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Sempre di corsa e con poco tempo potrebbe essere il titolo di una canzone dedicata ai genitori. Il che giustifica in parte la nuova tendenza al minimalismo, la voglia di semplificare. Ed ecco che avevi appena preso il ritmo, trovato l'organizzazione dopo l'inizio dell'anno scolastico, ed arriva il Natale a complicare di nuovo tutto. Feste, cene, ritrovi e regali.. Ogni anno la tentazione di dire "dall'anno prossimo basta, è un delirio!". Perché rituali e tradizioni di famiglia sono così importanti? Ne vale davvero la pena? E perché non valorizzare quelli che possiamo mettere in atto durante tutto l'anno? Ecco qualche idea.

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Foto di Christin Noelle su Unsplash

Il Natale e i rituali imprescindibili della famiglia

"Mammaaaa! Mamma svegliati! È giorno! Andiamo a prendere l'albero?"

Mia figlia non si è mai svegliata così di buon'ora e di buon umore dal giorno del suo compleanno. Era talmente entusiasta che ha preparato lei la colazione (il che mi sta facendo affiorare nuove idee per ripetere questo curioso ma utile fenomeno..)

Già, avevamo promesso che quel sabato sarebbe stato il sabato dell'albero di Natale. L'anno precedente avevamo scelto di non decorare casa perché stavamo per traslocare; i bambini erano allora ancora più carichi di aspettative. Un'energia contagiosa perdurata per tutto il weekend.

Cosa c'è di più nostalgico e allegro che un pomeriggio passato a metter palline e ornamenti mentre ascolti a ripetizione le stesse canzoni che si ascoltano da quando i nostri antenati hanno avuto accesso a un mezzo di riproduzione musicale? Dai cantori di Natale alla playlist sulle app, il romanticismo non diminuisce.

E sbuffi mentre prendi l'auto per andare a cercare l'abete (perché non sai cosa vuol dire andarlo a tagliare nel bosco), tiri fuori gli scatoloni con gli addobbi, e poi c'è da pulire, mettere d'accordo tutti sul menù di Natale, orchestrare inviti e date.

Tutto quel desiderio di semplificare, farne a meno, partire proprio quelle due settimane di dicembre per un paese lontano.. svanisce mentre i bambini saltellano intorno all'albero spargendo palline e aghi, finti o veri che siano.

È davvero socialmente utile per la famiglia attaccarsi a queste tradizioni e rituali? O è solo che non abbiamo voglia di cambiare abitudini?

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"Mammaaaa!! Presto dobbiamo decorare l'albero!"

I rituali in famiglia al di fuori del Natale

Stavo chiacchierando con un'altra mamma fuori dall'asilo, e non mi ero accorta del Bang proveniente dalla finestra sopra di noi.

A metà di una frase, la finestra si è aperta e l'educatrice con tono di scusa mi ha chiesto se potevo salutare con la mano..

Solo allora mi sono resa conto che i nostri rispettivi figli avevano il nasino moccicoso incollato alla finestra, e aspettavano da ormai cinque minuti che ci degnassimo di alzare la testa per poterci salutare prima di andare tranquilli a giocare.

Ho ricostruito allora il rituale che mio figlio aveva trovato per salutarmi più tranquillamente la mattina:

  • ci sedevamo insieme per terra mentre cantavamo insieme agli altri prima che iniziassero le attività di classe;

  • poi andava e mettere la scatola con la merenda nell'apposito cestino;

  • prendeva la mano della sua amichetta e mi dava un bacio, prima di correre alla finestra e aspettare che ci passassi sotto per un ultimo saluto.

Quando uno degli elementi chiave mancava (la maestra o l'amica preferite) allora la separazione era più complicata e dolorosa.

Non avevo mai riflettuto coscientemente all'importanza di questi momenti; non mi ero neanche resa conto che avessimo questi rituali di famiglia. Avevamo delle abitudini, delle routine; e delle tradizioni che prendevano in conto quelle di entrambe le famiglie di origine. Ma rituali?

Rituali di famiglia e abitudini non sono la stessa cosa

"I rituali sono quelle cose che fa solo la tua famiglia, che ti aiutano a dire "Ecco chi siamo e cosa è importante per noi"¹.

Quale sarebbe allora la differenza tra un rituale a un'abitudine?

Secondo quanto pubblicato su Zero to Three (un'organizzazione americana di sostegno all'infanzia), le routine sono eventi ripetuti che danno una base per le attività quotidiane nella vita di un bambino.

I rituali di famiglia invece hanno una connotazione simbolica molto forte: sono delle azioni speciali che ci aiutano ad attraversare dei momenti emotivamente importanti o dei periodi di transizione, o sottolineare degli aspetti delle routine quotidiane per rafforzare le nostre connessioni con gli altri.

Qualunque routine può diventare un rituale, se investito della giusta carica simbolica.

La routine a scuola era uguale per tutti: togliersi la giacca e le scarpe, cambiarsi, salutare i genitori.

Ma l'andare alla finestra e salutare con la mano mentre andavo via era un gesto solo nostro, mio e di mio figlio, di cui non avevo ben colto l'importanza nell'aiutarlo ad affrontare serenamente la sua giornata lontano da me.

5 Idee di rituali in famiglia per la vita di tutti i giorni

Perché noi pensiamo a Natale, Pasqua e compleanno; ma in realtà le nostre vite sono già potenzialmente ricche di momenti che a volte ci dimentichiamo di rendere speciali.

Ecco allora qualche idea per non relegare i rituali a dicembre e al relativo sclero, ma viverli in semplicità tutto l'anno.

#1. Non solo canzoncine

È successo per caso. Mia figlia si era fatta male, un tagliettino o una sbucciatura non ricordo. Piangeva inconsolabile e allora, per provare a farla ridere, mio marito l'ha guardata serissimo.

"Eh sì. Ti deve fare molto male. Senti, cosa dici? Tagliamo via il dito, così non ti fa più male e non se ne parla più!".

La faccia aperta in un bel sorriso per farle capire che stava scherzando.

Ha funzionato; ha riso per un quarto d'ora saltellando tutta contenta, facendo vedere quanto i velocemente "i soldatini" del suo corpo avessero sistemato tutto.

Da allora, quando i bambini si fanno una piccola "bobò" (la bua in francese), questa è diventata la nostra frase in codice.

Abbiamo anche la canzone per lavarci i denti. Insomma, si tratta di gesti, frasi o canzoni che solo noi e i bambini usiamo in un contesto preciso. Una specie di codice segreto, per dire.

#2. "Ti devo parlare"

Penso che anche da te il momento del pasto sia l'attimo privilegiato per parlarsi e scambiarsi "gioie e dolori" della giornata.

Routine e rituale: magari avete una domanda ricorrente, un argomento di cui discutete sempre in un certo momento.

Noi abbiamo "le cose belle di oggi", dove ognuno si racconta cosa gli è successo di positivo; a mio figlio piace informarsi su cosa abbiano mangiato gli altri a pranzo.

O magari si tratta di un ultimo scambio prima di spegnere la luce quando si va a letto...

#3. La riunione di famiglia

Tutti i sabato mattina dopo colazione, ci sediamo insieme per dirci cosa è andato bene e cosa no nella settimana, cosa vorremmo migliorare e come, e cosa vorremmo fare di bello insieme.

Insomma, un momento fisso per parlare insieme con una scaletta di argomenti ricorrente.

Ai bambini piace che le cose siano "formalizzate" con un momento preciso che ha un nome, una regolarità e in cui possano esprimersi.

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I momenti speciali per stare insieme e condividere possono diventare rituali

#4. Rituali di famiglia in tête à tête

La colazione fuori; fare un'attività; insomma avere un momento particolare e ricorrente con uno dei bambini. è bello stare tutti insieme, ma a volte è anche prezioso poter condividere dei momenti a due, in cui c'è un'intimità e uno scambio diversi.

#5. Dal dovere al piacere

A ben vedere, visto il già poco tempo a disposizione, anziché trovare cose in più da fare un'idea può essere quella di trasformare in gioco quei compiti "che tanto bisogna fare".

A mio figlio ad esempio piace andare a cercare le cose col suo carrellino piccolo in giro per il supermercato, o fare canestro con i panni sporchi nel cesto della biancheria.

E poi ci sono quelle abitudini tranquille che possiamo valorizzare - mia figlia ci tiene a che il venerdì dopo cena guardiamo un film tutti insieme.

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Anche cucinare insieme può essere divertente!

5 buoni motivi per inserire i rituali in famiglia

Se ti sembra che io ti abbia giusto elencato cose che già fai con un'intensità e un'intenzione esplicita diverse dal solito, per cui ti stai chiedendo a che serve tutta questa foga? Ho una risposta!

In realtà, le ricerche sottolineano l'importanza di questo tipo di momenti in famiglia - qualunque sia la sua composizione- per il benessere di tutti.

Secondo l'organizzazione Healthy Children, dell'Accademia Americana dei Pediatri, "Ogni famiglia dovrebbe avere attività da godersi insieme e da far diventare parte integrante, prevedibile e regolare della propria vita."²

Secondo una ricerca durata 50 anni pubblicata dall'Associazione Americana di Psicologia, "Le routine e i rituali familiari sono importanti per la salute e il benessere delle famiglie di oggi che cercano di soddisfare le impegnative richieste di barcamenarsi tra lavoro a casa, secondo una revisione della ricerca degli ultimi 50 anni. (...) le routine e i rituali familiari sono presenti e forti e sono associati a soddisfazione coniugale, senso di identità personale degli adolescenti, alla salute dei bambini, ai risultati accademici e a relazioni familiari più forti."³

#1. Senso d'Identità

Proprio perché i rituali sono propri a ogni famiglia, fanno parte di noi e quindi rinforzano, in bambini e adulti, quella sicurezza che deriva dal sapere da dove veniamo, quali valori e principi sono importanti e vengono quindi condivisi dal gruppo sociale.

#2. Socievolezza e generosità

Secondo alcuni studi, partecipare in rituali collettivi crea un sentimento di generosità. I bambini che vi partecipano con la famiglia dimostrano di avere più facilità a creare legami con i coetanei, e di avere poi, più tardi, relazioni migliori coi propri figli.

In questo, lo scambio di regali ha un suo ruolo. Gli antropologi hanno osservato che in molte società, svolge un ruolo cruciale nel mantenimento dei legami sociali.

(Lo so cosa stai pensando, anche io: la lunga lista dei regali ancora da comprare.. ora abbiamo un motivo in più.)

#3. Senso di Appartenenza

Nei bambini, e in tutti noi, questo bisogno è così forte che ci spinge a volte a fare cose impensate.

Abbiamo bisogno tutti di sentire che apparteniamo; che abbiamo il nostro posto e a qualcuno importa di noi.

I rituali condivisi aiutano a rinforzare e mantenere questo senso di far parte di una comunità. Non è un caso se spesso  c'è del cibo coinvolto!

Apparentemente è un'abitudine ancestrale che facilita la conversazione e aiuta quindi a rinforzare i legami.

(Non ricordo più in quale cartone animato o film un personaggio dice "Chi mangia solo muore solo!"?)

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Niente di meglio che del buon cibo per far da collante tra le persone! Foto di Gabriel Garcia su Unsplash

#4. Sicurezza interiore

Visto il ritmo cui viaggiano le nostre vite, e i cambiamenti, e la pressione nonché i problemi di larga scala cui siamo esposti, abbiamo bisogno di compensare questa imprevedibilità con degli eventi prevedibili e ricorrenti, possibilmente piacevoli, cui far riferimento.

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#5. Riduzione dell'ansia

Proprio per i 4 punti che abbiamo appena visto, i rituali di famiglia aiutano a diminuire l'ansia; ci fanno sentire che il mondo è prevedibile e sicuro. In ognuno vi è almeno un elemento sensoriale:

  • le luci di Natale,
  • le ninne nanne sussurrate prima di dormire,
  • il profumo della cucina della nonna quando entri prima del pranzo della domenica (o di qualunque altro momento abbiate nella tua famiglia),
  • il gusto inconfondibile della ricetta segreta della tua torta preferita che la mamma ti fa per il tuo compleanno..

Ci ricordiamo di questi momenti proprio per l'intensità degli stimoli associati; e quindi questi momenti contribuiscono a fare di noi chi siamo. Il che contribuisce al loro effetto ristoratore..

Rituali di famiglia e Natale tutto l'anno?

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"Aspetta vedi che non abbiamo ancora finito!"

Finisco l'articolo e devo aggiornare la lista delle spese e commissioni da fare per le prossime settimane.

Tante belle parole, le immagini calde delle lucine.. Ma dove lo metti il tempo? I litigi e i disaccordi? Le diverse abitudini che nessuno vuole compromettere, e poi i tragitti, le spese?

Già è faticoso farlo una volta l'anno per Natale; e ora arrivo io a dirti che bisognerebbe avere una versione diversa del Natale almeno una volta alla settimana.

Sicuri che stiamo parlando di aumentare il benessere delle famiglie? O suona piuttosto come una missione masochista?

Secondo il Laureato al Nobel Daniel Kahneman*, è improbabile che tutte queste fatiche rovinino l'esperienza.. La ricerca di Kahneman mostra che quando guardiamo alle esperienze passate, tendiamo a ricordare i momenti migliori e gli ultimi; e prestiamo poca attenzione a tutto il resto..

Quindi buon cibo e tanti abbracci prima di salutarsi, ogni giorno dell'anno.

