cambiamento per affrontarlo

Ho trovato interessante osservare le mie proprie reazioni durante entrambi i nostri traslochi, e notare come in effetti io abbia attraversato, con durata e modalità diverse, tutte le fasi. Per esempio, una volta rientrata nella mia vecchia casa, nonostante conoscessi bene l'ambiente, ho comunque avuto dei momenti di stizza per delle piccole cose che mi mancavano.

Come non trovare il tipo di cereali cui mi ero abituata in Germania. E dei momenti di tristezza.

Conoscere la teoria non ha cambiato le mie sensazioni, ma mi ha permesso di esserne consapevole e dar loro un senso - solo quando riusciamo ad attraversare e uscire dalle fasi "negative" possiamo integrare il cambiamento come qualcosa di positivo.. E aiutare i bambini a fare lo stesso.

Si dice che i bambini si abituino molto più in fretta, e in parte trovo che sia vero: crescono e cambiano così rapidamente, e sono così ancorati al loro presente.

Passano comunque anche loro attraverso queste fasi e hanno bisogno più di noi di punti di riferimento (le famose routine) proprio per la loro maggior difficoltà di astrazione e di proiettarsi nel futuro.

Come fare per guidare i nostri bambini attraverso i cambiamenti?

Subito dopo il nostro trasferimento, mio figlio ha avuto un periodo in cui era profondamente arrabbiato con noi genitori.

È stato difficile anche per noi da affrontare, perché naturalmente le sue esplosioni di rabbia erano slegate dal contesto.

Non si arrabbiava cioè per dirmi che non gli piaceva la nuova scuola, ad esempio; ma perché gli imponevo di lavarsi le mani.

Riconoscere le sue emozioni e allo stesso tempo porre dei limiti alle sue reazioni incontrollate è stata una bella sfida!

Ecco le lezioni che ne ho tratto e che spero mi aiuteranno adesso che mia figlia maggiore inizia una nuova scuola.

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Capire e accogliere le emozioni dei bambini non è cosa facile.. Foto di Pan Xiaozhen su Unsplash

#1. Bambini e cambiamenti: Accogliere i loro sentimenti

Emozioni e sentimenti sono impulsi inevitabili, naturali e vitali. È l'azione che scegliamo in reazione alla loro manifestazione che può essere catalogata come "buona" o "cattiva".

Questo è il mantra che ripeto ai miei bimbi durante le loro "crisi".

Per i bambini è importante che li guidiamo a riconoscere queste emozioni, perché loro sentono solo una grossa tensione interna che non sanno reprimere o controllare. In questi mesi, mia figlia ha alternato tutte le possibili emozioni:

  • eccitazione e curiosità, anche orgoglio per il fatto di esser diventata una bambina grande che va a scuola e avrà i compiti

  • rabbia, per il fatto di dover accettare anche delle cose che non le piacciono - ad esempio, il fatto che non sarà più insieme a suo fratello

  • paura, di fronte a un nuovo ambiente che ancora non conosce

  • tristezza, di dover lasciare il suo vecchio piccolo mondo in cui aveva trovato il suo posto.

"Hai paura, lo capisco, sarà tutto nuovo. Anche io avevo paura quando ho cominciato la scuola. Ma ricordi quando siamo tornati qui e hai cambiato scuola? Anche allora era tutto nuovo, eppure in pochi giorni ti sei trovata bene. Come ti eri sentita allora?"

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#2. Bambini e cambiamenti: Spiegare cosa succede, ma non troppo

Ricordo con stupore alcune amiche che mi dicevano che non volevano sapere nulla in anticipo del parto, perché metteva loro molta ansia; mentre io avevo voluto sapere il più possibile per sapere cosa aspettarmi, e non arrivare impreparata.

Ognuno di noi ha un approccio diverso rispetto al futuro, che oscilla tra la curiosità e la paura; tra il bisogno di controllo e quello di vivere "ogni giorno la sua pena".

Coi bambini è un po' lo stesso. Quando stavamo per traslocare dalla Germania, avevo spiegato talmente nei dettagli cosa avrebbero dovuto aspettarsi i miei figli dalla nuova scuola in Francia, che nonostante i miei toni volutamente entusiasti, li avevo terrorizzati.

I bambini, soprattutto prima dei 7-8 anni, fanno fatica a proiettarsi nel futuro - per non dire che proprio non sanno cosa sia.

Dar loro un quadro di riferimento, una sequenza di eventi perché sappiano cosa aspettarsi li aiuta a non perdersi; esagerare con dettagli che non riescono ad immaginarsi non fa che alimentare le loro paure. Meglio lasciar perdere.

#3. Bambini e cambiamenti: Mantenere il più possibile la routine

Quando tutto cambia, sottolineare quello che resta invariato aiuterà i bambini a sentirsi sicuri e in controllo della situazione.

Può essere un rituale familiare che avete instaurato, le abitudini di mattina e sera che avete costruito insieme. Pensa a metterci un po' di più l'accento per qualche tempo.

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#4. Bambini e cambiamenti: Ricominciare e ripetere finché necessario

Non faremo mai tutto giusto come genitori, e anche se lo sappiamo, renderci conto di aver sbagliato coi nostri figli può far molto male.

Non c'è una ricetta miracolosa né una bacchetta magica; ma la costruzione di una relazione tra esseri umani imperfetti ma che si vogliono bene.

