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EDUCAZIONE POSITIVA

Educazione Positiva – Cos’è E Perché Devi Conoscerla!

Negli ultimi tempi troviamo sempre più spesso dei riferimenti all’educazione positiva, io ne ho fatto l’oggetto principale del mio lavoro, ma in effetti non ne abbiamo mai parlato.. Cosa si intende con educazione positiva? Che cos’è l’educazione positiva, e soprattutto: a cosa serve?

La prima volta che ho sentito parlare di educazione positiva

Qui in Francia, dove vivo, l’educazione positiva è molto conosciuta e praticata. La prima volta che ne ho sentito parlare è stato probabilmente quando la mia primogenita andava all’asilo nido, menzionata in uno di quei volantini appesi in bacheca. Un’iniziativa di quartiere, un atelier, una riunione esplicativa.

Da finta estroversa quale sono, in quei primi anni in cui cercavo ancora di costruirmi un’identità professionale e personale, da mamma, italiana all’estero, curiosa di tutto e inesperta, tendevo a rifuggire gli incontri di gruppo che non fossero strettamente necessari al lavoro.

E poi, mi dicevo, io non voglio essere inquadrata. Non voglio dover aderire a un manifesto, a una formula, in base alla quale sentirmi definita e giudicata.

Voglio sentirmi libera di seguire la mia strada, le mie idee, senza sentirmi giudicata se non seguo al 100% questa o quella dottrina.

Non è incredibile, quanto ci sentiamo definiti, descritti e inscatolati in base non solo alle nostre scelte in fatto di educazione, ma anche dal comportamento dei nostri figli? E allora, talvolta preferiamo andare avanti senza farci troppe domande.

Pensavo senza sapere niente, e cercavo risposte altrove.

I corsi universitari online che avevo iniziato a seguire a quell’epoca non menzionavano direttamente questo tipo di educazione, ma ponevano delle basi di ricerca che ne appoggiavano i principi. Ma io all’epoca non lo sapevo.

Seguivo i miei sassolini, da Pollicina testarda, e sono arrivata all’educazione positiva lo stesso, per la mia strada.

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Che cos’è l’Educazione Positiva

A me piace definirla una filosofia, un modo di vedere la relazione genitore-figlio non come verticale, basata su metodi coercitivi, ma orizzontale; si prendono in considerazione i bisogni di entrambi e ci si appoggia su comunicazione, fiducia e rispetto reciproci per cercare la collaborazione.

È una proposta educativa alternativa agli stili permissivo e autoritario in cui si cercano di evitare punizioni, minacce o ricompense; e si cerca la cooperazione del bambino facendo leva sul suo naturale desiderio di contribuire e sentirsi parte dei gruppi sociali cui appartiene.

La riflessione è stata portata all’attenzione del pubblico da Jane Nelsen, fondatrice della Positive Discipline negli Stati Uniti.

Jane Nelsen, terapeuta familiare, autrice o co-autrice di 18 libri, mamma di 7 figli, si è appoggiata sulla psicologia di Adler e Dreikurs per sviluppare un movimento presente in più di 60 Paesi in tutto il mondo.

Si propone come via di mezzo tra fermezza e comprensione.

  • Alla punizione si sostituisce il gioco (cioè strategie ludiche di apprendimento)
  • L’obiettivo esplicito è insegnare un comportamento o una competenza con l’incoraggiamento e il coinvolgimento
  • Si trasmette l’autodisciplina anziché imporre le regole con la paura o la forza
  • Si cerca di rimettere in prospettiva il comportamento del bambino andandone a ricercare le cause
  • Spinge il genitore a prendersi cura di sé e prendere in conto anche i suoi bisogni
  • L’attenzione è posta sulla ricerca di una soluzione anziché sul ripristinare il rapporto di autorità

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I 5 Principi fondamentali dell’Educazione Positiva

L’educazione positiva secondo Jane Nelsen si basa su 5 pilastri, o criteri fondamentali:

1. Gentilezza e fermezza

In altre parole, una via di mezzo tra lo stile autoritario e lo stile permissivo: è necessario porre le regole e farle rispettare, secondo i bisogni della situazione, ma in modo empatico, con dolcezza, nel rispetto del bambino.

2. Aiutare i bambini ad avere un senso di appartenenza e importanza.

Sentire di far parte di un gruppo è uno dei bisogni esistenziali di ognuno di noi, ma è particolarmente importante per i bambini.

Quando i bambini non sentono di poter appartenere al loro gruppo cercano di colmare questo bisogno in modi inappropriati, ricercando attenzione o un senso di controllo.