Fonti, riferimenti, approfondimenti

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Arriva un momento nella vita di un genitore in cui ci si chiede "ma cosa facevo prima di aver figli? Come facevo a riempire le mie giornate?" perché tutto corre talmente veloce che ti ritrovi a fare cose impensate prima, o per mancanza di tempo, di energie, o conseguente amnesia. Eppure la calma è il primo ingrediente della pazienza e relativa sanità mentale di tutta la famiglia.. Come fare allora a trovare quei due minuti agognati di tempo e relativa calma e serenità in questa frenesia, quando sei genitore e siamo pure sotto le feste? Ovvero: la guida pratica per rallentare quando tutto ti dice di correre più veloce.

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Foto di Andy Beales su Unsplash.com

 

Come trovare il tempo? Un'utopia

"Mamma!! Mamma mi stai ascoltando??! Mammaaa!" e io faccio un salto.

Stavo cercando di calcolare dove inserire l'appuntamento con la co-animatrice per preparare il nostro workshop, sapendo che avevano annunciato sciopero a scuola e calcolando quindi giorni ore e impegni in una nuova versione mentale del tetris.

Meno male che è stato l'unico videogioco cui io abbia giocato da bambina, apprendimento impagabile.

"Scusa amore, non ti stavo ascoltando. Puoi ripetere per favore?"

Ma niente, il gioco del tetris riparte. L'ansia comincia a far capolino.

Mi riscuoto solo quando mia figlia dà uno spintone al fratello, entrato anche lui nel ring dove si vince la mia attenzione.

Lo conosci già no, il seguito della storia? La lotta contro l'angoscia da troppi impegni assolutamente necessari e incompressibili dovessi schiattare di fatica che poi sfocia in inevitabile nervosismo e urla di incomprensione.

O c'è un finale diverso (sai come nei libro-gioco che andavano di moda quando io avevo 12-13 anni? Quelli in cui a seconda di cosa sceglievi di far fare al personaggio andavi a una pagina diversa.. che nostalgia da illusioni letterarie..)

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La leggenda del super eroe moderno

Credo che tutto abbia avuto inizio da una lontana leggenda. Evidentemente, tempo fa si è sparsa la voce che più cose uno riesce a incastrare nella sua giornata, più azioni uno riesce a eliminare dalla lista, e più punti vince.

Ci sono anche dei bonus in questo gioco, dei punti extra se:

  • fai tutto da solo, senza cercare o accettare aiuti;

  • arrivi particolarmente stanco a sera;

  • se poi dormi poco la notte, allora là i punti esplodono.

Non c'è un premio, naturalmente; è una questione di onore, di sguardo sociale, all'inizio. Poi, dopo un po' che entri nella logica dei punti, non ci pensi più ed è difficile uscire dalla ruota che gira.

Credo anche che ci sia chi si approfitta dello spargersi di questa leggenda. Quando sono particolarmente presa nel vortice, sento qualcosa, è solo una leggera inquietudine all'inizio; ma quando si protrae nel tempo si trasforma in bisogno, che di solito colmo comprando qualcosa.

E in quell'acquisto c'è una gratificazione di tutta quella fatica, una soddisfazione; la sento la dopamina che entra in circolo. Ma poi riprendo a correre, e l'effetto magico svanisce.

Eppure li vedo, gli effetti nefasti. Di quando sono talmente presa dal mio "devo devo devo" che non riesco a vedere i miei bambini, i loro bisogni.

Incomprensione porta a urla, urla portano a sensi di colpa che alimentano la lista dei devo e conseguente senso di inadeguatezza.

Tempo e serenità sono allora riservati solo ai ricchi?, è lecito chiedersi.

Come trovare più tempo, una questione di soldi?

Anni fa, quando ero ancora una giovane studente (sic) ho passato alcuni mesi di studio in Portogallo. Dove una birra costava 80 centesimi e una notte in ostello 10€.

Ne venivo da Milano, quindi immaginati i ritmi cui ero abituata: il clacson quando non parti abbastanza in fretta al semaforo, gli aranci tagliati, le corse e gli spintoni per prendere la metro quando un minuto e mezzo dopo passa quella seguente.

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Foto di Camila Damasio su Unsplash

Eccomi al supermercato, a osservare con stupore la lentezza dei gesti delle cassiere.

All'inizio ne ero talmente innervosita, battevo i piedi, sbuffavo, pensavo "Non ho tempo! Dai!"

Vorrei giusto sottolinearlo:

Ero studente. In Erasmus.(Cos'avrò mai avuto da fare??)

Talmente dentro alla ruota da farmi venire il nervoso perché le cassiere erano lente e chiacchieravano coi clienti.

E poi ho visto. I sorrisi e l'allegria e l'entusiasmo in persone che avevano dei bei problemi economici. E i più allegri di tutti erano gli immigrati brasiliani.

Certamente non è una controprova sufficiente per contrastare il detto che "I soldi fanno la felicità"; ma mi basta per farmi sospettare che ci sia dell'altro.

Se la risposta a come trovare tempo e serenità è dentro di te (epperò è sbagliata..)

C'è stato un periodo in cui vincevo un sacco di punti a questo gioco del fare. Rientravo in tutte le categorie dei bonus.

Qualche collega iniziava a farmi notare che stavo forse correndo un po' troppo, ma io lo prendevo come un complimento.

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Foto di Jr Korpa su Unsplash

Naturalmente, ero anche arrivata alla fase in cui da leggera l'inquietudine era passata a profonda. E durante una formazione aziendale mi chiedono di chiudere gli occhi e concentrarmi sul respiro.

Pazzia New Age. Io devo correre.

Una stanza piena di luce; una quindicina di sedie messe in cerchio. Quindici persone altrimenti sconosciute, più o meno affermate professionalmente, che si fermano, insieme, per chiudere gli occhi e respirare.

È stato un primo inizio di tanti minuti rubati.

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Piccoli progressi alla ricerca del tempo perduto

Ok, stai alzando gli occhi al cielo e tra un secondo chiuderai la pagina per leggere altrove; pensando che i problemi nella vita sono reali e concreti e ci vuole ben altro che un soffio d'aria a risolverlo.

Vero. E non ti metterò qui la lista dei benefici riscontrati dalle ultime ricerche (ne citerò alcuni alla fine).

Ti racconterò quello che è successo a me. Convincermi e forzarmi a fermarmi quei pochi minuti al giorno ha fatto sì che:

  • mi sto allenando a prender nota dei miei pensieri. In particolare quelle catene di pensieri nefasti da "devo sennò poi"

  • ho iniziato a mettere in discussione alcuni dei miei devo. A scremarne una fetta, a rimettere in primo piano i miei bisogni primari (come il sonno)

  • ho osato dire no ad alcuni, e chiedere aiuto ad altri

  • mi accorgo più spesso di piccoli dettagli.

Così, capita che mentre andiamo a scuola ci esaltiamo perché vediamo una gru in azione; o perché i giardinieri cambiano le aiuole.

Mi succede di interrompermi per fermarmi a guardare gli uccellini che vengono a beccare i semi che mio figlio ha voluto appendere.

Addirittura, lasciare il cellulare nella borsa e osservare mia figlia che mangiava una crêpe così gonfia di cioccolato che ne esplodeva una goccia a ogni morso; lo sguardo concentrato, i piedi incrociati. Immaginarla grande, e sentire quell'ondata di orgoglio e malinconia per la consapevolezza che quel momento sarebbe arrivato prima di essere pronta.

Ci sono, le ricerche che confermano l'impatto positivo di piccole cose come:

  • sorridere, anche se il sorriso è forzato;

  • pensare e scrivere ogni sera 2-3 cose belle che ci sono capitate, e perché no?, 2-3 cose belle di noi;

  • mostrare la propria vulnerabilità;

  • correre e muoversi insieme ai bambini

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Ho scelto come trovare il mio tempo

Penso che la risposta al come trovare tempo e serenità sia nascosta qui. Nel riprendere la consapevolezza che abbiamo una scelta.

Su come interpretiamo ciò che ci accade, in primis. Succede qualcosa che scatena in noi dei pensieri, e quei pensieri sfociano in emozioni, e quelle emozioni ci spingono ad agire in un certo modo.

Se impariamo a riconoscerli quei pensieri nefasti, a fermarli; e a sceglierne di diversi, più utili.

Non voglio negare o minimizzare i problemi del tuo quotidiano. Dirti che devi lasciar perdere tutto; che gli impegni che ti sei preso sono inutili o superflui.

Ma che se nella nostra giornata abbiamo volto la nostra attenzione su piccoli dettagli, momenti di per sé insignificanti.. alla fine ci sentiremo più sereni che se passiamo inconsapevolmente il tempo a rimuginare su quanto tutto è ingiusto; quanto dobbiamo ancora fare.

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Foto di Scott Webb su Unsplash

Mia figlia ha finito col rovesciarsi una buona dose di cioccolato sulla giacca, per poi pulirsi le mani sulla mia (unica).

Non oso immaginare come sarebbe finita la serata se non avessi speso quei preziosi minuti a osservarla piena di orgoglio.

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Bambini irrequieti, vite frenetiche, notizie allarmanti sui giornali che diffondono quella sensazione di degrado.. Ma è vero che i bambini di oggi si comportano tanto peggio di quelli di ieri? Che non c'è più rispetto, che le nuove generazioni cresciute con internet hanno perso il senso della relazione agli altri? Il dibattito è aperto.

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I bambini di oggi, sono davvero più difficili?

Altro che i bambini di oggi, ai miei tempi...!

Sgranavo gli occhi, poi aggrottavo la fronte, cercando di capire.

"Ai miei tempi, un bambino non si sarebbe mai permesso di rispondere così a un adulto!" aveva detto mio nonno.

E io non sapevo se sentirmi minacciata (dovevo vergognarmi?) o sollevata (che almeno mi son risparmiata quei tempi bui).

"Non rispondere così a tua madre! Guarda che quando ero piccolo io mi sarei preso un ceffone.." dice ora mio marito a nostra figlia.

Cerchio che si chiude o spirale che scende nel precipizio?

Se ci fidiamo delle notizie di cronaca sui giornali, è facile cadere preda dello sgomento. Abbiamo, in ordine sparso:

  • Adulti incatenati al cellulare, sempre meno capaci di sopportare le frustrazioni;

  • diffidenza, paura del diverso, manifestazioni di intolleranza;

  • scuole con poche risorse;

  • sconforto, impotenza, e quindi risentimento..

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È solo una questione di dove volgiamo l'attenzione?

Eppure mi ricordo, quando ero bambina. La guerra del golfo. Gli anziani che si lamentavano di noi sull'autobus.. Il mio sguardo è preda della mia interpretazione individuale per servire da prova.

Poi, però, penso a quella bambina che in un quartiere vicino al nostro, ha scritto al sindaco per organizzare una raccolta rifiuti nei parchi cittadini.

A quel ragazzino che mi ha chiesto scusa dopo avermi urtato per sbaglio.

Alle bimbe che si sono precipitate ad aiutarmi quando avevo fatto cadere per sbaglio la spesa mentre ero in bicicletta.

Ricordo i bambini di un campo nomadi non lontano da casa, che abbiamo sorpreso mentre costruivano un riparo di fortuna per un uccellino ferito.

Guardo ai compagni di scuola dei miei figli, e mi chiedo: ma sono io che sono fortunata, faccio io una selezione inconsapevole e guardo solo a ciò che va bene?

È vero che i bambini di oggi sono più difficili, e la colpa è chiaramente nostra, o è l'effetto naturale dei tempi che cambiano?

Quanto dobbiamo rimetterci in discussione, genitori?

Alla ricerca di una plausibile "verità" sui bambini di oggi

Partiamo da una premessa di base: io sono un'inguaribile ottimista. Il mio punto di vista è chiaramente di parte e tutt'altro che obiettivo.

Cosa ne dici però di fare diverse considerazioni, prima di buttarci nel giudizio?

Cosa può aver portato a farci supporre che i bambini di oggi siano più "difficili", meno inclini ad ascolto e disciplina?

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I bambini di oggi e lo stile autoritario di ieri

Fino a qualche decennio fa, correggimi se sbaglio, tutta la nostra società era impostata a uno stile relazionale gerarchico e autoritario.

A tutti i livelli: in famiglia, come nelle istituzioni, chi deteneva il potere dettava le regole, e gli altri obbedivano.

Lo stile autoritario ha notevoli vantaggi: (lista non esaustiva)

  • le regole sono chiare. Si fa come dico io, senza troppi giri di parole. Tu non devi pensare, ma fare;

  • regole chiare vuol dire anche grande senso di sicurezza. Non ho bisogno di farmi domande;

  • la società tiene a bada i comportamenti indesiderati con le punizioni.

.. e anche diversi svantaggi:

  • le regole vengono seguite per paura e non perché sentite e interiorizzate come giuste; (da cui la tentazione di non aderirvi quando non si è sorvegliati, ad esempio)

  • non si rimettono in discussione le regole, ci si de-responsabilizza (e sappiamo tutti a cosa questo abbia portato qualche decina di anni fa)

  • ci si rimette alla "bontà e senso di giustizia" di chi fa le regole

Cos'è successo che ha sradicato questo modello, e cosa c'entra coi bambini di oggi?

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Fattore 1: il ruolo della donna e i bambini di oggi

Il primo cambiamento grosso è avvenuto quando, durante le due guerre mondiali, la maggior parte degli uomini erano al fronte, e quindi le donne hanno iniziato a essere molto più attive, a lavorare, a guadagnare uno stipendio, e a essere indipendenti.

Si è perso così, molto gradualmente, quel modello patriarcale con la donna sottomessa all'uomo.

Dalla scala familiare, il modello si è allargato alle altre sfere della vita in società.

