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Vi ritrovate dopo una lunga giornata, e le tue domande di affettuoso e pressante interesse vengono liquidate con un secco: "BENE." Come mai i bambini non hanno voglia di raccontare nulla delle loro giornate? Come tenere aperto un dialogo tra genitori e figli sano, equilibrato e costruttivo senza farci scoraggiare dalla loro reticenza? Indago.

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Possibile un dialogo? Foto di Angela Hobbs su Unsplash

L'inizio (o la fine?) del dialogo genitori e figli

Ero incredula. Non riuscivo ad accettare che si potesse liquidare la giornata di mia figlia con un "tutto bene, è fuori in cortile".

Fino a due mesi prima, al nido, mi davano anche l'ora dei suoi movimenti intestinali, e adesso che era passata alla materna non riuscivo a scucire più di così?

Ma ha mangiato? Partecipato? Giocato? Parlato? Insomma.. Come sta??? Diceva la mia voce da mamma ansiosa.

Viene fuori raramente, ma quando attacca, è davvero difficile da schiodare. Avessi potuto, avrei volentieri messo una piccola cimice sul golfino di mia figlia.

I miei tentativi successivi furono tutti vani:

"Com'è andata amore?"

"Bene."

"Cos'hai mangiato?"

"Non me lo ricordo. Niente."

"E cos'hai fatto?"

"Boh"

Massimo livello di frustrazione materna. Come farò quando sarà adolescente??! mi chiedevo sconsolata.

Non so cosa prenda le madri in questo periodo delicato della loro vita; sarà il bisogno di sentire ancora la loro prole vicina a sé, di avere ancora un minimo di controllo.

Sta di fatto che per compensare al tempo passato lontano, sentiamo questa necessità impellente di conoscere ogni dettaglio della loro giornata.

"Hai parlato con qualcuno? hai fatto amicizia? ti sei divertito?"

Entusiasmo spesso smorzato dalle risposte laconiche della suddetta prole.

Come mai i bambini non hanno voglia di raccontare nulla delle loro giornate? Come possiamo fare per tenere aperto un dialogo genitori - figli nonostante la loro reticenza?

Cosa succede al dialogo genitori e figli con un po' di empatia

Presa da un'illuminazione folgorante, un giorno mi sono messa in testa di mettermi nei loro panni.

Ho dovuto ammettere che se mio marito mi accogliesse tutte le sere chiedendomi:

"Allora? Com'è andata? Hai avuto un aumento? Il capo ti ha detto qualcosa? hai parlato un po' coi colleghi? Ma.. hai mangiato a pranzo?"

probabilmente a quest'ora farei la spola tra un buon terapeuta e un avvocato.

È che si preoccupa troppo per me o che ha bisogno di controllarmi perché non si fida? In nessuno dei due casi ne verrebbe fuori la voglia di raccontare le mie giornate con un sorriso.

Le risoluzioni decisive al dialogo

Da questo profondo momento di introspezione, ne sono uscita con due risoluzioni importanti:

  1. Vivi e lascia vivere - o in altre parole, accetta che i tuoi bambini abbiano una loro vita di cui tu non puoi sapere tutto e soprattutto, su cui non hai il controllo;

  2. Forse ci sono sistemi più efficaci per far venire voglia a mia figlia di raccontarmi qualcosina in più!

Poiché sono affetta da sindrome dell'alunna modello, ovviamente ho fatto le mie ricerchine e letture. Il sistema si è affinato nel tempo, ma devo ammettere che il risultato non è affatto male!

Perché siamo sinceri, lasciar andare un po' del nostro bisogno di controllo è dura; ma quello che conta, alla fine, è riuscire a costruire un rapporto basato sulla fiducia reciproca.

Insomma, lasciar passare il messaggio che in caso di bisogno, mamma e papà sono la risorsa numero uno e magari avere le chiavi giuste per intervenire per tempo, prima di ritrovarsi con un mezzo estraneo per casa.

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I difficili silenzi.. Foto di Ibrahim Rifath su Unsplash

Cambiare le domande per aprire i figli al dialogo

La prima modifica che ho fatto è stata quella di chiedere:

Cos'hai fatto di bello / divertente oggi? Come ti sei sentito?"