3. Ottica di lungo periodo

Parliamoci chiaro: la sgridata, o la punizione, funzionano sul momento. L’educazione positiva si pone però l’obiettivo di fare una riflessione che prenda in considerazione i bisogni del bambino che lo hanno spinto a comportarsi in un certo modo, per insegnargli certe competenze di vita.

Per questo parlo di filosofia, perché è proprio un modo diverso di vedere la relazione al bambino e richiede di approfondire, in cuor nostro, cosa vogliamo trasmettere ai nostri figli per la vita.

4. Sviluppare competenze di vita e sociali utili per la vita

Come calmarsi da soli, imparare il valore del rispetto delle regole, risolvere i conflitti e i problemi, trovare delle soluzioni condivise.. tutte quelle soft skills sempre più richieste, tra l’altro, anche nel mondo del lavoro.

5. Sviluppo nei bambini della convinzione di essere capaci

Sviluppare cioè nei bambini la convinzione di poter usare le loro capacità e competenze in modo utile e responsabile, per poter dare un contributo alla società.

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Perché è difficile?

La teoria è meravigliosa, più difficile passare alla pratica.

Perché? Perché richiede una presa di coscienza e un cambiamento rispetto al modello educativo ricevuto; e la sfida è riuscire a sostituire i nostri riflessi educativi per creare nuovi automatismi basati su una scelta consapevole.

Il che non è facile quando siamo stanchi, di corsa, stressati, e non sappiamo sempre dare la priorità al nostro riposo e mettere il bisogno del prenderci cura di noi sullo stesso piano del prenderci cura dei bambini.

(La frustrazione personale è pessima nemica di un’educazione empatica..)

E poi, i confini con permissivismo o autoritarismo sono a volte sottili.

Perché rinforzare le regole sulla base della loro condivisione non è facile.

Restare empatici e attenti a capire i bisogni che hanno motivato un comportamento, con la lucidità necessaria per insegnare al bambino cosa può fare e cosa no, senza appoggiarsi sulla forza ma senza neanche lasciar correre, richiedono tanta presenza di spirito.

I 5 ostacoli principali

Alcuni degli ostacoli principali all’adozione e messa in pratica di questo tipo di educazione sono:

  1. La paura di essere giudicati troppo “qualcosa”: troppo severi o non abbastanza, ad ogni modo perché non corrispondenti al modello educativo tradizionale.
  2. La convinzione che se non ci sacrifichiamo sempre e comunque per i nostri figli, allora siamo egoisti
  3. Una tendenza che abbiamo a volte a voler proteggere sempre i nostri bambini, evitando così loro ogni possibile sofferenza ma quindi privandoli anche, in questo modo, di importanti occasioni di apprendimento.
  4. Cercare di risolvere noi tutti i problemi dei bambini, conflitti e situazioni difficili, anche in questo caso privandoli di opportunità per acquisire da soli queste capacità
  5. Il tentativo inconsapevole che a volte abbiamo di voler rifuggire da qualsiasi espressione di rabbia

Ma l’obiettivo ultimo, ed è ciò che mi preme sempre sottolineare, non è la perfezione (tanto irraggiungibile).

Non è porsi la barra troppo alta per poi sentirsi in colpa o sminuiti perché non ce la facciamo. È un percorso, a volte scomodo, le cui cadute non tolgono nulla al panorama.

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Ma perché allora scegliere l’educazione positiva?

Le scoperte neuroscientifiche degli ultimi anni hanno messo in luce la necessità di ripensare il modello educativo in una chiave non violenta.

Quello che cambia oggi rispetto a ieri? Si sanno molte più cose sul nostro cervello e su come si sviluppa.

Quando ho letto io stessa di alcune di queste scoperte, è stato come accendere una lampadina. I comportamenti dei miei bambini avevano improvvisamente tutta un’altra prospettiva ai miei occhi. (Il che aiuta molto a mantenere la calma e non prendere le cose sul personale.)

Per esempio: la corteccia prefrontale, parte del cervello che svolge le funzioni del ragionamento, arriva a completa maturazione intorno ai 25 anni.

I primi anni di vita i bambini sono letteralmente incapaci di “fare un capriccio” come lo intendiamo noi, cioè di manipolarci per ottenere un fine, e non riescono a calmarsi da soli col ragionamento.

La pediatra francese Catherine Gueguen ha portato all’attenzione del grande pubblico come l’espressione delle emozioni faccia secernere ormoni come l’ossitocina e la serotonina, i cosiddetti “ormoni del benessere”, mentre la loro repressione causi un diluvio di ormoni in reazione allo stress, come il cortisolo.