Ma restiamo ai bambini: in quel modello di famiglia autoritaria, la mamma si sottometteva al papà.

I bambini avevano davanti agli occhi questo esempio: c'è un'autorità a cui obbedire, punto.

Dal momento in cui questo modello è cambiato, anche per i bambini è venuto meno questo esempio di relazione gerarchica e rispetto indiscutibile dell'autorità.

I bambini di oggi non si sottomettono più così facilmente a un'autorità indiscutibile.

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Fattore 2: l'informazione e i bambini di oggi

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Le tecnologie che hanno trasformato i rapporti sociali anche in famiglia...

Secondo grosso cambiamento: internet.

Pensiamoci bene: in fondo, prima di poter chiedere a Google.. si chiedeva a chi ne sapeva di più.

Il genitore era il detentore del sapere per eccellenza, per un bambino.

Sapere è potere, giusto? Oggi però, quando non so rispondere a una domanda di mio figlio, lui non dice chiedo a papà, ma chiedo a Google..

Anche questa orizzontalità dell'accesso all'informazione ha modificato il modo in cui i bambini di oggi vivono la relazione all'adulto.

I bambini di oggi, futuri impiegati di domani?

Ci sono infiniti articoli e libri sulle generazioni X, Y e Z e su come sia meglio gestirli sul lavoro.

Management intergenerazionale: come conciliare le esigenze di un generazione X con quelle di un babyboomer?

A me piace fare il parallelo tra gestione familiare e management, trovo che ci siano diversi punti di ispirazione e contatto, non trovi?

Possiamo dire allora che i cambiamenti invocati sullo stile di management riflettono il cambiamento delle aspettative, delle esigenze e dei comportamenti..

I bambini di oggi sono diversi da quelli di ieri perché noi adulti viviamo le nostre relazioni agli altri, e all'autorità, in modo diverso.

Vogliamo contribuire, partecipare, dire la nostra; sentirci coinvolti, liberi, e non costretti.

Qual è il rischio di questi cambiamenti?

Perché cambiare è difficile? Perché il nostro cervello è costruito per appoggiarsi su vecchi automatismi, connessioni neuronali registrate fin dall'infanzia e ripetute infinite volte. Ci fa risparmiare tempo ed energie, questo modo di reagire automatico.

Da una generazione all'altra, allora.. abbiamo cambiamenti e resistenze. Da un lato vogliamo fare "meglio" dei nostri genitori, dall'altro non sempre ci riusciamo perché sotto stress, il cervello riprende le vecchie risposte automatiche..

Ecco perché tra il dire razionale e consapevole, e il fare nel momento di tensione, c'è di mezzo un mare di neuroni da ridirigere.

Navighiamo a braccio tra i residui di uno stile autoritario e quello di uno permissivo, spesso oscillando tra i due come su di una nave in balìa dei venti

La ricerca, e l'affermazione, di uno stile autorevole, quella famosa via di mezzo dell'equilibrio, richiede un tempo di adattamento generazionale..

Variabile secondo la nostra capacità e disponibilità e rimettere in discussione certi modelli automatici, nonostante la fatica, lo stress, gli sguardi giudicanti

E nel frattempo, provando "cosa funzioni" e cosa no, abbiamo a volte un eccesso dell'uso della forza, a volte l'assenza di regole..

Bambini di oggi che riflettono la ricerca di un nuovo equilibrio dei genitori di oggi.

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Bambini e genitori di oggi in evoluzione

Come guardi allo scorrere del tempo?

A me piace considerarlo un ciclo, o forse meglio una spirale.

Siamo in costante evoluzione, ma nutriamo una naturale e protettiva diffidenza ancestrale verso ciò che non è più come prima.

Mia figlia, d'altra parte, gioisce del suo "essere grande" tanto quanto si rattrista del non poter più esser presa in braccio come quando era piccola..

Allora no, non penso che i bambini di oggi siano "peggio". Penso che siano più difficili, a volte, perché non ci basta più dire la regola e pretendere che sia eseguita, "perché lo dico io".

Ci vuole un senso, un coinvolgimento, una partecipazione collaborativa che rimette in discussione costante il nostro ruolo e le nostre convinzioni.

Lo stesso senso, coinvolgimento e partecipazione che vorremmo mettere sul lavoro per sentirci contenti di contribuire.

La crescita è cammino, e sarebbe un peccato tornare indietro a metà strada, non trovi?

Fonti, riferimenti, approfondimenti

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  • L'analisi storica sommaria che ho riportato viene da quanto riportato da Jane Nelsen sulle teorie dello psicoterapeuta Alfred Adler. Le trovate nel libro che presenta la disciplina positiva (tra l'altro è appena uscita la nuovissima edizione italiana!). Lo trovate su Amazon e su Il Giardino dei Libri

  • Per un'analisi a mio avviso accurata e molto interessante dei rischi cui vanno incontro i bambini ( e i genitori) di oggi, consiglio la lettura di questo articolo - non farti scoraggiare dal titolo drammatico. Le indicazioni date sono molto sensate e pragmatiche, possiamo lasciar da parte gli allarmismi e concentrarci sui piccoli passi che possiamo portare avanti.

Può essere la barretta di cioccolato, il giocattolo nuovo, il succo di frutta colorato con la cannuccia.. I bambini sanno che tendenzialmente non cediamo ai loro capricci al supermercato, allora perché ci fanno simili sceneggiate? Quelle in cui tutti ti guardano e tu ti senti sprofondare, ti riprometti di non portare mai più i bambini in un centro commerciale, ma poi... Non sono capricci, e non sono le caramelle il problema. Vediamo.

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foto di Jomjakkapat Parrueng su Unsplash

I capricci dei bambini al supermercato: l'epopea

"Nicht anfassen! Ihr Sohn hat das Brot angefassen"

la vecchina mi ha intimato al supermercato un istante dopo aver visto, con la coda dell'occhio, che mio figlio aveva toccato con le mani una pagnotta. Che avrei ovviamente preso per comprarla, se me ne avesse lasciato il tempo.

Insegnare ai miei figli a "comportarsi bene" al supermercato è stato un processo lungo. Di mio apprendistato, direi.

Come dimenticare quando, in un limpido e impeccabile supermercato tedesco, mio figlio è scoppiato a urlare, cercando di darmi pugni e calci?

Voleva bere subito il succo di frutta e, al mio "No, bisogna aspettare di pagare e uscire" era scoppiato in una crisi senza precedenti.

Sono solo capricci da bambini cui opporci con tutte le nostre forze educative ogni volta che varchiamo la soglia del supermercato?

Non, quelli dei bambini al supermercato non sono "solo" capricci

Prendiamo un bambino di 2, 3 anni, e mettiamolo sul seggiolino del carrello.

Noi genitori affrontiamo la spesa come una sfida: seguire la lista, testa bassa, e via, verso la cassa il prima possibile.

C'è anche chi si studia il percorso strategicamente, per evitare di passare proprio nei corridoi sensibili, quelli che catturerebbero l'attenzione di un bambino addormentato.

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Un'invasione di stimoli
Foto di Peter Bond su Unsplash

Il cervello del bambino viene invaso di stimoli.

(Il centro commerciale è studiato per annientare il cervello razionale di un adulto, figuriamoci quello dei  bambini.)

Rumori, luci, colori, persone, movimenti. Il cervello dei bambini non è maturo abbastanza per organizzarli e dar loro un senso; cerca un appiglio.

Noi genitori siamo persi nella lettura della lista degli ingredienti di due prodotti equivalenti, cercando di dare un senso alla differenza di prezzo. Le interruzioni del bambino ci fanno innervosire..

Ed eccolo, il temutissimo pacchetto colorato di caramelle. Il cervello del nostro bambino vi si appiglia come un naufrago a un pezzo di legno: ecco un pezzo d'informazione conosciuta!

E op, i neuroni motori dirigono automaticamente l'azione del bambino, senza passare dal via della razionalità.

Zoom sulla scena madre: bastano delle caramelle a scatenare la crisi

Noi genitori siamo spesso ignari di tutto questo tormento neuronale; vediamo un bambino con in mano un pacco di caramelle e prima ancora di interagire, chiedere, comunicare, il nostro cervello si mette in allarme.

"Emergenza capricci! Bambino rischia di andare fuori controllo!" e quindi, anche noi, prima di respirare e riprendere il controllo della nostra corteccia, urliamo un bel: "NO!"

Ora, recenti ricerche hanno dimostrato che il suono della parola "NO" scatena nel nostro cervello una reazione di paura - l'amigdala mette in moto i circuiti dello stress.

In un cervello che già era in ebollizione per l'impossibilità a muoversi e l'invasione degli stimoli, è troppo.

È un'esplosione. Il bambino non riesce più a controllarsi, urla, si muove convulsamente.

"Ti sembra il caso di fare una sceneggiata del genere per un pacchetto di caramelle? Ma sei impazzito? Guarda che figuraccia!" intimiamo noi.

Senza sapere che, così facendo, non facciamo che peggiorare le cose: facendo ancora più paura al bambino, aumentiamo il suo stress.

Il cervello deve far evacuare la tensione, ed ecco i pianti, le urla e i movimenti incontrollati.

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I capricci dei bambini al supermercato e i giudizi altrui

Il colmo, poveri noi, è che in quei momenti vediamo i nostri bambini comportarsi in un modo apparentemente assurdo ed esagerato, e ci sentiamo spesso a nostra volta impotenti.

A questo stress si aggiunge quello dovuto alla paura del giudizio altrui.

Gli sguardi riprovatori.

I commenti di chi ci sta vicino ("i genitori di oggi"; ... "non si insegna più la disciplina"; ... "stiamo tirando su una generazione di"...) eccetera.

Difficilmente qualcuno sorride compassionevole al genitore in questione, cercando di infondergli comprensione e coraggio.

Un : "Ci sono passata anch'io, poi passa!"

Qual è il problema dell'interpretare questo comportamento come un capriccio fatto per testarci o sfidarci?

Manchiamo di prendere in considerazione le reali possibilità e bisogni di un bambino e del suo cervello vulnerabile e in piena formazione; in più, questa interpretazione ci porta ad allontanarci da una reazione empatica, per privilegiare quella coercitiva.

Con il risultato, come abbiamo visto, di aumentare lo stress e far vergognare il bambino. Stress al quadrato.

Come fare allora? Perché noi non gliele vogliamo mica comprare, quelle caramelle.

I bambini al supermercato, istruzioni anti capricci

Le caramelle non sono il problema.

Il problema, sono da un lato l'eccesso di stimoli senza una ridirezione, e dall'altro l'impossibilità a muoversi; e, se il bambino non viene spesso con noi a fare la spesa, anche il non conoscere precisamente le regole

Ecco qualche considerazione pratica da tenere in mente.

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1.Ritrovare la calma

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Per calmare un bambino in preda a una crisi, niente di meglio che un abbraccio - l'ossitocina aiuta! Foto di Ankebi Photography su Unsplash

Nel bel mezzo della crisi, inutile partire in ramanzine e lezioni. Il cervello "razionale" del bambino, la corteccia prefrontae, è temporaneamente ko.

Facciamo un paio di respiri profondi per ritrovare noi la calma.

Pensiamo intensamente a un momento di gioia vissuto insieme.

A questo punto, possiamo concentrarci sul bambino.

Per calmarlo, lo conteniamo fisicamente, cercando una posizione in cui non ci faccia male - magari sulla nostra gamba.

Se possibile, usciamo un attimo dal supermercato. Gli permettiamo di sfogarsi tenendolo stretto.

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2. Dirigere l'attenzione

Passata la crisi, e ritrovata la calma, siamo pronti a ricominciare?

Dobbiamo trovare il modo di occupare l'attenzione del bambino su un compito preciso, in modo che il suo cervello ignori tutti gli altri stimoli e non ne venga sopraffatto.

"Tu prendi le arance, io i mandarini."

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I carrellini piccoli sono ideali per dare anche ai più piccoli un compito.
Foto di David Veksler su Unsplash

 

3. Incoraggiare

Il modo migliore per ottenere la collaborazione dei bambini è dando loro la nostra attenzione

Come fare se siamo già concentrati sulla nostra lista?

Possiamo fare dei commenti a quello che fa: "che bell'arancia grossa che hai scelto!" "Come tieni bene il sacchetto"; e così via.

4. Ricordare le regole

Talvolta diamo per scontato che i bambini "sappiano" come comportarsi, e cosa ci aspettiamo da loro.

La verità è che più sono piccoli, e meno a lungo riescono a tenere a mente una consegna; e che coinvolgerli nel ricordare la regola li incentiverà a rispettarla.

La volta dopo, per evitare "capricci", prima di entrare possiamo chiedere ai bambini di ricordarci le regole da seguire: "Secondo voi, come ci si comporta dentro il supermercato? Si corre o si cammina? Si parla piano o forte?"

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Fonti, riferimenti, approfondimenti

Ecco un elenco di siti, libri e articoli consigliati o da cui mi sono ispirata!

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  • Se capite il francese, potete guardare l'intervento integrale della psicoterapeuta francese Isabelle Filliozat a questo proposito:

  • Oppure trovate in italiano il suo completo "Le emozioni dei bambini", dove vengono affrontate diverse situazioni quotidiane in chiave nuova, con suggerimenti per affrontarle in modo più sereno. (Lo trovate anche su Il giardino dei libri).