La differenza ti sembrerà minima, ma è semanticamente sostanziale.

Quando chiediamo "Com'è andata?", soprattutto se i bambini sono in età di voti e compiti in classe, può suonare un filo come un controllo.

Inoltre, la tentazione di rispondere con una due parole massimo è fortissima.

Dai, se ci pensi bene, se te lo chiedessi io, mi risponderesti anche tu con un "bene" che liquida la faccenda, e magari ti chiederesti pure come mai mi viene in mente di chiedertelo; un "Cosa c'è sotto?!"

Invece, impostando la domanda sul bello o il divertente, dirigiamo l'attenzione del nostro pargolo alla ricerca degli eventi positivi. Il che è sempre un ottimo allenamento, soprattutto se questa domanda diventa il rituale quotidiano del doposcuola.

Un pizzico di gratitudine per aprire al dialogo

Alla lunga, il cervello si allena ad andare alla ricerca della risposta nell'arco della giornata, concentrandosi sulle situazioni piacevoli e "registrandole" apposta per poter poi rispondere alla domanda che sa gli verrà posta. Siamo tutti programmati per voler rispondere correttamente a una domanda, in fondo.

Il nostro cervello è impostato per prestare maggiore attenzione ai problemi e alle situazioni spiacevoli (questione di sopravvivenza) quindi ha bisogno di una spinta in più per focalizzarsi su ciò che va bene.

Quando questo avviene, però, i vantaggi dimostrati sono un maggiore benessere e una sensazione globale di fiducia in sé stessi e nella vita. Niente male, per aver modificato solo due parole!

Se poi aggiungiamo anche una postilla volta a informarci sulle sue sensazioni ed emozioni, apriamo anche una finestrella sul suo mondo interiore e su eventuali difficoltà relazionali con compagni o insegnanti.

Certo, quando sono piccoli le risposte sono più semplici.

Mio figlio a 4 anni mi dice: "Sono stato triste perché mi mancavi e volevo stare con te" (forse è solo perché ha capito come prendermi e convincermi a darli la cioccolata a merenda) e questo è un ottimo modo per farlo sfogare di una sua sensazione, per dirgli che lo capiamo, e per abituarlo a fare l'esercizio di guardarsi dentro e controllare come stiamo.

Senza silenzio, genitori, non c'è dialogo possibile con i figli

Naturalmente non mi crederesti se ti dicessi che è bastato modificare questa frase per ottenere un flusso di coscienza joyciano, giusto?

Infatti non è stato così, nonostante i miglioramenti.

Tipicamente, i primi momenti dopo aver preso mio figlio a scuola li passo correndo come una pazza sulla bici per arrivare in tempo alla scuola di mia figlia, che esce 5 minuti dopo a 2 km di distanza; e purtroppo i rumori delle auto e dei camion fanno sì che arrivino alle mie orecchie solo piccoli frammenti del racconto che ovviamente poi mio figlio si rifiuta di ripetermi (forse dovrei pensare a un registratore?).

E poi con mia figlia, devo stare attenta alla gelosia del fratello se le dedico più di qualche secondo di attenzione esclusiva.

Il passo decisivo è stato quindi creare le condizioni per. Ritagliare quei primi momenti rientrati a casa per eliminare il telefono, concentrarmi esclusivamente sui miei bambini, e stare in silenzio.

Hai letto bene. Il trucco è stare con loro, guardarli, e non fiatare.

Spesso, basta questo per spingerli a raccontarmi tutto. Altre volte, devo aprirmi io.

Raccontare qualcosa della mia giornata, un confronto aperto.

"Oggi è stata una giornata molto faticosa per me ma sono stata proprio contenta perché ho incontrato..."

Allora mi chiedono, vogliono informarsi, sono così fieri che io li renda parte del mio mondo misterioso di adulta quando non sono con loro; ed è più facile, poi, che si aprano e mi raccontino la loro.

Il fatto di raccontare qualcosa di noi fa diventare la dinamica un vero dialogo e le nostre domande allora non vengono più viste come inquisitorie, come una forma di controllo, ma come un modo di far parte gli uni delle vite degli altri.