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Autorizzarci a sbagliare ci permette di accettare il rischio e andare avant con coraggioi..
Foto di Jessica Podraza su Unsplash

Penso che più di ogni altra cosa, i bambini hanno bisogno della nostra presenza affettuosa, della nostra sicurezza in un mondo in cui ancora non sanno muoversi da soli.

Non c'è altra risposta giusta se non il fatto di essere sempre là per loro, con le modalità che sono proprie a ciascuno di noi.

E questo è, credo, il modo migliore per guidare i nostri bambini attraverso i cambiamenti che si troveranno, inevitabilmente, ad affrontare.

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Vedremo insieme se e come posso aiutarti in modo più approfondito e personalizzato.

Corri sempre, ti stressi. Ti piacerebbe fare molto di più con i tuoi figli; attività divertenti per far imparar loro cose nuove. Ma ci vuole tempo per organizzare, e molte energie. Il poco tempo che hai per le attività coi bambini ti pesa.. E se per trovarlo, il tempo, un nuovo punto di vista potesse aiutare?

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Lasciarsi ispirare senza farsi stressare... Foto di Nicola Fioravanti su Unsplash

Un'intervista con Méline DUTRIEVOZ-BOYER, direttrice d'asilo, educatrice, formatrice, consulente per genitori e mamma di 3 bimbi

La frustrazione di quando vuoi fare troppo.

A volte i miei bambini tornano a casa con i loro piccoli progetti scolastici. Sembra che in poco tempo, i bambini riescano a fare delle attività così carine, e ne sono così orgogliosi!

Mi piaceva tanto fare questo tipo di attività quando ero bambina io, ma ora chi ha il tempo?

Ecco, è quando parto con questi pensieri che sento inevitabilmente arrivare l'ondata inutile di frustrazione.

Come mai non riesco a trovarlo, il tempo, anche se poco, per fare queste benedette attività con i bambini?

Internet poi è terribile. Pletore di articoli del tipo: "Come creare da zero la cameretta dei bambini con materiali di recupero in 5 semplici step. Per le più belle attività creative e artistiche con i bambini, in poco tempo e senza una grande organizzazione!"

Sogno, e poi vado a prendere tutto l'occorrente.

Ma non so come mai, a casa nostra non funziona.

In primo luogo, perché non ho mai quello che serve per l'attività in questione, ed ecco che devo organizzarmi per andare a cercarle in almeno 3 negozi diversi.

E poi, quando finalmente arriviamo a ritagliarci una mezz'ora tutta per noi, i miei figli non ne vogliono sapere di seguire le mie istruzioni e fare la bella casa di cartone della foto..

Giù discussioni, loro se ne vanno a fare altro, la pittura si rovescia per terra e passo il resto del tempo a pulire. Scoramento totale.

Succede anche a te?

Una nuova visione delle attività con i bambini. Anche se in poco tempo.

È a pochi mesi da queste riflessioni ricorrenti che incontro Méline DUTRIEVOZ- BOYER.

Méline è la direttrice di un asilo di Grenoble, formatrice e consulente per genitori, e fondatrice del concetto di "pedagogia lenta" (Slow Pédagogie).

Il sorriso caldo, le idee chiare; chiacchierare con lei mi dà una spinta energetica e una visione molto più precisa di ciò che può voler dire una filosofia educativa positiva, aperta e concreta che riunisca lo sviluppo del bambino con la semplicità per il genitore.

"La pedagogia lenta consiste nel permettere al bambino di assaporare le sue scoperte in modo che si integrino in lui come belle esperienze."

Attività coi bambini in poco tempo e l'approccio della pedagogia lenta

Méline, il tuo approccio di "pedagogia slow" mi ricorda un po' la pedagogia Montessori, dove i genitori e i professionisti della prima infanzia sono incoraggiati a lasciare che il bambino impari, esplori e si sviluppi al proprio ritmo e in autonomia. Ci sono altri elementi di contatto tra le due pedagogie, e quali sono invece le differenze?

La pedagogia Montessori incita a organizzare le attività del bambino sotto forma di atelier o laboratorio, a cui il bambino è libero di partecipare, ma che sono comunque inquadrati, con materiali specifici, un tempo dedicato e così via.

L'approccio che ho chiamato "Lento" è piuttosto una filosofia in cui le attività con i bambini non sono pre-costruite, ma si inseriscono come parte integrante della vita quotidiana.

Si tratta di praticare la vita, insieme.

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Se accettiamo di lasciare che il bambino cresca con noi..

Recuperare il piacere nelle attività con i bambini anche se il tempo è poco

Capita proprio a fagiolo! Io parto dalla constatazione che i genitori spesso hanno poco tempo per gestire tutto; e talvolta covano la frustrazione di non poter dedicare abbastanza tempo di qualità ai propri figli.

Allo stesso tempo, così abituati a correre sempre, a volte non riusciamo a lasciare che il bambino faccia da solo, ad aspettare i suoi tempi, seguire i suoi ritmi; abbiamo la tendenza a voler organizzare tutto. Quali sono i passi che possiamo seguire per integrare questi concetti e riscoprire un tempo da passare piacevolmente con i bambini?