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Ci sono quei periodi in cui ci sentiamo stanchi, esasperati. Un po' soli, molto criticati, più sensibili ed esposti. Genitori sull'orlo di una crisi di nervi. Perché il sonno, il pensare per 3 o per 4, il correre. A volte, anche la paura di non essere più considerati come prima sul lavoro. E allora, in questa grigia giornata autunnale, voglio ricordarti di tutti quei punti di forza, di quelle capacità acquisite da quando sei genitore, per farti ritrovare il sorriso e un po' di fiducia.

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A volte ce le dimentichiamo, vero, tutte quelle capacità acquisite da genitore! Foto di Ben White su Unsplash

Ma quali capacità? da quando sono genitore mi sento a pezzi...

Quasi tutti i miei capi erano uomini, quasi tutte le loro mogli non lavoravano. Causa o conseguenza del loro successo?

Mi chiedevo ogni tanto mentre correvo per arrivare in tempo a scuola, salutando tutte le mie colleghe ancora sedute alla scrivania.

Nessuno mi ha mai fatto rimproveri, anzi! Era tutto nella mia testa. Quel sentimento di non essere all'altezza, di non essere mai al mio posto: non abbastanza a casa, non abbastanza in ufficio.

Questi pensieri erano ancora là, la sera quando mia figlia aveva paura e non riusciva ad addormentarsi da sola.

E io naturalmente, oggi mi ricordo solo quelle volte in cui perdevo la pazienza ed esplodevo.

In certi momenti siamo bravi a dimenticarci di tutte quelle migliaia di volte in cui siamo rimasti calmi; abbiamo saputo capire e consolare; con una mano cucinavamo, con l'altra tenevamo il biberon e il bimbo in braccio..

Da dove nasce questa sfiducia, genitore? Io penso che le ore di sonno arretrato contribuiscano a farci dimenticare tutte le capacità che, in un modo o nell'altro, la vita ci ha costretto ad imparare da quando quegli adorabili frugoletti sono entrati nella nostra vita.

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A volte abbiamo bisogno di un po' di incoraggiamento...
Foto di Dan Meyers su Unsplash

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La lunga lista degli elementi di sfiducia

Partirei dalla top 10 delle situazioni snervanti che solo un genitore può capire (effetto catartico garantito):

  • i bambini litigano perché .. non c'è bisogno di un motivo, litigano e basta, possibilmente urlando e facendosi male;

  • i bambini non dormono. Anche qui, forse avrebbe aiutato sapere che fino ai 3 anni, è normale e fisiologico non fare notti complete, anziché pensare che il numero di ore dormite fosse direttamente proporzionale all'abilità del genitore;

  • il conflitto interiore tra il tempo sul lavoro e il tempo coi bambini (apparentemente, questo conflitto colpisce prevalentemente le donne. Statistiche francesi di qualche anno fa dicono che durante il primo anno di vita del bambino, i padri lavorano in media un'ora in più al giorno..);

  • gli sguardi degli altri, che tu tendenzialmente leggi come riprovatori, non appena tuo figlio non sta zitto e fermo;

  • i litigi col partner su come e dove mettere le priorità - perché avere dei bisogni diversi diventa improvvisamente un problema quando di mezzo ci sono anche i bisogni dei bambini.

Improvvisamente, non so perché, ma sembra che in quei momenti di sfiducia, mettiamo su degli occhiali con lenti speciali che ci fanno vedere il mondo come se tutti avessero la situazione perfetta, tranne noi.

Basta un'ora di sonno in meno e bam, non riusciamo più a mettere a tacere quelle vocine interiori che ci fanno sentire come..

"Nessuno mi capisce"

"Tanto, è sempre così, sono sempre io che.."

"Forse non sono capace a fare la mamma/ il papà"

"Il mondo è ingiusto e io subirò sempre"

Ci crogioliamo per un po' in questi sentimenti di amarezza come sotto una vecchia coperta calda.

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Penso positivo: quelle capacità acquisite da quando sono genitore..

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A volte, ci serve cambiare paio di occhiali per cambiare punto di vista
Foto di Josh Calabrese su Unsplash

Poiché sono cresciuta idolatrando Pollianna; e poiché quella coperta ce l'ho anche io e so che dopo un po', è meglio uscirne affrontando quei pochi secondi di gelo..

provo a cambiare le lenti per ricordarci che, certo, da quando siamo genitori abbiamo dovuto affrontare certamente delle situazioni impreviste, scoprire dei lati scomodi di noi, sentirci attanagliati dai dubbi; ma abbiamo anche sviluppato una marea di competenze.

E forse, ogni tanto, dovremmo ricordarci di rispolverarle, custodirle, e valorizzarle.

Se poi come me hai la lacrimuccia facile, puoi guardare questo video:

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Capacità acquisite #1: la biologia e l'empatia del genitore

Non posso non menzionare qualche studio e ricerca, lo sai. Uno studio che ha fatto scalpore qualche anno fa ha preso in considerazione 20 donne, che sono state passate allo scanner cerebrale più volte a distanza di tempo: un gruppo prima e dopo la gravidanza, e un gruppo che non aveva avuto figli in quel lasso di tempo; la stessa cosa è stata fatta con due gruppi di uomini.

Il risultato era così evidente tra le donne, che i ricercatori erano in grado di dire chi o meno avesse avuto figli.

La gravidanza altera la struttura e la dimensione di quelle aree del cervello coinvolte nella percezione dei sentimenti e dei punti di vista altrui, e i cambiamenti erano ancora visibili due anni dopo il parto.

Lo studio della faccenda è ancora agli albori, ma l'interpretazione che va per la maggiore è questa: il cervello si ristruttura, specializzandosi in quelle abilità a riconoscere i bisogni dei bambini, eventuali minacce sociali e favorire il legame col bambino.

Il processo cui va incontro il cervello durante la gravidanza ha ricordato ai ricercatori quello che avviene durante l'adolescenza; la perdita di materia grigia in alcune aree permette di fare spazio a nuove connessioni neuronali più utili per svolgere la nuova funzione materna.

La conclusione che ne traggo io, è che noi mamme in particolare siamo programmate biologicamente per svolgere la nostra funzione, e abbiamo già in noi le risorse necessarie.

In più, queste capacità empatiche sono utilissime a prescindere in tutti gli ambiti della nostra vita, sul lavoro in primis.

Amen (e siamo solo al punto uno!)

Capacità acquisite #2: il genitore ha imparato a ottimizzare i tempi

A mio avviso, il rischio più grande cui possiamo andare incontro quando diventiamo genitori è quello di cedere al cosiddetto "multi-tasking".

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Ah, l'illusione di guadagnare tempo..
Foto di Djim Loic su Unsplash

So di dire forse un'eresia, perché il multi-tasking è stato per molto tempo portato in auge come la soluzione a mille problemi e la capacità chiave dei leader in azienda, quindi mi spiego facendo un distinguo tra multi-tasking e ottimizzazione dei tempi.

Multi-tasking:

  • aiutiamo nostro figlio a fare i compiti mentre leggiamo la ricetta per preparare la cena;

  • passiamo l'aspirapolvere e contemporaneamente rispondiamo ai messaggi Whatsapp arretrati;

  • spingiamo nostra figlia sull'altalena mentre parliamo al telefono e teniamo d'occhio l'altro figlio sullo scivolo.

Il denominatore comune: svolgere in contemporanea azioni che richiedono la nostra attenzione cosciente.

Ottimizzazione:

  • mettiamo a cuocere le verdure per la cena del giorno seguente subito prima di andare a cena, in modo che siano cotte finito di mangiare, e pronte per essere usate nel piatto che abbiamo previsto per il giorno seguente;

  • ci facciamo aiutare dai bambini a preparare la torta che dobbiamo portare alla festa della scuola il giorno dopo;

  • mettiamo a bollire l'acqua per la tisana prima di andare a cercare bustine zucchero e tazze, in modo che tutto sia pronto contemporaneamente.

Qui il denominatore comune è che organizziamo la sequenza delle azioni in modo tale che una possa essere portata avanti senza il nostro intervento mentre ne svolgiamo un'altra, al fine di minimizzare i tempi morti.

Per lungo tempo mi sono forgiata del titolo di multi-tasker seriale, per poi rendermi conto che in realtà, perdevo più tempo di quello che guadagnavo.

Facendo più cose insieme, peraltro spesso di fretta, da un lato nutriamo quella sensazione di "non avere tempo"; e dall'altra, per forza di cose, non siamo concentrati quanto dovremmo su ciascuna delle azioni.. col rischio di farle male.

Quanti documenti ho dovuto riscrivere, reinviare, con le dovute scuse, perché li avevo fatti troppo di fretta; quante cose rovesciate a terra, bicchieri rotti..

Capacità acquisite #3: genitore che diventa "project & event manager"

Feste di compleanno organizzate all'ultimo minuto per quindici bambini sotto gli 8 anni; per non parlare del Natale.

Già, Natale. Quando devi mettere insieme bisogni e desideri di minimo due famiglie, nelle migliori delle ipotesi.

Genitori che studiano gli algoritmi del traffico natalizio per calcolare come sfruttare al meglio gli orari per fare la cena della vigilia con gli uni e il pranzo del 25 con gli altri, ripassando da casa per l'apertura dei regali che sennò i bambini ci rimangono male e inventando le storie più variopinte per giustificare il fatto che Babbo Natale è passato anche dai nonni.

E non ho neanche affrontato il discorso pranzo! Se non è gestione degli eventi questa..

Capacità acquisite #4: genitore fa rima con pianificatore (seriale)

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Aspetta che aggiungo la ginnastica del mercoledì!
Foto di Alvaro Reyes su Unsplash

Mio marito non riesce a ricordarsi di quando escono da scuola i bambini. Penso che gli farò una tabella excel.

Settembre è il mese fatidico. Devi far combaciare gli orari delle attività extrascolastiche di ogni figlio coi vostri rispettivi impegni di lavoro, più i tempi per i tragitti, meno le collaborazioni con gli altri genitori.. Oggi vai a prenderli tu; domani li recupero io e li porto a tennis; poi li viene a prendere papà una settimana su due..

Capacità acquisite #5: famiglia o team, il genitore è manager

Quando motiviamo a riprovare dopo un errore vissuto come un fallimento.

O ci inventiamo la storia della principessa che ha abitato il castello medievale. (Quello che noi avevamo voglia di visitare). Convincendo così i bambini che stiamo vivendo un'incredibile avventura e non una noiosa gita al museo.

Motivare, coinvolgere, implicare per un obiettivo comune.

Negoziare con un cliente non sembra più facile che mettersi d'accordo col figlio adolescente sull'ora di rientro il sabato sera?

Capacità acquisite #6: il genitore e il problem-solving. Ovvero, l'arte di consolare e rimediare

La ricetta inventata perché l'ultimo uovo è caduto a terra e si è rotto... (E sono le 6 di una domenica sera.)

Dita tagliate guarite col bacino magico.

Un pianto trasformato in risata quando abbiamo improvvisato una danza scatenata con nostro figlio in braccio..

Ora che ci penso, adesso vado ad aggiornare il mio profilo LinkedIn.

Fonti, riferimenti, approfondimenti

Ecco un elenco di siti, libri e articoli consigliati o da cui mi sono ispirata!

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Uno cede volentieri alle coccole, l'altro si irrigidisce e vuole che l'autorità del genitore venga rispettata ad ogni costo; l'uno ritiene che punizioni, minacce e metodi coercitivi siano necessari, l'altro dannosi.. E si finisce con l'allontanarsi un po' l'uno dall'altro, amareggiati. Genitori con stili educativi diversi: come fare a restare uniti e a evitare le recriminazioni? Soprattutto davanti ai bambini, e quando le reazioni dell'altro ci fanno profondamente arrabbiare? Uno sguardo a quello che succede nella nostra testa potrebbe venirci in aiuto!

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Foto di Christin Hume su Unsplash

Quando i genitori sono in disaccordo...

"Non voglio!"

Ho sentito subito tutto il corpo irrigidirsi, lo stomaco chiudersi, la forchetta piena bloccata a mezz'aria.

Il mio radar interno mi aveva già comunicato tutti i dettagli, ancora prima che li vedessi. Mio marito aveva l'ira negli occhi, il busto piegato in avanti, e il collo rigidissimo come se dovesse esplodere.

Sono intervenuta, perché è più forte di me. Colpi di piede sotto il tavolo, sguardo supplichevole, pur sapendo che probabilmente non fanno che peggiorare le cose; mettendomi in mezzo per far ragionare il bambino in questione; e finire con la peggiore delle reazioni del genitore in disaccordo: esprimendolo apertamente davanti ai bambini.

Mea Culpa.

Ma come fare quando gli stili educativi non solo sono diversi, ma proprio cozzano profondamente con le nostre convinzioni, con i nostri valori?

Stili educativi diversi alla ricerca di un compromesso

Poiché il dilemma mi perseguita da parecchio, croce e delizia, ho provato a ri-tracciare la situazione-tipo che fa emergere in modo conflittuale gli stili educativi diversi:

  1. entrambi i genitori sono convinti, razionalmente parlando, dell'importanza di mettere un quadro, di porre delle regole, ma divergono sul come;

  2. un genitore è convinto che le "maniere forti", siano punizioni, minacce, qualche sberla nei casi più gravi, servano a insegnare al bambino il rispetto dell'autorità, a far capire quando i bambini hanno superato un limite, a dargli dei punti di riferimento sicuri;

  3. l'altro genitore, invece, è convinto che le maniere forti siano dannose nel lungo periodo, e preferisce il dialogo;

  4. i due si lanciano spesso in discussioni su chi abbia torto e chi ragione, su quale sistema sia il più efficace, e ognuno tende ad accentuare il suo comportamento per compensare quello dell'altro;

  5. i bambini, dai e dai, si accorgono che i genitori hanno stili educativi diversi e inconsciamente si rendono conto del potere che hanno sulla relazione tra mamma e papà;

  6. la bomba a orologeria è pronta a esplodere, in un circolo vizioso coi fiocchi.