Le cose più belle di oggi - come alimentare il dialogo tra genitori e figli

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Abituarli a guardare al mondo con gli occhi che cercano le cose belle...
Foto di Kamila Maciejewska su Unsplash

Anche se forse te l'ho già raccontato, aggiungo il mio momento preferito. Quello che quando ce ne dimentichiamo, mi sembra che sia mancato un pezzettino fondamentale di giornata.

Mentre ceniamo, facciamo un giro di "Le cose belle di oggi": a turno, ci raccontiamo i momenti che abbiamo apprezzato di più nell'arco della giornata.

A volte i bimbi danno delle risposte un po' sciocche, tergiversano, e siamo solo noi genitori a dire qualcosa di sensato.

Però continuo a riproporlo, perché mi vedo, durante il giorno, ad annotare mentalmente un turbinio di vento, un sorriso, un'auto che si è fermata per farmi passare, per poterli raccontare.

E così facendo, ci presto attenzione, laddove prima avrei lasciato correre, non ci avrei magari nemmeno fatto caso.. perdendo così un'opportunità di dialogo non solo coi miei figli, ma anche col mio mondo interiore.

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Piangono se inverti l'ordine dei vestiti. Urlano se non fai quello che ti hanno chiesto (per favore) IMMEDIATAMENTE. Battono i piedi se a tavola non c'è nulla che a loro piace. E poi, più tardi, chissà, magari ci rispondono male se non diamo loro il permesso di uscire la sera con gli amici. Come gestire le crisi di rabbia, le piccole e grandi frustrazioni dei bambini senza urlare e dare di matto? Cambio di prospettiva, qualche astuzia e tanta pazienza..

I bambini e le piccole crisi di rabbia quotidiane

Prima di saperne di più, mi facevano impazzire quelle giornate. Il piccolo che si rifiuta di mettere le scarpe se non lo aiuto io, e non lo faccio seguendo la sequenza esatta di movimenti. La grande che vuole più autonomia, e allora urla di frustrazione non appena le sembra che decido io troppo spesso.

E poi! I pianti per chi si siede sulla sedia a sinistra.

La più memorabile è stata sicuramente quella in cui mio figlio si è rovesciato apposta il sugo di pomodoro addosso perché non voleva che io lo pulissi. (ma questa te l'ho già raccontata). Come si fa a non scendere al rapporto di forza, al braccio di ferro e alla reazione emotiva? Rabbia dei bambini contro rabbia dei genitori, primo match! per dire.

Se è vero che non esiste una bacchetta magica che trasformi i nostri bambini in esseri ragionevoli e razionali (quella dovrebbe corrispondere all'età adulta..), possiamo forse capire meglio cosa succede e elaborare qualche trucco per prendere le crisi di rabbia con filosofia.. e già che ci siamo, magari anche farle smettere prima di arrivare ai castighi!

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No, non capisco.
Foto di Kelli McClintock su Unsplash

 

Cambiare il punto di vista sui bambini e la loro rabbia

Iniziamo dal nostro punto di vista. È chiaro che se guardo a mio figlio come "Ecco, vediamo cos'altro si inventa per farmi arrabbiare!" il mio atteggiamento nei suoi confronti non parte da una grande apertura e ascolto empatico.

Qual è il nostro obiettivo? Immagino che principalmente siano due:

  1. calmare la crisi

  2. insegnare a canalizzare la rabbia nel rispetto degli altri.

Se penso che mio figlio lo sta facendo apposta, che capitano tutte a me, che non è possibile, ma non è neanche capace, eccetera eccetera, preparo un eccellente terreno per arrabbiarmi a mia volta, per rispondere o contrattaccando, o difendendomi.

È la naturale reazione del nostro cervello di fronte a una minaccia.

Così facendo, però, ci allontaniamo dai nostri due obiettivi.

Intanto, quando ci arrabbiamo a nostra volta, per imitazione automatica (vedi i mitici neuroni specchio) anche i bambini si arrabbiano ancora di più.

E poi, perdiamo il controllo e quindi non diamo un grande esempio su come insegnare a canalizzare la rabbia nel rispetto altrui.

Se invece guardo alla crisi di rabbia dei miei bambini come alla manifestazione di qualcosa che non va, di un bisogno insoddisfatto espresso in malo modo, il mio approccio cambia. Vado alla ricerca di soluzioni, anziché di "giustizia" o correzione.