Penso che prima di poter parlare di "passi da seguire", per comprendere e integrare questo approccio dobbiamo pensare al modo in cui guardiamo sia alla definizione di sviluppo del bambino, sia al nostro ruolo di educatori; dobbiamo cioè:

  1. Cambiare la nostra prospettiva su ciò che è momento "speciale"

  2. Accettare che la nostra visione del gioco sia diversa da quella del bambino

  3. Prendere in considerazione le inclinazioni e gli interessi naturali del bambino in base all'età.

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Fase #1: Allora come cambiare la nostra visione su ciò che è speciale, Méline?

Chiedendoci : "Qual è il miglior ricordo che hai della tua infanzia?"

Capita raramente che qualcuno risponda parlando di giocattoli ricevuti o di qualcosa di eclatante.

Il più delle volte si tratta di bei momenti trascorsi insieme, in famiglia: la pasta fatta in casa al pranzo di domenica con la mamma, storie lette e rilette in un angolino insieme ai nonni, o di quella volta che il papà ha insegnato ad andare in bicicletta.

Siamo noi genitori che, da adulti, perdiamo la connessione con questi ricordi e ci creiamo invece delle aspettative enormi su cosa fare insieme.. Forse per compensare il poco tempo che abbiamo per le attività "normali" coi bambini.

Ai nostri occhi, perché un'attività sia piacevole, deve anche essere speciale, straordinaria. E produrre, nel caso delle attività artistiche o creative, un oggetto esteticamente perfetto.

Solo che per un bambino sono straordinari, ad esempio:

  • trasformare lenzuola e tavolo della cucina in una capanna mentre fuori piove;

  • raccogliere sassi, pezzi di corteccia, bastoncini e foglie durante una passeggiata al parco, per trasformare il contenitore di plastica nascosto sotto il letto in una foresta magica;

  • O fare una battaglia di solletico sul divano. Con i genitori.

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Anche ciottoli e conchiglie possono diventare un gioco che fa scoprire il mondo

 

Ecco perché la pedagogia lenta è un approccio, non un metodo.

È soprattutto un modo di vedere le cose; e per poterlo applicare, il genitore sceglie di cambiare le lenti attraverso cui guarda il mondo, e trovare il lato divertente, interessante e speciale anche nelle attività e negli oggetti più normali della sua vita quotidiana.

Fase #2: Come fare per accettare che la nostra visione del gioco sia diversa?

Quando tuo figlio ti chiede attenzione, non ti è mai capitato di dire:

"Aspetta che finisco di fare.. (la cena, i piatti, ecc.) e poi vengo a giocare con te"?

Nella nostra concezione del mondo, e nella nostra cultura più in generale, il gioco è un'attività inferiore, meno importante delle attività reali dell'adulto, per non dire una perdita di tempo.

Quando guardiamo un bambino che gioca, non sempre vediamo che sta affinando le sue capacità motorie, sviluppando nuovi pensieri, costruendo le strutture verbali e la visione del suo mondo interiore.

Nel suo cervello, è un'esplosione di connessioni, eppure vediamo solo "un gioco da bambini".

Abbiamo anche tendenza ad equiparare il "gioco" con il "giocattolo".

Ma per il bambino, giocare è semplicemente imparare e praticare la vita.

Non hai mai visto un bimbo tutto felice di passare lo straccio, o di mescolare uovo e farina?

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Quando le cose sono sistemate in modo ordinato e organizzato, c'è più spazio all'immaginazione.

Non è un dovere o un lavoro, ma un modo per sentire l'appartenenza alla sua famiglia attraverso l'imitazione, per capire il suo mondo; e lo fa per puro piacere: gioca, vive.

Naturalmente, questo modo di "giocare" è, da un lato, molto più semplice perché è integrato nella nostra vita quotidiana, inscritto tra le cose che già facciamo.

.. e come includerla nella nostra routine?

D'altra parte, implica che il genitore accetti di includere il bambino nelle sue attività adulte, prendendo il rischio che ci vorrà molto più tempo e attenzione da parte sua.

Questo richiede un altro sguardo alla nozione di tempo: si tratta di investire molto più tempo oggi, in modo da guadagnarne domani; quando i nostri bambini, praticando la vita con noi ogni giorno, avranno imparato a fare molte cose, da soli.

Mio figlio che ha 4 anni, ad esempio, ha sempre seguito suo papà durante i lavoretti di bricolage. Certo, c'è voluta molta pazienza perché bisognava adattare gli strumenti e le cose che poteva fare senza farsi male, ma adesso se gli chiedo di svitare una vite col cacciavite ne è capace. E mi può aiutare concretamente in casa.

Mi viene spesso in mente l'esempio dell'imparare a mettere le scarpe, perché siamo sempre di corsa la mattina e la tentazione di farlo noi al posto loro è forte.

Ma alla lunga, se continuiamo a fare noi, ci ritroviamo con bambini di 6, 7 anni che non sono ancora capaci di mettersi le scarpe da soli.. Un investimento di tempo all'inizio, nella fase in cui i bimbi hanno sete di indipendenza e far da soli, ci fa "guadagnare" tempo più tardi.

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Le pulizie sono un bel gioco agli occhi dei bambini!

Fase #3: Cosa vuol dire prendere in considerazione le naturali inclinazioni dei bambini?

Se i bambini di 4, 5 anni e oltre si lanciano molto volentieri in giochi di ruolo, dove "fanno finta di..", ai più piccoli piace essere nella realtà di ciò che li circonda.

Vogliono aiutare, contribuire e fare come facciamo noi, in modo molto naturale.