E questo supporta un approccio basato sulla comprensione empatica e sull’ascolto, prima che si possa pensare di correggere un comportamento.

Gli obiettivi di questo tipo di educazione

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L’educazione positiva ha come obiettivi:

  • insegnare ai bambini a diventare responsabili, rispettosi e membri attivi pieni di risorse all’interno delle loro comunità;

  • diffondere una visione dell’educazione basata sull’incoraggiamento e sul rispetto dei bisogni sia dei bambini, che degli adulti che li accompagnano.*

E per fare questo, offre degli strumenti educativi

  • basati sulla ricerca di soluzioni consensuali;
  • privi di coercizione;
  • che promuovano l’auto-disciplina, la cooperazione, la comunicazione, la fiducia e un senso di responsabilità.

Per noi adulti questo richiede un lavoro scomodo e anche un po’ inusuale: porsi attivamente la domanda “Qual è il nostro obiettivo in quanto genitori ed educatori?”

È fargli smettere un comportamento socialmente poco accettato perché temiamo lo sguardo riprovevole altrui?

Insegnargli a obbedire per paura delle conseguenze?

Infondergli il rispetto delle regole e il pensiero critico?

  • Fiducia in se stesso;

  • rispetto reciproco;

  • imparare a guardarsi dentro e conoscersi;

  • accettare le proprie zone d’ombra,

  • rendersi utili,

le possibilità sono molteplici e in effetti ogni nostra scelta risponde a un obiettivo.

Ma a volte non ce ne rendiamo conto, se non facciamo regolarmente questo lavoro certosino di indagine personale.

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I benefici

Personalmente, in cima alla lista metterei il piacere ritrovato dell’essere genitore.

Il riuscire a guardare a ogni difficoltà, a ogni fase con gli occhi dell’avventuriero che pregusta una nuova sfida; come un’occasione per imparare qualcosa e, alla fine, per crescere un pochino di più.

Una nuova fiducia in se stessi, e nelle proprie capacità a saper trovare le risorse necessarie per farvi fronte.

Perché ecco, non si tratta di vincere un telecomando magico che trasforma i bambini in robot; ma di imparare a guardare al bambino come una persona a tutti gli effetti, con bisogni e capacità in continua evoluzione e certamente diversi dai nostri.

Insomma, non è facile. Sarebbe un po’ come pensare di partecipare a una riunione di condominio in cui tutti sono subito d’accordo su tutto. Come immaginare una vita di coppia in assoluta simbiosi. Non è possibile.

È necessario imparare a porre bisogni e soluzioni sul tavolo e saper imparare dagli errori. Come ogni sfida, difficile ma arricchente.

La visione dietro alla sfida è quella di riuscire ad equipaggiare al meglio i nostri bambini per il loro futuro. Renderli fiduciosi nelle loro capacità, rispettosi e desiderosi di mettersi in gioco per un mondo migliore. Anche se a piccola scala.

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Una formazione?

Diventare genitori sembra una cosa naturale, istintiva.

Sicuramente in parte lo è. Dimentichiamo però che il tipo di società in cui viviamo è cambiata molto rispetto alle origini.

Non viviamo più in gruppi in cui gli adulti si sostengono, i bambini sono cresciuti insieme da più famiglie.

Quando è nata mia figlia, era la prima volta che tenevo in braccio un neonato. Le uniche nozioni che avevo erano quelle che ricordavo della mia infanzia, o che davo per scontate.

Il problema è che in questo modo non si prendono in conto:

  1. I fattori stress, solitudine e stanchezza per i quali non siamo più lucidi, ma in balia dei nostri automatismi. Il ritmo di vita di oggi non è lo stesso di quando eravamo piccoli noi
  2. Lo sviluppo del bambino di cui oggi si sanno molte più cose rispetto a 30 o 40 anni fa

Abbiamo il riflesso di sistemare casa e preparare la cena prima di prenderci 10 minuti per rilassarci; di rispondere “Fai come ti dico altrimenti vedi!” anziché fermarci per capire.

Spesso perché un genitore che “non sa farsi rispettare” (con la forza) è mal visti.

Il punto non è il rispetto. Il punto è come si acquisisce questo rispetto, e non è una risposta facile.

Mettere in pratica una terza via non è automatico, perché è diversa da come siamo stati cresciuti.

Si impara, un passo alla volta; per trasmetterla poi ai nostri bambini e goderci un po’ di più il viaggio con loro.

Fonti, riferimenti, approfondimenti

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