Nel bambino, la parte del cervello che controlla gli impulsi emotivi è ancora in pieno sviluppo (lo ricordo: raggiunge il pieno sviluppo intorno ai 25 anni, giusto per rassicurarti).

Quindi basta poco: fame, sete, sonno, gelosia, stanchezza dopo una giornata a scuola o in asilo a dibattersi nel marasma dei compagni, che un no da parte nostra fa scattare il suo sistema nervoso in un'esplosione di tensioni.

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I nostri obiettivi davanti alla rabbia dei bambini

Chiarito questo, è ovvio che nonostante tutta la nostra comprensione ed empatia, e magari anche i nostri tentativi di prevenire queste crisi di rabbia dando ai bambini il massimo della nostra attenzione e disponibilità, non abbiamo comunque voglia di sopportare che nostro figlio ci prenda a calci o urli in mezzo al supermercato, giusto?

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Ah, le sceneggiate in pubblico..
Foto di Hanson Lu su Unsplash

Perché ricordo che gli obiettivi sono due:

  1. per calmare la crisi = comprensione, pazienza ed empatia

  2. per insegnare quali comportamenti vanno bene = dobbiamo comunque proporre un comportamento alternativo, giusto?

La cosa per me assolutamente più difficile da ricordare è questa: mentre i miei bambini sono nel mezzo di una crisi di rabbia, è assolutamente inutile che io stia a spiegare come dovrebbero fare.

Il cervello è concentrato su altro in quel momento. In qualche modo però, a noi sembra utile e appagante passare dieci minuti di ramanzina "Ma non mi ascolti neanche!"

Ho provato quindi con una certa gioia e soddisfazione queste soluzioni alternative che ti propongo ora a mia volta: se non altro canalizzano le mie, di energie, che già  non è male!

Prima soluzione: usare il gioco e l'ironia.

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Altolà, marrano!
Foto di James Pond su Unsplash

Premetto che per usare questa soluzione, bisogna essere in una disposizione d'animo per cui riusciamo a guardare la scena con distacco e girarla in chiave divertente. Difficile se siamo anche noi in preda alla stanchezza e alla frustrazione.

Quando però ci riusciamo, i vantaggi sono numerosi perché il riso ha il potere di far scendere immediatamente la tensione e anche di creare un legame emotivo positivo piuttosto forte.

Una delle situazioni in cui può essere adatta è quando il bambino è un po' violento: possiamo allora proporre un gioco di lotta dove possa sfogare fisicamente la tensione ma in modo bonario e positivo.

"Ah, ma allora tu ti vuoi trasformare nel cavaliere della notte grigia! devo difendermi".

Si inscena un mondo fantastico e si vede se il ambino riesce a passare dalla fase di rabbia a quella del gioco, dove la lotta non è più impostata a fare male.

Un'altra occasione in cui la uso è lo scherzo quando i bambini litigano. Li vedo iniziare a venire alle mani, allora con nonchalance osservo:

"Oh mi sembra che non vi funzioni più la lingua! State usando le mani al posto delle parole, vedo!"

E spesso la cosa li fa ridere e passare alla ricerca di una soluzione alternativa.

Seconda soluzione: coccole e abbracci

Nel caso dei bambini piccoli e nelle crisi per accumulo di tensione, quello che funziona molto bene è abbracciarli, contenerli, in modo che grazie al contatto con noi si calmino e riprendano il controllo.

Ci è difficile accettare che il nostro abbraccio non sia un incentivo alla sceneggiata, ma in realtà è uno "strumento" necessario a colmare un bisogno. Insomma, l'amore non è una ricompensa ma un carburante.

Questo richiede che il bambino sia d'accordo nel farsi abbracciare, il che non è sempre il caso.. Non c'è bisogno di fargli forza se proprio non vuole.

Di solito io chiedo a mio figlio se ha bisogno del mio aiuto per calmarsi, e adesso è lui stesso a urlarmi tra i singhiozzi "coccole mamma coccole!"

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Terza soluzione: ridirigere l'attenzione

La ridirezione è particolarmente efficace davanti a una frustrazione per un nostro no.