Perché allontanarlo invece di approfittarne? Una volta che poniamo le condizioni per cui il bambino sia in sicurezza, possiamo costruire l'attività da fare insieme semplicemente facendogli fare la stessa cosa che facciamo noi, adattandola alla sua fase di sviluppo.

Un bambino di 18 mesi può benissimo versare farina, pasta o semola da una ciotola all'altra, mentre a 3 anni può tagliare una zucchina o sbucciare una carota con gli strumenti adatti.

Per non parlare dell'aspirapolvere e della scopa, che sono generalmente molto popolari tra i bambini dai 2 ai 4 anni.

Lasciate che si entusiasmino, senza distorcere quella visione con l'immagine che ne abbiamo noi adulti.

E se tuo figlio fosse più grande e tu stessi scoprendo questo approccio solo ora?

Parte da quello che gli piace fare. Cerca la sua collaborazione là dove si trovano i suoi interessi. In seguito, riuscirà a trasporre queste abilità collaborative in qualcos'altro.

Ad esempio, se il tuo bambino ha 5-6 anni e non vuole più aiutarti con le pulizie di casa, ma sta imparando a scrivere e gli piace moltissimo. Puoi chiedere il suo aiuto per fare la lista della spesa, preparare le etichette della dispensa o dell'armadio, scrivere i biglietti di auguri, e così via.

Una volta capito che aiutare i suoi genitori gli piace, sarà più facile chiedere la sua cooperazione su altre cose.

Attività con bambini di età diverse

Quindi, come facciamo quando abbiamo figli di età molto diverse? In che modo questo approccio pedagogico ci permette di trascorrere del tempo di qualità con 2 (o 3 o più) figli allo stesso tempo?

Faccio ancora una volta una riflessione a monte.

Quando adottiamo questo approccio, che mira a sviluppare l'apprendimento del bambino attraverso il gioco, nella nostra vita quotidiana, vedremo che qualsiasi oggetto di uso comune può diventare un giocattolo:

  • i rotoli di cartone possono diventare piste per le macchinine,

  • tubi idraulici assumono un sacco di nuove forme,

  • per non parlare di tappi e bottiglie.

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Materiali al posto dei giocattoli. ma belli ordinati

Mentre quando si investe in giocattoli "tradizionali" che hanno un solo uso, ci si limita a una fascia di età abbastanza specifica, quando invece qualsiasi materiale diventa un giocattolo, ci si apre a un'evoluzione del suo uso.

Il bambino di 6 anni userà il cartone in un modo molto diverso da un bambino di 2 o 3 anni, eppure è sempre lo stesso oggetto.

Quasi qualsiasi attività può essere fatta insieme, ognuna secondo le proprie possibilità, dando solo delle sfumature diverse;

Inoltre, in questo modo, anche i litigi tra fratelli riguardo al possesso di un giocattolo sono limitati.

Naturalmente, non sto dicendo di vietare qualsiasi forma di giocattolo classico; ma di scegliere in base al numero di usi possibili: cubi di legno, figurine, biglie.. possono essere usati ogni volta in un modo diverso, e a seconda della fantasia del bambino.

Un pupazzo che salta fuori dal cubo, invece non farà altro che saltare fuori dal cubo.

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Attività con i bambini: con o senza giocattoli?

Infine, una domanda volutamente provocatoria: perché preferire questo approccio per il tempo trascorso insieme rispetto ai giocattoli "classici" prefabbricati?

Penso che non ci sia una soluzione giusta o una sbagliata, ma che stia a ogni genitore scoprire la differenza!

Dipende dal punto di partenza della riflessione.

Il genitore soddisfatto del tempo trascorso col figlio, non ha bisogno di rimetterlo in discussione.

Ma se sentiamo questa frustrazione che ci spinge a cercare soluzioni diverse, è là che questo approccio può risultare pertinente.

Spesso, questo tipo di giochi semplici, questo modo di condividere la vita quotidiana con i nostri figli ci ricorda la nostra infanzia, e i momenti di piacere di cui abbiamo conservato la memoria.

Se ti senti frustrato per il poco tempo trascorso coi bambini, e soprattutto il modo in cui lo trascorri, ho un consiglio: segui il tuo istinto, le tue sensazioni di piacere, i tuoi ricordi più belli.

Lascia stare quello che vedi sulle riviste o sulle pagine dei social.

Si tratta di cambiare la nostra visione su ciò che è ordinario e quotidiano, con solo un pizzico di semplicità.

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Foto di su Unsplash

Risorse utili

Cosa serve per provare ad adottare questa filosofia anche a casa? Vuoi andare oltre con questo approccio? Ecco alcune risorse che possono essere utili!

L'elenco dei materiali consigliati da conservare a casa

Attenzione: per evitare che tuo figlio sparga una marea di oggetti dappertutto, limita le quantità che metti a sua disposizione. Porta sempre con te una scatola o un barattolo: terrà il tuo bambino occupato durante la passeggiata e a casa!

  • Cartoni
  • Rotoli di cartone
  • Bottiglie di tutti i tipi
  • Cubi di legno
  • Pupazzetti (ad es. di animali o personaggi)
  • Tappi
  • Spago
  • Tubi di gomma (tipo quelli da idraulico)
  • Tutto ciò che suscita la curiosità del vostro bambino durante le vostre passeggiate!