Ti sembra una descrizione abbastanza rappresentativa?

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Ah, le infinite discussioni su chi ha ragione... Foto di Charles su Unsplash

Stili educativi diversi, istruzioni per l'uso?

Fatta questa analisi sommaria, mi rimane la domanda:

ma se noi siamo convinti che botte, minacce, urla e punizioni non solo non siano il modo più efficace per accompagnare serenamente i bambini nella crescita, ma siano anzi potenzialmente dannosi per la loro autostima e futuro equilibrio, come facciamo quando la sola vista del collo irrigidito dell'altro genitore ci fa saltar su come una molla?

Come fai quando hai speso ore in discussioni, e poi la volta dopo si ricomincia da capo, in un vano (e pericoloso) tentativo di dimostrare all'altro chi ha ragione?

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Stili educativi diversi, tentativo uno

Alla ricerca di una risposta alle mie domande, mi sono imbattuta in questa filosofia di pensiero:

è inutile e dannoso cercare di convincere, o obbligare, un'altra persona a pensarla come noi, a comportarsi come vorremmo. La sua reazione sarà sempre quella di sentirsi attaccato e opporvisi.

Lasciamo invece all'altro la libertà delle proprie convinzioni, nel rispetto reciproco, e vediamo gli stili educativi diversi come un'opportunità per i nostri bambini.

I bambini metteranno naturalmente in atto delle strategie per adattarsi ai diversi stili educativi dei genitori, e come ogni sfida della vita, ne impareranno qualcosa.

Noi adulti, invece, sforziamoci di ragionare in termini di ciò che ci unisce - alla fine, tutti e due riteniamo importanti le regole per la crescita dei nostri bambini; vogliamo entrambi il loro bene; ma, piccolo dettaglio, non siamo d'accordo nel come arrivare a destinazione.

Stili educativi diversi, tentativo due

L'approccio filosofico di cui sopra mi troverebbe anche d'accordo.

Ma siamo pratici: quando intorno a me si alzano toni e si abbassano sguardi, mi resta difficile dirmi che in fondo "ciò che non ti uccide ti fortifica" e concentrarmi sulla destinazione comune cui forse arriveremo tra vent'anni facendo strade diverse.

Al di là del trovare un buon terapeuta e un paio di amiche con cui sfogarmi, dovevo continuare a cercare.

Ed ecco che, grazie alla serendipità di internet, quasi un genio della lampada del 21° secolo, mi trovo tra le pagine aperte un intervento della psicoterapeuta francese Isabelle Filliozat.(Cito spesso i suoi libri perché ricchi di spunti pratici per capire meglio cosa ci passa per la testa e cosa farne.)

(la traduzione è mia)

"Ci raccontiamo spesso che non abbiamo le stesse idee in termini di educazione. La verità, è che il coniuge non sa fare altrimenti. Inutile lanciarsi in discussioni. Quello di cui l'altro ha bisogno è sostegno, aiuto, e soprattutto: nessun giudizio, nessuna critica".

Adulti e bambini, stesso funzionamento

Questa era (quasi) musica per le mie orecchie. Mi sorprende sempre constatare, dai e dai, scava e cerca, quanto funzioniamo in modo simile noi e i bambini.

Come mai i bambini reagiscono in modo non appropriato a un nostro insegnamento?

O perché hanno un bisogno insoddisfatto, o perché manca loro una competenza.

E per accompagnarli e placare la crisi,

  1. accogliamo con empatia l'emozione, descriviamo quello che succede;

  2. andiamo alla ricerca della causa del comportamento inopportuno (quindi, bisogno o competenza da acquisire)

  3. una volta tornata la calma, cerchiamo una soluzione.

Col coniuge, facciamo lo stesso!

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Cosa succede nel cervello

I ricercatori hanno preso alcuni genitori, e grazie alle tecnologie di imaging cerebrale, hanno osservato le loro reazioni mentre venivano mostrate loro delle immagini dei loro bambini in lacrime.

Nella maggior parte dei casi, si vede chiaramente un'attivazione della corteccia prefrontale, una reazione di dolore, e dei ricettori di ossitocina.

In pratica, siamo biologicamente presettati per prenderci cura dei bisogni dei nostri bambini.

Ma. In alcuni casi, invece, questa attivazione non c'è; in alcuni, i ricettori di ossitocina sono troppo pochi o assenti, e vengono invece attivati i circuiti dello stress.

L'amigdala recepisce il bambino che piange come una minaccia.

Perché succede questo?

Se il genitore in questione, quando era piccolo, non ha ricevuto l'affetto di cui sentiva il bisogno, è stato rifiutato, mandato in camera sua quando esprimeva un'emozione; insomma, se i suoi genitori hanno usato con lui forme di violenza fisiche o verbali, la sua amigdala è diventata iperattiva agli stimoli e la sua corteccia prefrontale ha sviluppato meno le sue capacità a regolare le emozioni e a inibire le pulsioni alla violenza.

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Un'invasione di ossitocina ci salverà! Foto di Alina Grubnyak su Unsplash

È un po' come se nei loro circuiti cerebrali, si fosse fatta l'associazione tra un certo tipo di situazione (ad esempio, il pianto) e l'emozione forte scaturita in seguito alla reazione subita (il rifiuto da parte del genitore che magari pensa a un capriccio o a un'esagerazione).

I circuiti dell'ossitocina non hanno "imparato" ad attivarsi mentre si attivano quelli dello stress.

Pianto = rifiuto = emozione negativa fortissima = situazione minacciosa da evitare a ogni costo.

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Stili educativi diversi, come possiamo intervenire noi!

Io vedo due buonissime notizie:

la prima, è che in quest'ottica, la reazione di mio marito mi suscita molto più empatia di prima; (speriamo gli faccia piacere).

La seconda, è che i circuiti dell'ossitocina si possono "riparare" e riattivare in qualsiasi momento.

Come fare allora per intervenire?

La Filliozat suggerisce lo stesso procedimento che con i bambini:
sguardo tenero, abbraccio e frase empatica del tipo:

"Lo so, è dura quando Pierino urla NO! in questo modo a ogni cosa";

"Lo so, è dura quando rifiuta di darci una mano;" eccetera.

(Naturalmente, io sto usando un tono ironico, ma l'empatia dev'essere genuina per poter funzionare. Altrimenti, torniamo alla bomba a orologeria di prima).

Manteniamo l'abbraccio qualche secondo (minimo 7) per permettere all'ossitocina di fare il suo effetto.

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All'inizio, il genitore in questione farà resistenza e ci manderà via.

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Foto di Eugene Zhyvchik su Unsplash

È piuttosto normale, se in passato i suoi tentativi di coccole in casi simili sono stati rifiutati.

Insistiamo, qualche secondo di più ogni volta, come se fosse una ginnastica cerebrale.

È un allenamento per rendere il cervello capace di sviluppare nuovamente i ricettori di ossitocina di cui ha bisogno per poter accogliere il bambino con le sue emozioni, e ritrovarsi un suo stile educativo che gli è proprio e in cui tutta la famiglia si senta bene.

In questo modo, ossitocina o meno, eviteremo di fare muro contro muro; e manderemo ai bambini un segnale molto forte: che possiamo amarci e volerci bene, nel rispetto reciproco, anche se abbiamo idee e convinzioni diverse.

Fonti, riferimenti, approfondimenti

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Vi ritrovate dopo una lunga giornata, e le tue domande di affettuoso e pressante interesse vengono liquidate con un secco: "BENE." Come mai i bambini non hanno voglia di raccontare nulla delle loro giornate? Come tenere aperto un dialogo tra genitori e figli sano, equilibrato e costruttivo senza farci scoraggiare dalla loro reticenza? Indago.

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Possibile un dialogo? Foto di Angela Hobbs su Unsplash

L'inizio (o la fine?) del dialogo genitori e figli

Ero incredula. Non riuscivo ad accettare che si potesse liquidare la giornata di mia figlia con un "tutto bene, è fuori in cortile".

Fino a due mesi prima, al nido, mi davano anche l'ora dei suoi movimenti intestinali, e adesso che era passata alla materna non riuscivo a scucire più di così?

Ma ha mangiato? Partecipato? Giocato? Parlato? Insomma.. Come sta??? Diceva la mia voce da mamma ansiosa.

Viene fuori raramente, ma quando attacca, è davvero difficile da schiodare. Avessi potuto, avrei volentieri messo una piccola cimice sul golfino di mia figlia.

I miei tentativi successivi furono tutti vani:

"Com'è andata amore?"

"Bene."

"Cos'hai mangiato?"

"Non me lo ricordo. Niente."

"E cos'hai fatto?"

"Boh"

Massimo livello di frustrazione materna. Come farò quando sarà adolescente??! mi chiedevo sconsolata.

Non so cosa prenda le madri in questo periodo delicato della loro vita; sarà il bisogno di sentire ancora la loro prole vicina a sé, di avere ancora un minimo di controllo.

Sta di fatto che per compensare al tempo passato lontano, sentiamo questa necessità impellente di conoscere ogni dettaglio della loro giornata.

"Hai parlato con qualcuno? hai fatto amicizia? ti sei divertito?"

Entusiasmo spesso smorzato dalle risposte laconiche della suddetta prole.

Come mai i bambini non hanno voglia di raccontare nulla delle loro giornate? Come possiamo fare per tenere aperto un dialogo genitori - figli nonostante la loro reticenza?

Cosa succede al dialogo genitori e figli con un po' di empatia

Presa da un'illuminazione folgorante, un giorno mi sono messa in testa di mettermi nei loro panni.

Ho dovuto ammettere che se mio marito mi accogliesse tutte le sere chiedendomi:

"Allora? Com'è andata? Hai avuto un aumento? Il capo ti ha detto qualcosa? hai parlato un po' coi colleghi? Ma.. hai mangiato a pranzo?"

probabilmente a quest'ora farei la spola tra un buon terapeuta e un avvocato.

È che si preoccupa troppo per me o che ha bisogno di controllarmi perché non si fida? In nessuno dei due casi ne verrebbe fuori la voglia di raccontare le mie giornate con un sorriso.

Le risoluzioni decisive al dialogo

Da questo profondo momento di introspezione, ne sono uscita con due risoluzioni importanti:

  1. Vivi e lascia vivere - o in altre parole, accetta che i tuoi bambini abbiano una loro vita di cui tu non puoi sapere tutto e soprattutto, su cui non hai il controllo;

  2. Forse ci sono sistemi più efficaci per far venire voglia a mia figlia di raccontarmi qualcosina in più!

Poiché sono affetta da sindrome dell'alunna modello, ovviamente ho fatto le mie ricerchine e letture. Il sistema si è affinato nel tempo, ma devo ammettere che il risultato non è affatto male!

Perché siamo sinceri, lasciar andare un po' del nostro bisogno di controllo è dura; ma quello che conta, alla fine, è riuscire a costruire un rapporto basato sulla fiducia reciproca.

Insomma, lasciar passare il messaggio che in caso di bisogno, mamma e papà sono la risorsa numero uno e magari avere le chiavi giuste per intervenire per tempo, prima di ritrovarsi con un mezzo estraneo per casa.

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I difficili silenzi.. Foto di Ibrahim Rifath su Unsplash

Cambiare le domande per aprire i figli al dialogo

La prima modifica che ho fatto è stata quella di chiedere:

Cos'hai fatto di bello / divertente oggi? Come ti sei sentito?"

La differenza ti sembrerà minima, ma è semanticamente sostanziale.

Quando chiediamo "Com'è andata?", soprattutto se i bambini sono in età di voti e compiti in classe, può suonare un filo come un controllo.

Inoltre, la tentazione di rispondere con una due parole massimo è fortissima.

Dai, se ci pensi bene, se te lo chiedessi io, mi risponderesti anche tu con un "bene" che liquida la faccenda, e magari ti chiederesti pure come mai mi viene in mente di chiedertelo; un "Cosa c'è sotto?!"

Invece, impostando la domanda sul bello o il divertente, dirigiamo l'attenzione del nostro pargolo alla ricerca degli eventi positivi. Il che è sempre un ottimo allenamento, soprattutto se questa domanda diventa il rituale quotidiano del doposcuola.

Un pizzico di gratitudine per aprire al dialogo

Alla lunga, il cervello si allena ad andare alla ricerca della risposta nell'arco della giornata, concentrandosi sulle situazioni piacevoli e "registrandole" apposta per poter poi rispondere alla domanda che sa gli verrà posta. Siamo tutti programmati per voler rispondere correttamente a una domanda, in fondo.

Il nostro cervello è impostato per prestare maggiore attenzione ai problemi e alle situazioni spiacevoli (questione di sopravvivenza) quindi ha bisogno di una spinta in più per focalizzarsi su ciò che va bene.

Quando questo avviene, però, i vantaggi dimostrati sono un maggiore benessere e una sensazione globale di fiducia in sé stessi e nella vita. Niente male, per aver modificato solo due parole!

Se poi aggiungiamo anche una postilla volta a informarci sulle sue sensazioni ed emozioni, apriamo anche una finestrella sul suo mondo interiore e su eventuali difficoltà relazionali con compagni o insegnanti.

Certo, quando sono piccoli le risposte sono più semplici.