Prima che si scateni la lotta "ma io voglio" - "ma io no", non appena sentiamo montare le resistenze dei bambini possiamo provare a passare ad altro.

Quando i miei figli al panificio provano a corrompermi per comprare un croissant alle 6 di sera ("ma è per la colazione di domani mamma! Così ci alziamo prima!"), provo a instaurare una conversazione:

"Sai una cosa, una volta ho provato a farlo in casa! non è per niente facile! Cosa ne dite se una volta proviamo insieme? Secondo voi, che ingredienti servono?"

Questo aiuta a manifestare il nostro interesse per i gusti e i desideri del bambino. Ricordo che quando i miei erano più piccoli, per evitare di far partire lunghe ed estenuanti negoziazioni, lanciavo un no secco ancora prima che mi facessero una richiesta.

Magari mi stavano solo facendo vedere una cosa che a loro piaceva, e io subito "NO!".

Il che, ammettiamolo, è un po' come quando inizio a dire a mio marito "Mi piacerebbe andare..." e lui mi interrompe dicendomi che penso solo alle vacanze. Piuttosto frustrante.

"ah ma sì è bello questo, cosa ti piace in particolare? Come lo useresti?"

Coi bambini più piccoli possiamo usare una ridirezione fisica, anziché verbale - prendendoli in braccio e indicando loro un altro oggetto, o cambiando stanza.

Quarta soluzione: la verbalizzazione delle emozioni.

Descrivere quello che è successo e quello che vediamo, dire le emozioni dei bambini ha duplice beneficio, soprattutto coi più piccoli.

Intanto mostriamo loro che li capiamo, che non consideriamo negativamente l'espressione della loro emozione; e questo è il top in termini di autostima per un bimbo piccolo.

Manteniamo una connessione empatica con loro; e spesso il sentirsi capiti e ascoltati basta a calmarli. In più insegniamo loro ad acquisire un vocabolario emozionale.

Quinta soluzione: l'effetto sorpresa

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Foto di Marcela Rogante su Unsplash

La risposta a sorpresa funziona bene anche coi più grandi, addirittura in certi casi con gli adolescenti.

Se ci rispondono male, per avere la loro attenzione rompiamo gli schemi. Si aspetteranno un solito "come ti permetti!" e magari stanno già affinando le armi per lanciarsi in una feroce discussione.

Allora noi facciamo una risposta completamente diversa, quasi assurda, ad esempio cantando. E nel farlo, possiamo suggerire un modo diverso e più educato di rivolgerci a noi:

"ah, forse volevi dire grazie mamma che fai tutte queste cose per me, scusa se ti disturbo ma potresti metterli tu a lavare i miei calzini? povero me, mi sono dimenticato!"

Tra parentesi funziona anche coi bambini. Quando mio figlio di 4 anni mi dice: "Io non posso mangiare perché mangio solo la banana tagliata a fettine", con tono ironico rispondo:

"uhm, mi è sembrato di sentire per favore mamma vorrei tanto una banana tagliata a fette. Ma non sono sicura. No, forse me lo sono immaginato.."

E aspetto. Di solito qualcosa poi succede.

Sesta soluzione: calmiamoci

Infine, l'ultima strategia consiste nel.. calmarci noi. Se cerchiamo di calmare un bambino essendo noi in preda a una crisi di rabbia, non funziona molto bene.

I bambini se ne accorgono, sentono la nostra tensione interiorizzandola. Un po' come chiedere di stare in silenzio urlando.

Meglio allora uscire un attimo dalla stanza. Prendi un tempo di pausa, ripensa a un episodio buffo che ti faccia sorridere..

Prima di tornare nell'arena.

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"Bambini, è ora di uscire! Dobbiamo andare a fare la spesa e se facciamo in tempo andiamo anche al parco. Dai, spegnete, è quasi un'ora che li guardate." Non fai in tempo ad avvicinarti all'ingresso, che i bambini sono già belli pimpanti, sorridenti, e pronti con scarpe e giacca. No no no ferma un attimo. Questa è fantascienza. Se i tuoi bambini non fanno sceneggiate dopo che spegni loro la TV, puoi tranquillamente cliccare altrove. Ma saresti in scarsa compagnia, quindi tanto vale resta e dacci qualche consiglio! Se invece vuoi capire anche tu come mai succede e se esiste rimedio, continua pure a leggere..