Siti web da visitare

Libri

Un paio di libri per riutilizzare il materiale che abbiamo in casa insieme ai bambini (link affiliati):

A cosa pensi se ti dico la parola "routine"? Qualcosa di prevedibile, da cui ogni tanto è bello evadere? O al contrario, a un'ancora di salvezza che ti protegge? E ti sei mai chiesto come mai quando tuo figlio era piccolo non sopportava neanche il più insignificante dei cambiamenti? Per i bambini, la routine è un'impalcatura mentale, una guida.. E se invece che una costrizione, vedessimo anche noi la routine come la base della libertà dei bambini?

bambini-e-routine-ragioni-dietro-un-bisognoMa perché i bambini sono quasi maniacali con le routine?

I bambini erano in vacanza dai nonni, quando una sera, mentre eravamo a cena, ha squillato il telefono.

"Puoi spiegare per favore a tua figlia che, anche se non è mercoledì, deve lo stesso fare il bagno e lavarsi?"

Respiro di sollievo: questa è ordinaria amministrazione!

"Mamma. Io ho cercato di spiegare alla nonna che i giorni del bagno sono mercoledì e domenica. Oggi è martedì, quindi io non voglio fare il bagno!"

Logica ineccepibile.

"È vero amore. Però adesso sei dai nonni, e non a casa. Le regole sono diverse."

"Sì, ma sei sempre tu la mia mamma. Sei tu che decidi."

Fregata.

"Certo, ma le mie sono regole che vanno bene quando sei qui a casa. Oggi sei andata a giocare tutto il giorno al parco, ti sei sporcata tanto. Non puoi andare a dormire così sporca. Facciamo così: visto che non è il giorno del bagno, ma devi comunque lavarti, perché non fai la doccia?"

Uff. Andata. Ma perché i bambini sono così legati alle routine? Voglio dire, lo so che serve loro a ritrovarsi nel tempo e nello spazio eccetera; ma mia figlia ha sei anni. A cosa le serve tutta questa rigidità? E come fare per capirla e aggirarla in modo da evitare crisi conseguenti?

#1. La routine dei bambini: Maria Montessori e il bisogno di ordine

Maria Montessori è stata tra i primi a teorizzare che i bambini hanno un "periodo sensibile" all'ordine.

Due postille prima che mi prendiate per matta:

  1. Crescendo, i bambini attraversano delle fasi che sono più o meno propizie a sviluppare una determinata abilità, o a manifestare un certo bisogno. Salvo eccezioni, non vuol dire che non possono farlo in altri periodi, ma che nella "finestra sensibile" sono più predisposti.

  2. L'ordine dei bambini non è il nostro. Per noi, ogni cosa al suo posto vuol dire che in giro non ci deve essere niente. Vuoto estetico. Per i bambini, significa che gli oggetti devono restare là dove loro si aspettano che siano.

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Ma le mie barchette sono a posto, mamma!

Per prenderla larga, tra i 6 mesi e i 6 anni i bambini hanno particolarmente bisogno di routine e ordine per raccapezzarsi.

Le routine sono, insomma, un punto di riferimento sia fisico che temporale; una base solida all'interno della quale si sentono liberi di muoversi in sicurezza...

E che a noi, ogni tanto, fa impazzire.

Come si sviluppa nei bambini il bisogno della routine?

Fin dalla nascita, i bambini si basano sulle loro esperienze per costruire la loro rappresentazione interna del mondo.

Naturalmente, non ce ne rendiamo per forza conto: ricordo che i primi mesi, c'erano delle volte in cui mia figlia detestava il bagnetto, e altre in cui squittiva di gioia.

Tutto sono andata a pensare:

  • la temperatura dell'acqua;

  • la paura dell'acqua che talvolta si manifestava di più in base alla stanchezza;

  • che avesse fame o sonno

  • o che semplicemente non ne avesse voglia in quel momento..

Mai mi sarei immaginata che protestasse perché non seguivamo una routine precisa: orario, prima o dopo cena, prima metto l'acqua o prima il sapone, sono io o il papà a lavarla e così via.

Secondo le osservazioni di Maria Montessori, molti bebè si agitano non appena invertiamo l'ordine nella sequenza degli avvenimenti.. ma noi non sempre riusciamo ad associare il loro pianto a un cambiamento nella routine, a meno che non sia una modifica grossa.

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A partire dai due anni

È solo intorno ai due anni che i bambini imparano a crearsi delle immagini nella loro testa; a fare delle rappresentazioni mentali di quello che vedono.

Hanno bisogno, quindi, che quello che si sono rappresentati corrisponda perfettamente con quello che vedono con gli occhi.

Insomma, se mondo interiore e mondo esteriore non combaciano, sono persi.

Tutto questo mi affascina perché quando lo sai sembra così ovvio! Eppure, prima di leggerlo, ignoravo perché fosse così primordiale per un bambino che le cose si susseguano nello stesso ordine.

Ma in pratica succede questo: finché il bambino sta imparando a crearsi queste fotografie mentali, il suo cervello fa una fatica pazzesca.

Le routine lo aiutano tantissimo: gli evitano di dover ricominciare da capo nella costruzione di quell'aspetto della sua vita o del suo mondo.

Per noi è ovvio che vestirsi voglia dire togliere il pigiama, cambiare le mutande, infilarsi i calzini, i pantaloni e la maglietta. E tutto sommato, l'ordine con cui eseguiamo la sequenza può anche variare un po'.

