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3 Ottimi Motivi per Smettere di Intervenire e Insegnare Ai Tuoi Bambini A Chiedere Aiuto

Quante volte interveniamo togliendo ai bambini un’occasione per imparare? 3 motivi per cui insegnare a chiedere aiuto si rivela fondamentale!

“Quando aiutiamo un bambino a sentirsi sicuro, apprezzato, a sentire che “qualcuno è profondamente, veramente interessato a me” dal modo in cui guardiamo, dal modo in cui ascoltiamo, influenziamo l’intera personalità di quel bambino, il modo in cui quel bambino vede la vita.” – Magda Gerber

Insegnare a Chiedere Aiuto, Storia 1

Ero stanca, come capita in quelle sere di prima estate in cui il nuovo caldo sembra consumarci. Mi immaginavo supina nel letto con una brezza fresca a conciliare il sonno.

“Mamma!”

Mio figlio insiste nel chiamarmi più volte e poi aspettare che io smetta tutto e lo guardi negli occhi. Solo allora mi rivela quello che ha da dire.

Mentre lo scrivo, mi chiedo quando noi adulti abbiamo perso questa sana coscienza del nostro valore lungo la strada, tanto da considerare normale parlare anche a chi è perso dietro a uno schermo o è impiegato a fare altro.

“Sai che oggi a scuola ho fatto un puzzle! Tutto da solo. Sono partito dagli angoli e dai bordi, e poi ho fatto tutto. Sono stato bravo eh? Nessuno mi ha aiutato!”

Nessun dettaglio sul disegno rappresentato. L’entusiasmo, la soddisfazione erano così palpabili da essere contagiosi. Il puro piacere, il sano orgoglio dell’aver provato, e poi riuscito, una cosa da solo toglievano spazio a qualsiasi altro dettaglio.

Insegnare a Chiedere Aiuto, Storia 2

“Ci hanno invitato a fare un pic-nic, ho pensato che fosse carino no? A me sembra una buona idea!”
Ho sentito la gola stringersi improvvisamente.

In qualche microsecondo, ero riuscita nell’impresa di far combaciare l’equazione: “se nel poco tempo libero che abbiamo, preferisce vedere gli amici anziché stare solo con me, allora vuol dire che non ci tiene abbastanza.”

Naturalmente, non ho manifestato esplicitamente niente di tutto questo.

“Come vuoi”
Ho sbottato.

Dando ancora una volta per scontato che simili espressioni fossero la ovvia dimostrazione del mio malcontento.

La mente maschile del mio interlocutore non captò (forse volutamente) il tono della frase né l’insolita sintesi della risposta. Si è accontentata del significato esplicito delle due parole.

Così, mentre lui tirava fuori il telefono per confermare la presenza alla gita e organizzare ulteriori dettagli, io auto-alimentavo il mio furore.

Avrei potuto dire qualcosa come “ho proprio bisogno che stiamo un po’ insieme da soli, e avevo pensato che questo weekend lo avremmo dedicato a noi”.

Invece, ho continuato a coltivare il mio risentimento. “se ci tenesse davvero a me, dovrebbe capirlo da solo!” “Com’è possibile che lui non senta il mio stesso bisogno? Vuol dire che non sono poi così importante!”

Interi pomeriggi, e a volte relazioni ventennali, sono rovinati da questo genere di dinamiche.

Insegnare a Chiedere Aiuto, Storia 3

Mi sono accorta che stavo quasi tremando. Facevo proprio fatica a contenermi mentre guardavo la piccola del video contorcersi tutta.

Seguo sempre con interesse gli articoli e le newsletter di Janet Lansbury; l’indicatore massimo del mio coinvolgimento è che cerco di ritagliarmi del tempo per studiarne i contenuti, anche quando sono lunghi (vedi che conosco anche io i limiti del mestiere!)

Questa volta, l’articolo iniziava con un breve video di 2 minuti inviato da una mamma lettrice.