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Sondiamo il mistero della relazione tra bambini e schermi - Foto di Annie Spratt su Unsplash

 

I bambini, la TV, e l'inutile lotta contro le inevitabili sceneggiate

Lo ammetto. Avevo bisogno di un po' di tempo per me. Del tipo fare la doccia senza che nessuno entri per chiedermi dove sono e se posso leggere una storia.

O restare sdraiata sul letto per dieci minuti IN PIENO POMERIGGIO di una domenica. Anche se non piove e non stiamo giocando alla lotta o all'aeroplanino.

E poi, un'oretta di cartoni di tanto in tanto non ha mai fatto male a nessuno dopo i 3 anni, no?

Soddisfatto il mio bisogno di isolamento, è riaffiorato il senso di colpa da "Ohmamma è già un'ora che guardano la TV speriamo che non stia danneggiando irreversibilmente il loro sviluppo cerebrale!"; e con esso, è scattato il mio sereno ma perentorio "Bambini! È ora di spegnere per favore!" - addirittura dall'altra stanza.

Tragedia e sconvolgimento.

Devo dire, non vi ero più abituata perché dopo una fase in cui mia figlia maggiore aveva evidenti difficoltà a passare ad altro dopo i cartoni, avevamo trovato una serie di accorgimenti e limitazioni che avevano reso il tempo davanti agli schermi piuttosto tranquillo.

Certo, ora è mio figlio piccolo a rientrare in quella fase..

Se non stavo dando troppo peso alle urla e ai pianti, non ho potuto ignorare il tonfo - seguito dallo splash - e dall'improvviso silenzio.

Un terribile sospetto ha fatto capolino..

"Non hai rovesciato il secchio pieno di acqua per lavare i pavimenti, VERO?!" 

Sono davvero sceneggiate o è vero che la TV fa male ai bambini?

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Tragedia e sgomento! foto di Marco Albuquerque su Unsplash

Non sono nemmeno fiera di ammettere che mi sono arrabbiata. Nonostante mio figlio stesse cercando di asciugare e rimediare al danno.. Ma c'era un centimetro d'acqua sul pavimento!

La rabbia era rivolta verso di me, che non avevo saputo evidentemente inquadrare il tempo davanti alla TV nel modo opportuno.

Ma sorge inevitabile la domanda: sono davvero capricci? Sono solo sceneggiate fatte per "punirci" perché li priviamo di qualcosa che a loro piaceva? O crisi di rabbia perché non possono esercitare la loro volontà?

Cosa succede nella testa dei bambini davanti agli schermi

I cartoni animati, i videogiochi, le animazioni su touch screen sono un sapiente miscuglio di suoni, colori, movimenti che hanno un effetto particolare sul cervello.

Nei bambini al di sotto dei 3 anni, sarebbero da evitare senza se e senza ma, perché possono realmente danneggiare il loro sviluppo cerebrale.

Il cervello dei bimbi così piccoli infatti non è ancora maturo per integrare efficacemente i diversi stimoli di un cartone animato, mentre è fatto per imparare dall'interazione con gli altri esseri umani.

Ma vediamo cosa succede per i più grandicelli, dai 3 anni in su.

Si innesca un sistema di gratifica immediata e continua; un'alternarsi di tensione e ricompensa che fa rilasciare dopamina.

La dopamina è un neurotrasmettitore associato al sistema cerebrale della ricompensa e scatena sensazioni di piacere.

Fin qui, tutto normale. Il problema è che si crea quindi una dipendenza.

Pensa per un attimo al tuo bambino, seduto immobile davanti allo schermo, tutte le sue funzioni vitali dimenticate. È catturato da ciò che vede e sente, avviluppato da questo sistema di ricompensa costante.

La dopamina circola, e nel frattempo tutto il corpo accumula tensione.

Arrivi tu con tutta la tranquillità del mondo, e spegni. Bam.

In un istante, i livelli di dopamina precipitano, si crea come un vuoto in cui esplodono le tensioni. Tuo figlio ha bisogno dei cartoni in quel momento, non riesce a contenere la frustrazione.