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Prima il calzino destro o quello sinistro?
Foto di Jisu Han su Unsplash

Per un bambino di meno di due anni, concettualizzare una sequenza di azioni così lunga è impossibile.. Una routine sempre uguale è un sollievo enorme.

Quando l'ordine non viene rispettato, il cervello dei nostri adorati bimbetti si riempie di ormoni dello stress.

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#2. Le routine e lo spazio

Hai presente quando hai ospiti a casa, e inavvertitamente si siedono proprio al posto in cui di solito si siede tuo figlio?

Può essere una vera catastrofe.

Ecco, non è per forza un capriccio o un desiderio di controllo, un gioco di potere eccetera.

Di solito succede che il bambino vede la persona seduta sulla sua sedia:

"Quello era il mio posto!"

"Ma non è il tuo posto, tu adesso sei seduto qui, non c'è mica l'etichetta sopra! In questa casa, tutti condividiamo le cose.

"Ma sì mamma era il mio posto!"

E via di seguito, in un'escalation verso le urla.

Il fatto è che per i bambini, soprattutto tra i due e i tre anni, la sequenzialità e l'ordine nello spazio sono fondamentali.

Può anche essere che dicendoci "Quello è il mio posto" stia cercando di comunicarci la sua rappresentazione mentale.

Insomma, non è per forza una richiesta di ridar loro la sedia.

Può bastare riconoscere la sequenza delle azioni:

"Sì, tu di solito sei seduto in quel posto. Adesso invece là si è seduta la nostra amica e tu ti sei seduto qui vicino a me. Hai cambiato posto."

Descrivere la sequenza aiuta i bambini a ricostruire mentalmente l'ordine dello spazio e del tempo.

(E può evitare a noi di arrabbiarci inutilmente).

#3. Le routine e il tempo

Quante mattine ci siamo ritrovati davanti alla porta di casa, ovviamente in ritardo, con mio figlio che scalciava e urlava..

Perché gli avevo messo prima il calzino sinistro anziché il destro. O perché gli avevo messo i pantaloni prima dei calzini, orrore e tragedia!

A te non capitano queste scene apocalittiche?

Ho risolto chiedendogli sempre in che ordine desiderava che lo vestissi. (Perché io francamente non me lo ricordavo l'ordine giusto..ehm.. devo avere una capacità di astrazione molto forte).

In effetti, le routine sortiscono lo stesso effetto sui bambini che il fatto di lasciarli scegliere: controllo e padronanza della situazione. In un mondo che a loro ancora sfugge per buona parte.

#4. I bambini, le routine e le regole

Anzi, la routine può essere un prezioso alleato per farci obbedire:

Anziché dare ordini, possiamo elencare in sequenza le azioni da compiere che fanno parte della routine.

Inconsciamente, il bambino passa da uno stato passivo a uno attivo: anziché "subire" l'ordine, il bambino deve attivarsi per ricostruire la sequenza. Il che, per lui, è spesso un gioco piacevole!

Possiamo divertirci a creare delle filastrocche che elenchino in sequenza le azioni che compongono la routine- come lavarsi le mani, andare a dormire, mettere a posto eccetera.

7-8 anni e l'amore per l'ordine

Questa è un'età in cui la corteccia prefrontale si sviluppa tanto.

I bambini iniziano ad avere un'immagine più chiara di cosa sia il futuro, e poter fare delle anticipazioni, a programmare.

In questo marasma di nuove connessioni neuronali, le routine e l'ordine continuano a rappresentare un modo efficace di incanalare le energie dei bambini... se sappiamo come sfruttare la cosa a nostro favore.

I bambini di quest'età sono già capaci di "organizzarsi" da soli.

E le regole sono una parte fondamentale del tassello, in quanto strutturano, definiscono e permettono.

Se riusciamo ad implicare i bambini nella definizione delle regole e dell'ordine, saranno lieti di partecipare e seguirle; il fatto che "ogni cosa sia al suo posto" dà loro sollievo.

(Un po' come per noi adulti in fondo. C'è chi si entusiasma davanti a una tabella excel ben fatta, in fondo.)

Insomma, il modo per migliore per occuparli in una situazione nuova è quella di chieder loro di eseguire un compito, lasciando che decidano autonomamente come svolgerlo.

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Troppo disordine. CTR+ALT+CANC
Foto di Ray Rui su Unsplash

#5. Routine o flessibilità?

E dov'è lo spazio per la creatività, l'improvvisazione, il divertimento in tutto questo?

Possibile far convivere il bisogno di routine dei bambini con la nostra esigenza di "libertà"?

Instaurare delle routine non significa chiudersi rigidamente in uno schema immutabile.

Anzi: coi bambini, ho scoperto, la flessibilità è sempre vincente.

Le routine, per me, sono come la cornice di un quadro. Mettono in risalto, ma non definiscono quello che c'è dentro.

Se siamo attenti a seguire e sottolineare la sequenza di certi passaggi chiave, il bambino si sentirà sufficientemente sicuro per lasciare che introduciamo altri cambiamenti nella sua vita senza sentirsi in pericolo.

Quando abbiamo cambiato casa, il fatto che abbiamo continuato a seguire gli stessi rituali della buona notte, del cenare insieme eccetera hanno fatto sì che ci sentissimo "a casa", anche se in un contesto diverso.