Non mi aspettavo che un semplice video di un bebè, senza suono, musica, commenti né effetti speciali, avrebbe avuto il potere di catturare tanto i miei sensi.

(Ricordiamoci che secondo le ultime ricerche, la nostra attenzione media è di circa 8 secondi. Quella di un pesce rosso, di 9. Il che mi dice che pochissimi leggeranno queste righe, ma siccome lo trovo un tema importante, vado avanti.)

Nello schermo, una bimba di circa 6 mesi è sdraiata su un tappetino sul pavimento, circondata dai giochi. La sua attenzione è catturata da un oggetto troppo distante perché lei lo possa raggiungere.

Il mio istinto di mamma mi vede interrompere quello che sto facendo, alzarmi, chinarmi a prendere il giochino per tenderlo con un sorriso tenero alla bimba.

Ma non la mamma della bambina in questione. No, lei continua a riprendere la scena, senza intervenire né dire una parola.

E fa bene: la bimba non si è volta verso di lei, non sta cercando aiuto. È protesa verso l’oggetto, si allunga, si agita, concentratissima sul suo obiettivo.

Altro che 8 secondi: la bimba impiega 2 lunghissimi minuti di sforzi per riuscire, finalmente, ad agguantare il giochino con la manina e metterselo in bocca con grande soddisfazione. La stessa che ho visto negli occhi di mio figlio mentre mi raccontava del puzzle.

L’Arte di Dosare, Dare e Chiedere Aiuto

È difficile stare a guardare senza fare niente, giusto?

Che si tratti di un neonato che non riesce a prendere il suo gioco, del bimbo di due anni che fatica a mettersi le scarpe da solo, o dell’adolescente che non sa ancora bene come trovare il suo posto nel gruppo di amici.

Abbiamo spesso l’istinto di gettarci a capofitto nella missione più nobile: aiutare il prossimo. Anche laddove il suddetto prossimo non ha espresso la minima richiesta di aiuto; e soprattutto quando il prossimo è nostro figlio.

L’esempio della bimba di 6 mesi mi ha toccato nel profondo. Era evidente che chi si trovasse in difficoltà fossi io e non lei. Io che guardando il video di una bimba sconosciuta ho provato il grande sconforto di non poter intervenire, di sentire però distintamente il mio bisogno intrinseco di farlo. Era quasi fisico.

La bimba invece non solo se l’è cavata perfettamente da sola, ma aveva anzi bisogno di questa esperienza per costruire un pezzetto della sua identità e delle sue competenze.

Ho pensato: “di quante opportunità ho privato i miei bambini!” – perché si sa, la mamma tende al senso di colpa perenne in qualsiasi circostanza.

Perché vogliamo aiutare i nostri figli

  1. Sensazione di essere utili, se non indispensabili
  2. Risparmio di tempo
  3. Attenzione all’opinione altrui e al risultato

Una mamma mi ha chiesto un aiuto.

“Ma lo fai così? lo so che sei tanto impegnata non voglio darti un disturbo!”

Ci ho pensato un attimo.

La verità è che mi faceva realmente piacere dare il mio contributo, mettere a frutto quello che so fare.

Sai quella sensazione di servire a qualcosa, di avere una missione importante da compiere?

E questo è un motore sociale potentissimo e che mi fa ben sperare per il futuro dell’umanità, ma è anche potenzialmente un problema quando siamo genitori, perché:

  1. priviamo i bambini di un’opportunità di apprendimento e sviluppo (vedi sopra);
  2. comunichiamo implicitamente “non credo proprio che tu riesca a farcela da solo. Meglio se ci penso io” (non proprio ottimo per la loro autostima nascente).

Esercizio empatico della settimana:

Immagina di essere in periodo di prova al tuo nuovo lavoro. Ci sono un sacco di cose che ancora non sai e vuoi imparare, e sei ansioso/a di dimostrare le tue capacità, di dare il massimo.