Mio figlio a 4 anni mi dice: "Sono stato triste perché mi mancavi e volevo stare con te" (forse è solo perché ha capito come prendermi e convincermi a darli la cioccolata a merenda) e questo è un ottimo modo per farlo sfogare di una sua sensazione, per dirgli che lo capiamo, e per abituarlo a fare l'esercizio di guardarsi dentro e controllare come stiamo.

Senza silenzio, genitori, non c'è dialogo possibile con i figli

Naturalmente non mi crederesti se ti dicessi che è bastato modificare questa frase per ottenere un flusso di coscienza joyciano, giusto?

Infatti non è stato così, nonostante i miglioramenti.

Tipicamente, i primi momenti dopo aver preso mio figlio a scuola li passo correndo come una pazza sulla bici per arrivare in tempo alla scuola di mia figlia, che esce 5 minuti dopo a 2 km di distanza; e purtroppo i rumori delle auto e dei camion fanno sì che arrivino alle mie orecchie solo piccoli frammenti del racconto che ovviamente poi mio figlio si rifiuta di ripetermi (forse dovrei pensare a un registratore?).

E poi con mia figlia, devo stare attenta alla gelosia del fratello se le dedico più di qualche secondo di attenzione esclusiva.

Il passo decisivo è stato quindi creare le condizioni per. Ritagliare quei primi momenti rientrati a casa per eliminare il telefono, concentrarmi esclusivamente sui miei bambini, e stare in silenzio.

Hai letto bene. Il trucco è stare con loro, guardarli, e non fiatare.

Spesso, basta questo per spingerli a raccontarmi tutto. Altre volte, devo aprirmi io.

Raccontare qualcosa della mia giornata, un confronto aperto.

"Oggi è stata una giornata molto faticosa per me ma sono stata proprio contenta perché ho incontrato..."

Allora mi chiedono, vogliono informarsi, sono così fieri che io li renda parte del mio mondo misterioso di adulta quando non sono con loro; ed è più facile, poi, che si aprano e mi raccontino la loro.

Il fatto di raccontare qualcosa di noi fa diventare la dinamica un vero dialogo e le nostre domande allora non vengono più viste come inquisitorie, come una forma di controllo, ma come un modo di far parte gli uni delle vite degli altri.

Le cose più belle di oggi - come alimentare il dialogo tra genitori e figli

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Abituarli a guardare al mondo con gli occhi che cercano le cose belle...
Foto di Kamila Maciejewska su Unsplash

Anche se forse te l'ho già raccontato, aggiungo il mio momento preferito. Quello che quando ce ne dimentichiamo, mi sembra che sia mancato un pezzettino fondamentale di giornata.

Mentre ceniamo, facciamo un giro di "Le cose belle di oggi": a turno, ci raccontiamo i momenti che abbiamo apprezzato di più nell'arco della giornata.

A volte i bimbi danno delle risposte un po' sciocche, tergiversano, e siamo solo noi genitori a dire qualcosa di sensato.

Però continuo a riproporlo, perché mi vedo, durante il giorno, ad annotare mentalmente un turbinio di vento, un sorriso, un'auto che si è fermata per farmi passare, per poterli raccontare.

E così facendo, ci presto attenzione, laddove prima avrei lasciato correre, non ci avrei magari nemmeno fatto caso.. perdendo così un'opportunità di dialogo non solo coi miei figli, ma anche col mio mondo interiore.

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  • Se ti interessa trovare nuovi spunti per rilanciare il dialogo coi tuoi bambini, consiglio caldamente questo articolo che spiega in modo efficace come comunicare attraverso l'ascolto laterale.

Piangono se inverti l'ordine dei vestiti. Urlano se non fai quello che ti hanno chiesto (per favore) IMMEDIATAMENTE. Battono i piedi se a tavola non c'è nulla che a loro piace. E poi, più tardi, chissà, magari ci rispondono male se non diamo loro il permesso di uscire la sera con gli amici. Come gestire le crisi di rabbia, le piccole e grandi frustrazioni dei bambini senza urlare e dare di matto? Cambio di prospettiva, qualche astuzia e tanta pazienza..

I bambini e le piccole crisi di rabbia quotidiane

Prima di saperne di più, mi facevano impazzire quelle giornate. Il piccolo che si rifiuta di mettere le scarpe se non lo aiuto io, e non lo faccio seguendo la sequenza esatta di movimenti. La grande che vuole più autonomia, e allora urla di frustrazione non appena le sembra che decido io troppo spesso.

E poi! I pianti per chi si siede sulla sedia a sinistra.

La più memorabile è stata sicuramente quella in cui mio figlio si è rovesciato apposta il sugo di pomodoro addosso perché non voleva che io lo pulissi. (ma questa te l'ho già raccontata). Come si fa a non scendere al rapporto di forza, al braccio di ferro e alla reazione emotiva? Rabbia dei bambini contro rabbia dei genitori, primo match! per dire.

Se è vero che non esiste una bacchetta magica che trasformi i nostri bambini in esseri ragionevoli e razionali (quella dovrebbe corrispondere all'età adulta..), possiamo forse capire meglio cosa succede e elaborare qualche trucco per prendere le crisi di rabbia con filosofia.. e già che ci siamo, magari anche farle smettere prima di arrivare ai castighi!

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No, non capisco.
Foto di Kelli McClintock su Unsplash

 

Cambiare il punto di vista sui bambini e la loro rabbia

Iniziamo dal nostro punto di vista. È chiaro che se guardo a mio figlio come "Ecco, vediamo cos'altro si inventa per farmi arrabbiare!" il mio atteggiamento nei suoi confronti non parte da una grande apertura e ascolto empatico.

Qual è il nostro obiettivo? Immagino che principalmente siano due:

  1. calmare la crisi

  2. insegnare a canalizzare la rabbia nel rispetto degli altri.

Se penso che mio figlio lo sta facendo apposta, che capitano tutte a me, che non è possibile, ma non è neanche capace, eccetera eccetera, preparo un eccellente terreno per arrabbiarmi a mia volta, per rispondere o contrattaccando, o difendendomi.

È la naturale reazione del nostro cervello di fronte a una minaccia.

Così facendo, però, ci allontaniamo dai nostri due obiettivi.

Intanto, quando ci arrabbiamo a nostra volta, per imitazione automatica (vedi i mitici neuroni specchio) anche i bambini si arrabbiano ancora di più.

E poi, perdiamo il controllo e quindi non diamo un grande esempio su come insegnare a canalizzare la rabbia nel rispetto altrui.

Se invece guardo alla crisi di rabbia dei miei bambini come alla manifestazione di qualcosa che non va, di un bisogno insoddisfatto espresso in malo modo, il mio approccio cambia. Vado alla ricerca di soluzioni, anziché di "giustizia" o correzione.

Nel bambino, la parte del cervello che controlla gli impulsi emotivi è ancora in pieno sviluppo (lo ricordo: raggiunge il pieno sviluppo intorno ai 25 anni, giusto per rassicurarti).

Quindi basta poco: fame, sete, sonno, gelosia, stanchezza dopo una giornata a scuola o in asilo a dibattersi nel marasma dei compagni, che un no da parte nostra fa scattare il suo sistema nervoso in un'esplosione di tensioni.

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I nostri obiettivi davanti alla rabbia dei bambini

Chiarito questo, è ovvio che nonostante tutta la nostra comprensione ed empatia, e magari anche i nostri tentativi di prevenire queste crisi di rabbia dando ai bambini il massimo della nostra attenzione e disponibilità, non abbiamo comunque voglia di sopportare che nostro figlio ci prenda a calci o urli in mezzo al supermercato, giusto?

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Ah, le sceneggiate in pubblico..
Foto di Hanson Lu su Unsplash

Perché ricordo che gli obiettivi sono due:

  1. per calmare la crisi = comprensione, pazienza ed empatia

  2. per insegnare quali comportamenti vanno bene = dobbiamo comunque proporre un comportamento alternativo, giusto?

La cosa per me assolutamente più difficile da ricordare è questa: mentre i miei bambini sono nel mezzo di una crisi di rabbia, è assolutamente inutile che io stia a spiegare come dovrebbero fare.

Il cervello è concentrato su altro in quel momento. In qualche modo però, a noi sembra utile e appagante passare dieci minuti di ramanzina "Ma non mi ascolti neanche!"

Ho provato quindi con una certa gioia e soddisfazione queste soluzioni alternative che ti propongo ora a mia volta: se non altro canalizzano le mie, di energie, che già  non è male!

Prima soluzione: usare il gioco e l'ironia.

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Altolà, marrano!
Foto di James Pond su Unsplash

Premetto che per usare questa soluzione, bisogna essere in una disposizione d'animo per cui riusciamo a guardare la scena con distacco e girarla in chiave divertente. Difficile se siamo anche noi in preda alla stanchezza e alla frustrazione.

Quando però ci riusciamo, i vantaggi sono numerosi perché il riso ha il potere di far scendere immediatamente la tensione e anche di creare un legame emotivo positivo piuttosto forte.

Una delle situazioni in cui può essere adatta è quando il bambino è un po' violento: possiamo allora proporre un gioco di lotta dove possa sfogare fisicamente la tensione ma in modo bonario e positivo.

"Ah, ma allora tu ti vuoi trasformare nel cavaliere della notte grigia! devo difendermi".

Si inscena un mondo fantastico e si vede se il ambino riesce a passare dalla fase di rabbia a quella del gioco, dove la lotta non è più impostata a fare male.

Un'altra occasione in cui la uso è lo scherzo quando i bambini litigano. Li vedo iniziare a venire alle mani, allora con nonchalance osservo:

"Oh mi sembra che non vi funzioni più la lingua! State usando le mani al posto delle parole, vedo!"

E spesso la cosa li fa ridere e passare alla ricerca di una soluzione alternativa.

Seconda soluzione: coccole e abbracci

Nel caso dei bambini piccoli e nelle crisi per accumulo di tensione, quello che funziona molto bene è abbracciarli, contenerli, in modo che grazie al contatto con noi si calmino e riprendano il controllo.

Ci è difficile accettare che il nostro abbraccio non sia un incentivo alla sceneggiata, ma in realtà è uno "strumento" necessario a colmare un bisogno. Insomma, l'amore non è una ricompensa ma un carburante.

Questo richiede che il bambino sia d'accordo nel farsi abbracciare, il che non è sempre il caso.. Non c'è bisogno di fargli forza se proprio non vuole.

Di solito io chiedo a mio figlio se ha bisogno del mio aiuto per calmarsi, e adesso è lui stesso a urlarmi tra i singhiozzi "coccole mamma coccole!"

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Terza soluzione: ridirigere l'attenzione

La ridirezione è particolarmente efficace davanti a una frustrazione per un nostro no.

Prima che si scateni la lotta "ma io voglio" - "ma io no", non appena sentiamo montare le resistenze dei bambini possiamo provare a passare ad altro.

Quando i miei figli al panificio provano a corrompermi per comprare un croissant alle 6 di sera ("ma è per la colazione di domani mamma! Così ci alziamo prima!"), provo a instaurare una conversazione:

"Sai una cosa, una volta ho provato a farlo in casa! non è per niente facile! Cosa ne dite se una volta proviamo insieme? Secondo voi, che ingredienti servono?"

Questo aiuta a manifestare il nostro interesse per i gusti e i desideri del bambino. Ricordo che quando i miei erano più piccoli, per evitare di far partire lunghe ed estenuanti negoziazioni, lanciavo un no secco ancora prima che mi facessero una richiesta.

Magari mi stavano solo facendo vedere una cosa che a loro piaceva, e io subito "NO!".

Il che, ammettiamolo, è un po' come quando inizio a dire a mio marito "Mi piacerebbe andare..." e lui mi interrompe dicendomi che penso solo alle vacanze. Piuttosto frustrante.

"ah ma sì è bello questo, cosa ti piace in particolare? Come lo useresti?"

Coi bambini più piccoli possiamo usare una ridirezione fisica, anziché verbale - prendendoli in braccio e indicando loro un altro oggetto, o cambiando stanza.

Quarta soluzione: la verbalizzazione delle emozioni.

Descrivere quello che è successo e quello che vediamo, dire le emozioni dei bambini ha duplice beneficio, soprattutto coi più piccoli.

Intanto mostriamo loro che li capiamo, che non consideriamo negativamente l'espressione della loro emozione; e questo è il top in termini di autostima per un bimbo piccolo.

Manteniamo una connessione empatica con loro; e spesso il sentirsi capiti e ascoltati basta a calmarli. In più insegniamo loro ad acquisire un vocabolario emozionale.

Quinta soluzione: l'effetto sorpresa

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Foto di Marcela Rogante su Unsplash

La risposta a sorpresa funziona bene anche coi più grandi, addirittura in certi casi con gli adolescenti.

Se ci rispondono male, per avere la loro attenzione rompiamo gli schemi. Si aspetteranno un solito "come ti permetti!" e magari stanno già affinando le armi per lanciarsi in una feroce discussione.

Allora noi facciamo una risposta completamente diversa, quasi assurda, ad esempio cantando. E nel farlo, possiamo suggerire un modo diverso e più educato di rivolgerci a noi:

"ah, forse volevi dire grazie mamma che fai tutte queste cose per me, scusa se ti disturbo ma potresti metterli tu a lavare i miei calzini? povero me, mi sono dimenticato!"

Tra parentesi funziona anche coi bambini. Quando mio figlio di 4 anni mi dice: "Io non posso mangiare perché mangio solo la banana tagliata a fettine", con tono ironico rispondo:

"uhm, mi è sembrato di sentire per favore mamma vorrei tanto una banana tagliata a fette. Ma non sono sicura. No, forse me lo sono immaginato.."

E aspetto. Di solito qualcosa poi succede.