Con alti e bassi in base all'età, naturalmente: che determina la capacità a gestire la frustrazione, a reperire il passare del tempo, e a gestire le transizioni.

Qualche soluzione per ridurre le sceneggiate dei bambini dopo la TV

Inevitabile allora sorbirsi quel quarto d'ora di pianto ogni volta? O sarebbe meglio abolire del tutto il tempo davanti ai cartoni o ai video giochi?

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Mio figlio e io mentre decidiamo per quanto tempo guardare i cartoni. Foto di Chris Sabor su Unsplash

Visto che viviamo nell'era del digitale, eliminare qualsiasi contatto con gli schermi può sembrare un filo eccessivo.. Inoltre guardare insieme un cartone animato o un film può essere un bel momento da passare in famiglia.

Ecco qualche suggerimento tra quelli che funzionano in casa nostra, o che ho trovato particolarmente ispiranti!

#1: Patti chiari, amicizia lunga

Stabilire le regole prima aiuta moltissimo, sempre ma in particolar modo in questo caso. Il che significa, ad esempio, decidere insieme di una routine settimanale adatta, o di un momento idoneo nell'arco della giornata.

Qualche tempo fa, coi miei bambini avevamo stabilito insieme in quali giorni potessero guardare i cartoni prima di cena, e la cosa aveva funzionato bene.

In questo caso, si possono evidenziare i giorni o i momenti stabiliti con un colore o un simbolo sul calendario in un punto visibile per i bambini, in modo che sappiano da soli quando hanno o meno diritto a questo tempo.

Un'altra astuzia che avevamo trovato utile era usare un timer (Questi timer visivi sono particolarmente adatti per indicare lo scorrere del tempo!).

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#2: Prima il piacere, poi il piacere

Sembra ovvio una volta che uno lo legge, ma anche io non ci avevo mai pensato più di tanto.. Guardare la TV è un'attività molto piacevole, lo abbiamo visto.

Se pretendiamo di passare ad altro, e questo altro è un'attività particolarmente ostica come andare a fare la spesa o lavarsi i denti, sembra quasi un filo sadico.

Quantomeno, possiamo non sorprenderci se i bambini non saltano di gioia all'idea.

Per insegnar loro ad accettare più facilmente questo passaggio, possiamo allora cercare di fare la transizione verso un'attività altrettanto piacevole come leggere insieme una storia o fare merenda.

#3: Chi dice routine, dice disponibilità

Sono la prima colpevole. Quante volte mi dico "Approfitto che sono tranquilli per... " e poi quando mi chiedono i fatidici "ancora 5 minuti!" sono quasi contenta perché non avevo ancora finito quello che avevo cominciato??

Solo che se cedi una volta, e cedi due.. diventa un filo inutile decidere insieme le regole e i tempi dei cartoni.

Quindi, se vuoi appianarti la strada.. Fai in modo di essere disponibile quando scade il tempo!

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#4: Riflettiamo come uno specchio..

Per far capire che abbiamo capito. Non sempre riuscirà a placare immediatamente la crisi, ma alla lunga contribuirà senz'altro a instaurare una relazione di fiducia.

Dire cose come "Vedo che sei molto arrabbiato"; o "Vedo che ti rende proprio triste quando spegniamo la TV"

sembra, ai nostri orecchi adulti, un modo un po' sciocco di ripetere un'ovvietà.. Solo che per un bambino il fatto di sentirsi capito anche nella manifestazione delle sue emozioni è molto importante.

Altra cosa utile: concentrarci sul dire quello che constatiamo ci evita di esplodere in esclamazioni potenzialmente deleterie come "Siete insopportabili quando fate così!" - quindi doppio bonus.

Allo stesso modo, quelle volte in cui riescono a spegnere tranquilli la TV possiamo complimentarli per come hanno gestito bene la transizione. Giusto per non concentrarci solo sulle cose che non vanno!

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#5: Una relazione sana con gli schermi

Quando ho letto quest'ultimo suggerimento in un articolo americano, mi si è accesa una lampadina. Sai, come quando capisci una cosa ovvia ma a cui non avevi mai pensato prima? Che senti quel misto di entusiasmo e vergogna, perché comunque insomma, era così semplice.