Il collega che si occupa di formarti, al ritorno dalla macchinetta, passa dietro di te e si ferma a guardare lo schermo del tuo pc. Vede i tuoi tentativi di usare il software che ti ha appena mostrato, fa un grosso sospiro e ti dice con un sorriso dolce:

“dai spostati che faccio io, è meglio. È ancora troppo difficile per te, non ce la puoi fare. Così facciamo prima, che siamo in ritardo per la riunione e sennò chissà poi cosa pensano quelli dell’altro ufficio.”

Si siede al tuo posto e finisce il lavoro in un paio di minuti, mentre tu cerchi disperatamente di memorizzare tutti i suoi clic.

Certo, gli sei grato/a per la sua disponibilità e gentilezza. Magari ti dici anche: “meno male che c’è lui!

Ma cosa succede se la scena si ripete ogni giorno, ogni volta che provi a usare il software? Come ti senti dopo 5 o 6 anni, quando il collega va in pensione o cambia reparto e tu ti rendi conto che ancora non hai acquisito la sicurezza necessaria per lavorare in autonomia? Ringrazi di cuore il collega per essersi reso indispensabile e per essere, tu, diventato dipendente da lui?

3 Motivi per insegnare ai bambini a chiedere aiuto: 1) Si impara l’umiltà

Pensa a una persona o una marca che ammiri, che ha rivoluzionato il tuo quotidiano. Ce l’hai?

Benissimo.
Conosci la sua storia?
Ti invito a cercarla se non la ricordi.

Sono sicura che chiunque sia la persona o l’impresa a cui hai pensato, parte di quello che tu reputi il suo successo dipende dall’intervento fortunato di altre persone. Un partner, un mentore, un collega o un amico, un genitore o un insegnante.

Pensa a come sarebbe diversa la tua vita di tutti i giorni, se quella persona che ammiri si fosse fermata per la paura di quello che potevano pensare gli altri.

“E se sbaglio? E se mi prendono in giro? Cosa penseranno di me?”

La verità è che per riuscire bisogna sentirsi al sicuro anche di fronte all’eventualità di sbagliare o di chiedere aiuto. Essere sicuri del proprio valore intrinseco al di là di quello che sappiamo o non sappiamo (ancora) fare.

3 Motivi per insegnare ai bambini a chiedere aiuto: 2) Si impara il coraggio

Mostrarsi vulnerabili e saper chiedere aiuto richiede un certo coraggio. Tanto che, molto spesso, mascheriamo i nostri bisogni e le nostre richieste d’aiuto dietro comportamenti manipolativi, e magari senza rendercene conto.

Mio figlio ha capito benissimo che piagnucolando e sgranando gli occhioni a cucciolo ha un effetto; ed è più semplice che ammettere: “Mamma, sono stanco, ho bisogno di aiuto. Mi aiuti per favore?”

Ricordi la mia storia del pic nic? Quello è un classico esempio di inconsapevole vigliaccheria. Di non riuscire a esprimere i miei bisogni in modo assertivo, e spendere energie per girarci intorno aspettandomi che qualcun altro sopperisca laddove io manco.

Ed è un problema molto diffuso anche nel mondo del lavoro: quanti conflitti, quanti pesi sullo stomaco e inefficienze causate dal non osar dire e chiedere.

Imparare a chiedere e dare aiuto implica rinunciare alla protezione del ruolo della vittima, per prendere in mano le redini, e proprio per questo un punto emblematico nella crescita verso l’autonomia e l’indipendenza.

Può sembrare contro intuitivo, no? Eppure è la persona insicura a sentire il bisogno di dover dimostrare qualcosa agli altri, e quindi a esitare nel chiedere aiuto quando serve.

Ci sono giorni in cui mia figlia insiste nel voler andare a comprare il pane da sola, per dimostrare quanto è grande e cresciuta. Si impone, dibatte e ribatte.

E qualche ora dopo piagnucola perché non vuole andare a letto da sola. Implora, usa stratagemmi e ricatti per convincerci ad accompagnarla.