È invece quando non c'è nessun ordine che scoppia il caos: difficile addormentarsi, obbedire a una regola, stare tranquilli se non c'è nulla di sicuro nelle nostre giornate.

Insomma, non c'è bisogno di rinunciare alle vacanze perché abbiamo dei bimbi piccoli; ma ricordarsi di rispettare certe sequenze fondamentali farà sì che ce le godiamo, anziché farle diventare un incubo.

Adesso sappiamo anche perché 😉


Fonti, riferimenti, approfondimenti

Ecco un elenco di siti, libri e articoli consigliati o da cui mi sono ispirata!

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Il 30 luglio 2018 ho pubblicato i miei primi articoli e iniziato un'esperienza di condivisione che mi ha cambiato. Prendere del tempo per guardare quello che mi era successo è stata, in primis, un'attività quasi terapeutica. A cosa serve riflettere all'essere genitore? In che modo la creatività può aiutarti a costruire il rapporto coi tuoi figli? Magari anche quando non ti consideri per niente una persona creativa.. Vedrai, è divertente!

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Creativo, io? Foto di Alice Achterhof su Unsplash

Essere genitore prima di scrivere sul blog

A me capitava spesso di rientrare a casa dall'ufficio di corsa. Ci sdraiavamo per terra per giocare, i bambini pieni di quel bisogno entusiastico che hanno di vederci, sentirci vicini.

A volte mi arrabbiavo.

A volte non sapevo come reagire per farmi ascoltare.

Ma ho dimenticato la maggior parte dei dettagli. È come se ci fossero tante scene un po' sfocate sullo sfondo, e qualche dettaglio più luminoso. Come nelle foto che ti vengono male, e che poi ti dispiace perché sai che il momento è perso.

Mi ricordo, ad esempio, il conforto che provavo nell'abbracciare mia figlia, quando avevo passato una brutta giornata in ufficio.

Ricordo anche quando ho cambiato lavoro, l'eccitazione e la gioia di una nuova avventura: quando mi hanno telefonato per annunciarmelo, mi ero chiusa in cucina, e mia figlia piangeva dall'altra parte della porta, perché voleva raggiungermi. Era in braccio a papà che mi sorrideva quando sono uscita per dare la notizia.

C'erano ondate di gioia, entusiasmo, frustrazione, incomprensione, rifiuto, rigidità..

La mia terapia era la bici. Sempre, mentre andavo o tornavo dal lavoro, mentre pedalavo rimuginavo sulle frasi dette, sul carattere di mia figlia, sul mio voler stare con lei, su come fare a capirla, a capirmi.

Tutto un riflettere sul mio essere genitore, il peso del ruolo, il come assolverlo, come conciliare questo nuovo aspetto con il resto della mia vita.

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Perché scrivere aiuta a prendere la distanza che serve per riflettere sull'essere genitore

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Foto di Tim Gouw su Unsplash

Vedevo, naturalmente, altri genitori destreggiarsi con gli stessi problemi.

Il bello del mal comune mezzo gaudio, è che il problema diventa normale. Solo che questa normalità fa un po' da anestetizzante, e uno smette di lottare per trovare la soluzione.

Non voglio ripercorrere i motivi che mi hanno portato a iniziare il blog; quelli li trovate nella pagina corrispondente.

Scrivere mi ha aiutato a smettere di far girare i miei pensieri in spirali senza capo né coda, e a dare un senso alle mie osservazioni.

E se questo è un elemento mio personale, forse c'è qualcosa che può aiutare anche te a ritrovare leggerezza e la giusta distanza ai piccoli e grandi problemi che ti prendono in contropiede.

Cosa mi ha insegnato un anno di blog sull'essere un genitore

  1. Per ogni problema c'è una soluzione, che spesso è semplice ed evidente ma necessita di cambiare punto di vista;

  2. quando riesci a mettere da parte i pregiudizi, scopri che da chiunque hai qualcosa da imparare;

  3. il tempo è sempre relativo: saper rallentare a volte ci fa guadagnare più tempo di quello che pensavamo aver perso;

  4. per ricordare bisogna ascoltare; e per ascoltare davvero bisogna interrompere la voce nella nostra testa che tende ad anticipare quello che l'altro sta per dire;

  5. rabbia, frustrazione, inquietudine.. se pensiamo e ripensiamo all'episodio che le ha generate, non facciamo che attizzarle come il fuoco. Posarle da qualche parte per poi tornarci su quando ci siamo calmati permette di andare più in profondità;

  6. dietro la rabbia per qualcosa che i nostri figli hanno fatto, si nasconde spesso un'emozione primaria che non vogliamo vedere: paura? tristezza? Per scoprirlo, bisogna accettare che arrabbiarsi è una scelta non obbligata che dipende da noi, non dai bambini;

  7. mettere le cose sul ridere di solito aiuta.

Quali vantaggi a usare la creatività per migliorare la relazione coi tuoi figli?

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La libertà della creatività
Foto di Alexander Dummer su Unsplash

Più osservo i bambini, e più mi accorgo che tutti noi abbiamo una parte creativa. In alcuni è più evidente, naturalmente. Ma tutti abbiamo un qualcosa che ci fa vibrare di entusiasmo, un'immagine che ci mette in movimento, che non è guidata da una logica o un pensiero puramente razionale.

Il vantaggio dell'attingere a questa parte creativa è che è piacevole. Dà energia e una gran soddisfazione, indipendentemente dal risultato.