Sesta soluzione: calmiamoci

Infine, l'ultima strategia consiste nel.. calmarci noi. Se cerchiamo di calmare un bambino essendo noi in preda a una crisi di rabbia, non funziona molto bene.

I bambini se ne accorgono, sentono la nostra tensione interiorizzandola. Un po' come chiedere di stare in silenzio urlando.

Meglio allora uscire un attimo dalla stanza. Prendi un tempo di pausa, ripensa a un episodio buffo che ti faccia sorridere..

Prima di tornare nell'arena.

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"Bambini, è ora di uscire! Dobbiamo andare a fare la spesa e se facciamo in tempo andiamo anche al parco. Dai, spegnete, è quasi un'ora che li guardate." Non fai in tempo ad avvicinarti all'ingresso, che i bambini sono già belli pimpanti, sorridenti, e pronti con scarpe e giacca. No no no ferma un attimo. Questa è fantascienza. Se i tuoi bambini non fanno sceneggiate dopo che spegni loro la TV, puoi tranquillamente cliccare altrove. Ma saresti in scarsa compagnia, quindi tanto vale resta e dacci qualche consiglio! Se invece vuoi capire anche tu come mai succede e se esiste rimedio, continua pure a leggere..

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Sondiamo il mistero della relazione tra bambini e schermi - Foto di Annie Spratt su Unsplash

 

I bambini, la TV, e l'inutile lotta contro le inevitabili sceneggiate

Lo ammetto. Avevo bisogno di un po' di tempo per me. Del tipo fare la doccia senza che nessuno entri per chiedermi dove sono e se posso leggere una storia.

O restare sdraiata sul letto per dieci minuti IN PIENO POMERIGGIO di una domenica. Anche se non piove e non stiamo giocando alla lotta o all'aeroplanino.

E poi, un'oretta di cartoni di tanto in tanto non ha mai fatto male a nessuno dopo i 3 anni, no?

Soddisfatto il mio bisogno di isolamento, è riaffiorato il senso di colpa da "Ohmamma è già un'ora che guardano la TV speriamo che non stia danneggiando irreversibilmente il loro sviluppo cerebrale!"; e con esso, è scattato il mio sereno ma perentorio "Bambini! È ora di spegnere per favore!" - addirittura dall'altra stanza.

Tragedia e sconvolgimento.

Devo dire, non vi ero più abituata perché dopo una fase in cui mia figlia maggiore aveva evidenti difficoltà a passare ad altro dopo i cartoni, avevamo trovato una serie di accorgimenti e limitazioni che avevano reso il tempo davanti agli schermi piuttosto tranquillo.

Certo, ora è mio figlio piccolo a rientrare in quella fase..

Se non stavo dando troppo peso alle urla e ai pianti, non ho potuto ignorare il tonfo - seguito dallo splash - e dall'improvviso silenzio.

Un terribile sospetto ha fatto capolino..

"Non hai rovesciato il secchio pieno di acqua per lavare i pavimenti, VERO?!" 

Sono davvero sceneggiate o è vero che la TV fa male ai bambini?

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Tragedia e sgomento! foto di Marco Albuquerque su Unsplash

Non sono nemmeno fiera di ammettere che mi sono arrabbiata. Nonostante mio figlio stesse cercando di asciugare e rimediare al danno.. Ma c'era un centimetro d'acqua sul pavimento!

La rabbia era rivolta verso di me, che non avevo saputo evidentemente inquadrare il tempo davanti alla TV nel modo opportuno.

Ma sorge inevitabile la domanda: sono davvero capricci? Sono solo sceneggiate fatte per "punirci" perché li priviamo di qualcosa che a loro piaceva? O crisi di rabbia perché non possono esercitare la loro volontà?

Cosa succede nella testa dei bambini davanti agli schermi

I cartoni animati, i videogiochi, le animazioni su touch screen sono un sapiente miscuglio di suoni, colori, movimenti che hanno un effetto particolare sul cervello.

Nei bambini al di sotto dei 3 anni, sarebbero da evitare senza se e senza ma, perché possono realmente danneggiare il loro sviluppo cerebrale.

Il cervello dei bimbi così piccoli infatti non è ancora maturo per integrare efficacemente i diversi stimoli di un cartone animato, mentre è fatto per imparare dall'interazione con gli altri esseri umani.

Ma vediamo cosa succede per i più grandicelli, dai 3 anni in su.

Si innesca un sistema di gratifica immediata e continua; un'alternarsi di tensione e ricompensa che fa rilasciare dopamina.

La dopamina è un neurotrasmettitore associato al sistema cerebrale della ricompensa e scatena sensazioni di piacere.

Fin qui, tutto normale. Il problema è che si crea quindi una dipendenza.

Pensa per un attimo al tuo bambino, seduto immobile davanti allo schermo, tutte le sue funzioni vitali dimenticate. È catturato da ciò che vede e sente, avviluppato da questo sistema di ricompensa costante.

La dopamina circola, e nel frattempo tutto il corpo accumula tensione.

Arrivi tu con tutta la tranquillità del mondo, e spegni. Bam.

In un istante, i livelli di dopamina precipitano, si crea come un vuoto in cui esplodono le tensioni. Tuo figlio ha bisogno dei cartoni in quel momento, non riesce a contenere la frustrazione.

Con alti e bassi in base all'età, naturalmente: che determina la capacità a gestire la frustrazione, a reperire il passare del tempo, e a gestire le transizioni.

Qualche soluzione per ridurre le sceneggiate dei bambini dopo la TV

Inevitabile allora sorbirsi quel quarto d'ora di pianto ogni volta? O sarebbe meglio abolire del tutto il tempo davanti ai cartoni o ai video giochi?

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Mio figlio e io mentre decidiamo per quanto tempo guardare i cartoni. Foto di Chris Sabor su Unsplash

Visto che viviamo nell'era del digitale, eliminare qualsiasi contatto con gli schermi può sembrare un filo eccessivo.. Inoltre guardare insieme un cartone animato o un film può essere un bel momento da passare in famiglia.

Ecco qualche suggerimento tra quelli che funzionano in casa nostra, o che ho trovato particolarmente ispiranti!

#1: Patti chiari, amicizia lunga

Stabilire le regole prima aiuta moltissimo, sempre ma in particolar modo in questo caso. Il che significa, ad esempio, decidere insieme di una routine settimanale adatta, o di un momento idoneo nell'arco della giornata.

Qualche tempo fa, coi miei bambini avevamo stabilito insieme in quali giorni potessero guardare i cartoni prima di cena, e la cosa aveva funzionato bene.

In questo caso, si possono evidenziare i giorni o i momenti stabiliti con un colore o un simbolo sul calendario in un punto visibile per i bambini, in modo che sappiano da soli quando hanno o meno diritto a questo tempo.

Un'altra astuzia che avevamo trovato utile era usare un timer (Questi timer visivi sono particolarmente adatti per indicare lo scorrere del tempo!).

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#2: Prima il piacere, poi il piacere

Sembra ovvio una volta che uno lo legge, ma anche io non ci avevo mai pensato più di tanto.. Guardare la TV è un'attività molto piacevole, lo abbiamo visto.

Se pretendiamo di passare ad altro, e questo altro è un'attività particolarmente ostica come andare a fare la spesa o lavarsi i denti, sembra quasi un filo sadico.

Quantomeno, possiamo non sorprenderci se i bambini non saltano di gioia all'idea.

Per insegnar loro ad accettare più facilmente questo passaggio, possiamo allora cercare di fare la transizione verso un'attività altrettanto piacevole come leggere insieme una storia o fare merenda.

#3: Chi dice routine, dice disponibilità

Sono la prima colpevole. Quante volte mi dico "Approfitto che sono tranquilli per... " e poi quando mi chiedono i fatidici "ancora 5 minuti!" sono quasi contenta perché non avevo ancora finito quello che avevo cominciato??

Solo che se cedi una volta, e cedi due.. diventa un filo inutile decidere insieme le regole e i tempi dei cartoni.

Quindi, se vuoi appianarti la strada.. Fai in modo di essere disponibile quando scade il tempo!

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#4: Riflettiamo come uno specchio..

Per far capire che abbiamo capito. Non sempre riuscirà a placare immediatamente la crisi, ma alla lunga contribuirà senz'altro a instaurare una relazione di fiducia.

Dire cose come "Vedo che sei molto arrabbiato"; o "Vedo che ti rende proprio triste quando spegniamo la TV"

sembra, ai nostri orecchi adulti, un modo un po' sciocco di ripetere un'ovvietà.. Solo che per un bambino il fatto di sentirsi capito anche nella manifestazione delle sue emozioni è molto importante.

Altra cosa utile: concentrarci sul dire quello che constatiamo ci evita di esplodere in esclamazioni potenzialmente deleterie come "Siete insopportabili quando fate così!" - quindi doppio bonus.

Allo stesso modo, quelle volte in cui riescono a spegnere tranquilli la TV possiamo complimentarli per come hanno gestito bene la transizione. Giusto per non concentrarci solo sulle cose che non vanno!

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#5: Una relazione sana con gli schermi

Quando ho letto quest'ultimo suggerimento in un articolo americano, mi si è accesa una lampadina. Sai, come quando capisci una cosa ovvia ma a cui non avevi mai pensato prima? Che senti quel misto di entusiasmo e vergogna, perché comunque insomma, era così semplice.

Allora la prossima volta che riuscite a spegnere la TV senza eccessive sceneggiate, prova a chiedere ai tuoi bambini come si sentono.

Magari invitali a chiudere gli occhi, e a riprendere contatto col loro corpo. Possono accorgersi di dover fare pipì. O che lo stomaco brontola.

I miei figli in genere restano incollati al divano in una specie di trance (a meno che non ci sia un lupo cattivo coinvolto nella storia); salvo poi correre avanti e indietro in bagno non appena ci sediamo a tavola 5 minuti dopo..

Abituarli (e abituarci!) a riconnetterci con le nostre sensazioni dopo un tempo davanti agli schermi contribuisce a far instaurare una relazione più sana e consapevole.

Inoltre non costa nulla né in termini di tempo, di energie né di denaro! C'è solo da provare.

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Quel giorno in cui i bambini non faranno più sceneggiate dopo la TV

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Già me la immagino, la scena di calma e relax in casa nostra! Foto di Simon Rae su Unsplash

Già, cosa faremo noi genitori quel giorno? Forse sarà semplicemente l'occasione di discutere più facilmente di quello che abbiamo guardato, dei videogiochi fatti.. Senza che diventi la scusa per imporre una qualche forma di controllo.

Forse vorrà semplicemente dire che i nostri bambini saranno diventati grandi, e il nostro ruolo non sarà più lo stesso.

Ma questa è un'altra storia.

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  • Ho parlato di Daniel J. Siegel già la settimana scorsa, e in effetti in "12 strategie rivoluzionarie per favorire lo sviluppo mentale del bambino" l'autore spiega certi comportamenti dei nostri bambini che noi genitori troviamo difficili alla luce di quello che si è scoperto sullo sviluppo del cervello. Disponibile sia su Amazon che su Il Giardino dei Libri

  • Interessantissimo articolo sui bambini e le dipendenze da cellulare. L'argomento non è esattamente lo stesso ma le dinamiche sono in effetti molti simili, e potenzialmente più preoccupanti visto che il cellulare è sempre con noi, contrariamente alla TV.

  • Per approfondire invece gli effetti della TV sul cervello dei bambini, ti consiglio di cominciare da questo articolo

Te lo ricordi, vero? La sensazione di bruciore allo stomaco che ti prendeva quando non ti sentivi completamente inserito nel gruppo. Il timore delle prese in giro. Quella tensione sottile e lacerante tra le aspettative degli adulti e quelle dei compagni. La voglia inconciliabile di tornare bambino e essere grande allo stesso tempo. Ah, la preadolescenza, come aiutare i nostri figli a destreggiarsi nelle relazioni tra coetanei? C'è una chiave per entrare in questo mondo delicato?

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Foto di Jamie Taylor su Unsplash

Come aiutare i genitori ad affrontare la preadolescenza dei loro figli?  

Qualche settimana fa, ho ricevuto una mail da una mamma lettrice (grazie!).

Mi chiedeva se potevo approfondire il tema della preadolescenza, per capire come aiutare i ragazzini di quest'età.

Parlo spesso di bambini più piccoli.. perché la mia esperienza con preadolescenti (e oltre) è ancora limitata al mio passato.

Per fortuna, mi è venuta in soccorso Giorgia!

Giorgia Veronese è pedagogista a Verona, e la storia del nostro legame mi sta particolarmente a cuore.

Giorgia-Veronese-educazione-pedagogista-VeronaPerché io e Giorgia non ci siamo mai incontrate di persona. Ho trovato il suo blog quando ricercavo materiale d'approfondimento per uno dei miei articoli.

Ne sono stata subito catturata per la delicatezza del suo scrivere, i consigli utili; il tutto con la leggerezza e la gioia di condividere un mestiere che si ama.

Mi sono permessa di scriverle, per farle sapere che avevo inserito i riferimenti al suo articolo nel mio. Mi ha risposto subito.. E siamo rimaste in contatto epistolare.

Non è magnifico internet? Si possono instaurare dei legami a distanza, appesi al filo delle parole sospese alla rete.

Giorgia ha accettato di approfondire per noi questo periodo difficile che è la preadolescenza, e io la ringrazio infinitamente!

Se ti interessa saperne di più, puoi intanto leggere gli articoli di Giorgia sul suo blog, tra cui, sempre in tema, "Preadolescenza: età di grandi cambiamenti".