Ma quando si concentra, prova, fa i suoi esercizi da sola, e dopo mi chiede con naturalezza: “Mamma, vieni ad aiutarmi per piacere?”. Là so che sta crescendo davvero.

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3 Motivi per insegnare ai bambini a chiedere aiuto: 3) Si impara a stare con gli altri

Immagina qualcuno che viene da te dicendoti: “Ho bisogno di aiuto. So che tu sei bravissimo/a in questo, e vorrei proprio il tuo consiglio.”
Come ti senti?

La tua capacità viene riconosciuta. Fisiologicamente, questo causa il rilascio di dopamina. Si tratta di un neurotrasmettitore che regola, tra gli altri, i meccanismi di ricompensa e piacere e il controllo delle capacità di attenzione. Insomma, è una bellissima sensazione!

Ti senti più sicuro, orgoglioso, e felice di poterti rendere utile.

Inconsapevolmente vedi positivamente anche la persona che ti ha chiesto il consiglio. È l’inizio possibile di una relazione soddisfacente.

Insegnare ai nostri figli a saper chiedere, ricevere e dare aiuto è una chiave importante per saper vivere al meglio le relazioni sociali, che siano sul lavoro o in famiglia. È l’antidoto al risentimento e all’amarezza, e una grande apertura verso gli altri.

Da dove cominciare per smettere di intervenire

Come si fa a non intervenire, se lo abbiamo sempre fatto? Se abbiamo paura di quello che diranno gli altri quando lasceremo fare e i nostri bambini sbaglieranno? Se abbiamo fretta e siamo abituati a cercare subito la soluzione più rapida, ad asciugare lacrime prima che il pianto sia consumato, a far smettere, a fare noi?

Inizierei con le pause.

Sai quando i tuoi bimbi scoppiano a piangere, qual è il tuo primo impulso?

La prossima volta che succede, ti invito ad abbracciare, o stare vicino, ma provare a non dire niente. Osservare, sentire, accogliere, senza voler risolvere.

È difficile e scomodo, quanto costringerci a non dare il giochino alla bimba di 6 mesi del video sopra. Ma un primo passo fondamentale per fare spazio ai nostri figli.

Questione di educazione?

Con gli occhi assonnati e la fronte nascosta tra le braccia, la sua richiesta esce fuori sotto forma di bofonchio intraducibile.

È accovacciato al tavolo della cucina, mentre io mi affanno a preparare colazione, merenda,zaini e borse, con un occhio nervoso al grande orologio Ikea che immagino presente nell’80% delle case al mondo.

“Non ho capito amore” gli dico temendo il suo cattivo umore mattutino.

“Ho sete!”

“Oh mi spiace amore”

Sorprendentemente, la mia empatia accresce il suo malcontento.

“Di cosa hai bisogno amore? Cosa vuoi chiedermi?”

54 “ho sete” dopo, riesco a fargli dire “voglio l’acqua!”

Serviranno ancora un paio di tentativi per fargli trasformare la frase in “mi potresti dare un po’ d’acqua per favore?”

Ma ora almeno sento che quei 2 minuti in più sono stati ben spesi. E non è solo buona educazione.

Fonti, riferimenti, approfondimenti

Ecco un elenco di siti, libri e articoli consigliati o da cui mi sono ispirata!

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      • A chi me lo chiede, consiglio sempre di iniziare il percorso verso più pazienza e attenzione partendo da esercizi di mindfulness, meditazione e respirazione. Per un approccio pratico e autorevole, basato su anni di solide ricerche, consiglio “Diventare consapevoli. Una pratica di meditazione rivoluzionaria” di Daniel J Siegel, autore di innumerevoli best seller a destinazione dei genitori di tutto il mondo.

      • Per chi legge in inglese, consiglio caldamente il blog “Elevating Childcare” e il podcast “Unruffled” di Janet Lansbury, da cui ho tratto più volte ispirazione

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