Inoltre, proprio perché spontanea, va a pescare nel nostro incosciente e permette di portare a galla aspetti nascosti, che poi ci permettono di vedere in una luce diversa l'accaduto anche quando usiamo le lenti della razionalità.

È un esercizio, un allenamento. Ma ho riscontrato che la sua regolarità alleggerisce i problemi; ci rende, in parole povere e molto concrete, più sereni. Vuoi provare?

Le 3 attività creative che ti aiuteranno a riflettere sul tuo essere genitore

Ho scoperto che riflettere alle sfide dell'essere genitore è soprattutto un ripensare se stessi, che spesso e volentieri non è per niente facile.

L'ideale, secondo lo psichiatra infantile Daniel J. Siegel, è cercare delle attività che attingano a entrambi gli emisferi del nostro cervello..

In altre parole: l'ideale è provare tutte e 3 le attività, e mescolarle andando a cercare quello che ti piace di più.

#1: Scrivere e tenere un diario

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Scrivere, scrivere, scrivere ancora
Foto di Thom Holmes su Unsplash

La scrittura quotidiana ha virtù terapeutiche, sono in tanti ormai a sostenerlo.

Serve a imbrigliare i pensieri negativi su di sé per dirigerli in maniera più sana; a sentirsi più felici e soddisfatti, quando ci si concentra "sulle cose belle".

Martin Seligman, il papà della psicologia positiva, ha guidato diverse ricerche che hanno portato alla stessa conclusione: scrivere fa bene, in alcuni casi fa pure meglio!

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#2: Fare foto che raccontino una storia visiva

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L'aspetto inatteso delle foto

Da quando scrivo, ho iniziato a scattare un sacco di foto; a guardare ai dettagli, alle sfumature, alle sensazioni dei colori.

A che serve, mi dirai tu?

Intanto, le immagini servono a "completare" le parole scritte perché richiamano il modo di processare le informazioni tipico dell'emisfero destro; laddove la scrittura si richiama fortemente all'emisfero sinistro.

C'è di più. Non cercare le foto "di posa", quelle in cui siete tutti in posizione ufficiale col sorriso.

Nel fare la tua storia visiva, cerca di scattare delle foto naturali, quelle in cui un bambino corre con il ghigno di chi sa di averla combinata grossa mentre il papà alza il dito con la fronte corrugata.

Vederti in una situazione "normale" coi bambini ti aiuterà a individuare certe posture, certi gesti; a notare il tuo linguaggio del corpo. Questo può darti delle indicazioni utili su come ti poni involontariamente davanti ai tuoi figli.

In Inghilterra usano addirittura il video per delle sequenze di terapia genitori-figli.

Mentre il genitore e il bambino giocano, il terapeuta li filma. Poi prende fotogramma per fotogramma, e mostra al genitore certe espressioni significative.

E apparentemente è molto utile, soprattutto per instaurare un rapporto i primi mesi di vita, quando il genitore ha difficoltà a interpretare correttamente i segnali non verbali del neonato e a rispondervi adeguatamente..

Non c'è bisogno di andare così sul tecnico eh?!

Ma prova a creare un album di foto che racconti il vostro quotidiano. Non c'è una ricetta precisa da seguire, se non quella di seguire l'istinto e divertirti!

#3: Il collage di immagini e parole per visualizzare

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Foto di Nicole Honeywill su Unsplash

Quest'ultima attività riassume le prime due, e si applica alla perfezione se non ti piace l'idea di lavorare con le vostre vere foto, o se non ami scrivere.

Prima di buttare via le riviste una volta che le hai lette, pensa a un episodio recente e passato significativo.

Cerca immagini e singole parole che lo descrivano, e fai il tuo collage, che sia sotto forma di poster, di libro, di disegno.. poco importa.

Se riesci a dare una regolarità all'esercizio, può diventare un libro di famiglia da condividere coi bambini; oppure può essere l'equivalente di un diario segreto.

O, ancora, puoi anche decidere di buttar via ogni volta la tua realizzazione.

Quello che ti servirà è il ricercare le sensazioni e le emozioni attraverso la carta; l'esercizio terapeutico sta tutto là.

Fonti, riferimenti, approfondimenti

Qual è la tua attività creativa che ti aiuta a riflettere di più e a vederci chiaro? Puoi raccontarlo nei commenti!

Più in basso, troverai invece un elenco di siti e articoli consigliati o da cui mi sono ispirata.

La biblioteca di riferimento

Nota : i link verso Amazon.it o www.ilgiardinodeilibri.it sono affiliati: significa che se clicchi e decidi di effettuare un acquisto, io percepisco una piccola commissione senza costi aggiuntivi per te.

  • Se riflettere sulla tua interiorità e quello che ti accade fa parte del tuo essere genitore nel quotidiano, ti consiglio caldamente questo libro di Daniel J. Siegel: approfondisce il ruolo delle nostre prime relazioni nel forgiare le nostre reazioni automatiche, e guida a come dar loro un senso e  invertire la rotta.

  • Il padre della psicologia positiva si considera un pessimista.. è il colmo ma la sua auto-ironia rende la lettura dei suoi libri un vero piacere, se vuoi approfondire il tema di come la creatività (tra le altre cose) ci rendono migliore la vita.

  • Qual è il valore terapeutico della creatività? Ce lo spiega l'arte-terapeuta Alexandra Karlsdorf

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