Inoltre, Giorgia riceve i genitori su appuntamento nel suo studio a Verona! Per contattarla troverai tutti i riferimenti nel suo sito, www.educazionequotidiana.it, sia nella pagina "Chi sono", sia in "Contatti".

Preadolescenti: la relazione con i coetanei

Nell'età della preadolescenza, età che indicativamente va dagli undici ai quattordici anni, cioè quelli della scuola secondaria di primo grado, le amicizie dei ragazzini e delle ragazzine nascono e crescono per lo più tra i compagni di classe o almeno della stessa scuola, anche perché è molto il tempo che la scuola richiede loro, sia per la frequenza delle lezioni che per lo studio ed i compiti.

Qualche amicizia si fa strada anche grazie allo sport o altre attività extrascolastiche, come danza o musica, ma, al di fuori di questi orari così organizzati e strutturati, resta ben poco tempo per conoscere o frequentare coetanei e per coltivare amicizie importanti.

L'amicizia in preadolescenza...

In questa fascia d’età e per tutto il periodo dell’adolescenza le amicizie che si creano e si coltivano spesso sono tra le più importanti e alcune rimangono per la vita.

La complicità che si scopre, la possibilità di condividere le insofferenze verso i genitori e gli adulti in genere, le confidenze più segrete, il sostegno e la conferma delle proprie idee e scelte, rendono queste relazioni quasi esclusive e ricche di significati profondi, difficili da definire, rassicuranti e allo stesso tempo in balìa di variazioni repentine di umori e sentimenti, ma sempre "totalizzanti", come solo a quest'età sono quasi tutte le esperienze che si vivono.

L’amica o l’amico del cuore...

Questa amicizia esclusiva rappresenta la possibilità di rispecchiarsi, di vedere se stessi nell'altro e di ricevere e restituire in questi scambi conforto, approvazione, anche le critiche, purché poste e vissute come spinte a migliorare.

L’amica o l’amico del cuore può anche diventare un esempio da imitare se ha qualità che affascinano, ad esempio un carattere più aperto o un’intelligenza più acuta, un intuito più pronto o una sensibilità più marcata, la parlantina più fluida e convincente o una maggiore sicurezza nel rapporto con gli altri…

Nel cercare di diventare come lei o lui, ci si mette alla prova, ci si sforza di migliorare, si mettono in atto comportamenti che incoraggiano man mano a modificarsi per assomigliarle/gli pur sentendo di poter rimanere se stessi perché l’amica o l’amico ci ha scelto tra tanti e la reciprocità di questa scelta è continuamente rinnovata.

Sono esperienze molto importanti di crescita personale e sociale, che ogni preadolescente dovrebbe poter vivere.

Con l’amica o l’amico del cuore, soprattutto se piace anche ai genitori (si spera, altrimenti si possono innescare reazioni di ribellione e di ostinazione difficili da controllare…), si può ottenere il permesso di vivere esperienze man mano sempre più aperte al mondo esterno alla famiglia, pur con la sicurezza che dà la “supervisione” degli adulti: l’uso dei mezzi pubblici per raggiungere la scuola o il centro, la vacanza con la sua famiglia e senza i propri genitori al seguito, la festa di compleanno di qualche altro amico, dormire a casa sua qualche volta, fare qualche piccola spesa personale, …

Il gruppo dei pari...

Anche il gruppo dei pari a questa età ha un’importanza grandissima nella costruzione definitiva dell’identità personale, perché rappresenta e contiene possibilità diverse di confronto, personalità varie e sfaccettate che permettono il rispecchiarsi l’uno nell'altro, negli altri, di scoprire diverse modalità di comprendere il mondo e di porsi in confronto ad esso, di cercare aspetti da imitare o di individuarne altri da rifiutare, nella vantaggiosa posizione di sentirsi parte di qualcosa, di poter sperimentare nuovi atteggiamenti, protetti in qualche modo dallo scudo dei compagni, uniti contro tutti, in particolare gli adulti…

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Foto di Inbal Marilli su Unsplash

Attenzione ai rischi...

Il gruppo può talvolta far sentire invincibili, coraggiosi e spinti ad azioni anche rischiose per ottenere l’ammirazione degli altri, molla molto potente nell'attivazione di certi comportamenti.

Provare il piacere dato da sensazioni forti, eccitanti, trasgressive è qualcosa che i preadolescenti ricercano il più possibile, spesso senza tener conto delle possibili conseguenze.

Genitori e adulti in genere devono vegliare in questo senso, tenere alto il livello di attenzione, informarsi sugli amici che il loro figlio frequenta, cercare di conoscerne i genitori, mettere in guardia i ragazzi dai possibili rischi di certe azioni e bravate, prendersi la responsabilità di dire di no, di impedire alcune scelte potenzialmente pericolose.

Non si tratta di mettere i figli sotto una campana di vetro o di limitarne la giusta possibilità di fare esperienze, ma di stare al loro fianco con occhi e orecchie attenti e vigili, ragionando con loro e motivando le proprie decisioni, prese sempre per il loro bene.

Femmine e maschi…

Per lo più composto da sole femmine o soli maschi, il gruppo dei pari per qualche tempo mantiene ben divisi ruoli, legami e frequentazioni perché è più semplice a quest’età stare tra persone dello stesso sesso, anche per le diverse modalità che femmine e maschi hanno di interpretare ciò che accade e di agire di conseguenza…

Naturalmente entrambi i sessi praticano attività fisica, sport di qualche tipo e cercano con gli amici un legame intellettivo ed emotivo importante, ma, con le dovute eccezioni, si può dire che le femmine sono più interessate alla sfera emotiva degli eventi, alle relazioni, al dialogo, al decifrare ogni dettaglio di ciò che accade loro con l’amica o le amiche, mentre i maschi sono più portati all'azione, ad agire e comunicare con il corpo, al mostrarsi forti ed a mascherare meglio le loro emozioni più intime.

La curiosità reciproca verso l’altro sesso c’è, anche se spesso viene tenuta a freno e filtrata attraverso lo schermo di protezione che il proprio gruppo garantisce, ma non mancano occasioni di contatto, di incontro, di osservazione, di scambio.

Come non mancano le critiche, i pregiudizi, le convinzioni svalutanti che vengono rinforzate nello scambio interno al gruppo, ma che possono, sotto sotto, nascondere la tentazione di avvicinarsi a qualcuno o a qualcuna dell’altro gruppo.

Le relazioni difficili...

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Foto di Providence Doucet su Unsplash

Non tutti riescono con facilità a trovare l’amicizia o a coltivarla nel tempo e spesso questo non dipende nemmeno dalla volontà della ragazzina o del ragazzino stesso, ma da una timidezza, una riservatezza e una grande sensibilità che fa provare loro un forte pudore a condividere confidenze ed a raccontarsi, una fatica ad aprirsi a nuove relazioni, per cui non si sentono pronti a prendere l’iniziativa per conoscere meglio un compagno o una compagna che ammirano.

Queste loro caratteristiche o un diverso modo di intendere le relazioni e l’amicizia stessa, a volte frenano e limitano la possibilità di inserirsi in un gruppo, di legare con i coetanei e così non riescono ad entrare nel gruppo dei pari o a percepirsi come parte di esso e si sentono sempre un po’ “fuori dal coro”.

Oppure può accadere che vengano guardati con diffidenza dagli altri, se non addirittura con scherno e la loro timidezza può essere scambiata per alterigia o per una limitata capacità generale e possono essere evitati o perfino esposti a prese in giro, scherzi stupidi, provocazioni varie…

Il gruppo stesso non si dimostra accogliente o, anzi, li può tenere alla larga o addirittura prendere in giro per qualche improbabile motivo, spesso futile, pretestuoso, legato talvolta a pregiudizi che non sono sostenuti da vere convinzioni o valide motivazioni...

Se tuttavia, qualcuno del gruppo, che abbia un forte carisma sugli altri e venga ascoltato e seguito in quello che dice o fa, dimostra loro amicizia e voglia di accoglierli, ecco che tutti gli altri possono cambiare idea e mostrarsi disponibili verso di loro.

Voi genitori vi accorgete o dovreste accorgervi se vostro figlio preadolescente vive una situazione di solitudine sociale, della scarsa o nulla attività telefonica con amici, della noia che pare manifestare ma contemporaneamente della non volontà ad uscire di casa, della ricerca di attività solitarie come la lettura o l’ascolto della musica in cuffia, del molto tempo passato al computer (… ma starà studiando o starà esplorando contenuti in rete? E, in caso, quali?...), della preferenza per sport individuali, dello studio sempre da solo e mai condiviso con qualche compagno o compagna…

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Foto di Jesus Rodriguez su Unsplash

Cercate di capire cosa fa quando è da solo o da sola e, se le sue attività sono creative (di tipo artistico o intellettuale o artigianale, ecc.), probabilmente avete davanti un essere sognatore, un po’ idealista, con un immaginario ricco, che incanala le sue idee in attività che lo appagano e che forse, per questo, ricerca una tranquillità da non scambiare con la solitudine, anche se rimane importante avere la possibilità di frequentare coetanei. Se invece vi accorgete che prevalgono in lui o in lei la noia, l’apatia, la pigrizia fisica e mentale, è importante che pensiate a come intervenire.

Come aiutarli? Qualche spunto per riflettere…

Non è semplice aiutare ragazzini così sensibili e, come genitori, la prima cosa utile da considerare è sempre quella di ascoltarli il più possibile, in modo vero, profondo, sintonizzandovi anche su ciò che non vi dicono, ma che segnalano con il comportamento: forse un bisogno maggiore di attenzione, forse un disagio se in famiglia c’è qualche tensione… Magari vivono un senso di insicurezza se non si sentono valorizzati oppure hanno davanti un modello materno (per le ragazze) o paterno (per i ragazzi) “irraggiungibile” secondo loro; o anche fratelli o sorelle maggiori “troppo avanti” in tutti i sensi per potersi confrontare e con cui forse non hanno, per ora, una grande confidenza…

Provate a pensare, a ricordare come vi sentivate voi alla loro età, ad aprire il canale del dialogo il più possibile, ma sempre rispettando i loro tempi e non insistendo troppo: saranno loro, quando si sentiranno pronti, a cercarvi per un consiglio, uno sfogo, il racconto di un episodio o altro...

Cercate di essere presenti in modo incoraggiante, rassicurarli sulle loro capacità e di ritagliarvi momenti significativi da condividere, magari entrando in punta di piedi nel loro mondo; facendovi spiegare qualcosa di tecnologico che vi può servire; accompagnandoli quando fanno sport e fermandovi a guardarli mentre lo svolgono; incuriosendoli con un libro che vi era piaciuto a quell'età; vedendo insieme un film che interessi ad entrambi e dia spunti di dialogo; camminando insieme; preparando con il loro aiuto un dolce o una pietanza… insomma… godendo della loro compagnia e facendoli sentire apprezzati e importanti.

L’esempio è sempre molto importante, soprattutto se voi avete amicizie che coltivate da tempo o che incontrate anche in nuove occasioni (ad esempio una vacanza) e li avete abituati a vedervi come persone socievoli ed a stare, anche loro, con voi, in mezzo agli altri.

Se vostro figlio o vostra figlia frequentano insieme a voi questi vostri amici, magari con i loro figli, questi rapporti, anche se non nascono spontaneamente (e senza mai venire forzati da parte vostra), possono crescere a volte con più tranquillità, al riparo dai rischi di un gruppo più grande o dei confronti che emergono in campo scolastico.

Condividere la condizione di “figli di amici, che sono costretti a vedersi e non si sono scelti” può anche farli sentire complici, liberi da reciproche aspettative e dalle relative ansie e fornire occasioni per mettersi alla prova ed esercitare la loro capacità relazionale.

Un’attività che potrebbe interessarli ed aiutarli ad entrare in contatto con le loro emozioni ed a poterle esprimere più serenamente, è il teatro.

Esistono in molte città realtà valide di corsi - per varie fasce di età - di avvicinamento e di preparazione alla recitazione, che in genere vengono guidati da persone motivate e sensibili.

Gli allievi vivono percorsi intensi, che li guidano, oltre agli aspetti tecnici legati all'arte teatrale, all'esplorazione ed alla comprensione del proprio mondo espressivo ed emotivo e che li possono portare a scoprire parti di sé impensate.

Anche gli insegnanti possono avere molti elementi di osservazione delle dinamiche relazionali che avvengono in classe e, se individuano situazioni di questo tipo possono intervenire con tatto e strategia ad esempio nel proporre agli alunni attività a due, affiancando all'alunno più riservato un compagno o una compagna più aperti, ma che abbiano caratteristiche equilibrate, accoglienti e non un carattere eccessivamente espansivo o impulsivo che potrebbe inibire l’altro invece che incoraggiarlo a fidarsi e ad aprirsi.

La lettura di testi specifici che parlino di questa età è sicuramente molto utile e illuminante e, nei casi più complessi, in cui non si riesca a stabilire una buona comunicazione con i propri figli, si inneschino dinamiche molto conflittuali o si tema di perdere di vista la propria competenza genitoriale, rivolgersi agli specialisti del settore può essere di aiuto.


Fonti, riferimenti, approfondimenti

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 Alcune indicazioni bibliografiche di Giorgia:

Qualche testo non proprio recente, ma sempre attuale, interessante e utile:

 I link aggiuntivi di Clio

Non perdere il sito di Giorgia: ci sono articoli e approfondimenti, adatti qualunque sia l'età dei tuoi figli.

Inoltre, Giorgia ha pubblicato qualche ebook per genitori e dei libri per bambini!

Qui sotto qualche titolo:

 

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