Allora la prossima volta che riuscite a spegnere la TV senza eccessive sceneggiate, prova a chiedere ai tuoi bambini come si sentono.

Magari invitali a chiudere gli occhi, e a riprendere contatto col loro corpo. Possono accorgersi di dover fare pipì. O che lo stomaco brontola.

I miei figli in genere restano incollati al divano in una specie di trance (a meno che non ci sia un lupo cattivo coinvolto nella storia); salvo poi correre avanti e indietro in bagno non appena ci sediamo a tavola 5 minuti dopo..

Abituarli (e abituarci!) a riconnetterci con le nostre sensazioni dopo un tempo davanti agli schermi contribuisce a far instaurare una relazione più sana e consapevole.

Inoltre non costa nulla né in termini di tempo, di energie né di denaro! C'è solo da provare.

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Quel giorno in cui i bambini non faranno più sceneggiate dopo la TV

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Già me la immagino, la scena di calma e relax in casa nostra! Foto di Simon Rae su Unsplash

Già, cosa faremo noi genitori quel giorno? Forse sarà semplicemente l'occasione di discutere più facilmente di quello che abbiamo guardato, dei videogiochi fatti.. Senza che diventi la scusa per imporre una qualche forma di controllo.

Forse vorrà semplicemente dire che i nostri bambini saranno diventati grandi, e il nostro ruolo non sarà più lo stesso.

Ma questa è un'altra storia.

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  • Ho parlato di Daniel J. Siegel già la settimana scorsa, e in effetti in "12 strategie rivoluzionarie per favorire lo sviluppo mentale del bambino" l'autore spiega certi comportamenti dei nostri bambini che noi genitori troviamo difficili alla luce di quello che si è scoperto sullo sviluppo del cervello. Disponibile sia su Amazon che su Il Giardino dei Libri

  • Interessantissimo articolo sui bambini e le dipendenze da cellulare. L'argomento non è esattamente lo stesso ma le dinamiche sono in effetti molti simili, e potenzialmente più preoccupanti visto che il cellulare è sempre con noi, contrariamente alla TV.

  • Per approfondire invece gli effetti della TV sul cervello dei bambini, ti consiglio di cominciare da questo articolo

A cosa pensi se ti dico la parola "routine"? Qualcosa di prevedibile, da cui ogni tanto è bello evadere? O al contrario, a un'ancora di salvezza che ti protegge? E ti sei mai chiesto come mai quando tuo figlio era piccolo non sopportava neanche il più insignificante dei cambiamenti? Per i bambini, la routine è un'impalcatura mentale, una guida.. E se invece che una costrizione, vedessimo anche noi la routine come la base della libertà dei bambini?

bambini-e-routine-ragioni-dietro-un-bisognoMa perché i bambini sono quasi maniacali con le routine?

I bambini erano in vacanza dai nonni, quando una sera, mentre eravamo a cena, ha squillato il telefono.

"Puoi spiegare per favore a tua figlia che, anche se non è mercoledì, deve lo stesso fare il bagno e lavarsi?"

Respiro di sollievo: questa è ordinaria amministrazione!

"Mamma. Io ho cercato di spiegare alla nonna che i giorni del bagno sono mercoledì e domenica. Oggi è martedì, quindi io non voglio fare il bagno!"

Logica ineccepibile.

"È vero amore. Però adesso sei dai nonni, e non a casa. Le regole sono diverse."

"Sì, ma sei sempre tu la mia mamma. Sei tu che decidi."

Fregata.

"Certo, ma le mie sono regole che vanno bene quando sei qui a casa. Oggi sei andata a giocare tutto il giorno al parco, ti sei sporcata tanto. Non puoi andare a dormire così sporca. Facciamo così: visto che non è il giorno del bagno, ma devi comunque lavarti, perché non fai la doccia?"

Uff. Andata. Ma perché i bambini sono così legati alle routine? Voglio dire, lo so che serve loro a ritrovarsi nel tempo e nello spazio eccetera; ma mia figlia ha sei anni. A cosa le serve tutta questa rigidità? E come fare per capirla e aggirarla in modo da evitare crisi conseguenti?

#1. La routine dei bambini: Maria Montessori e il bisogno di ordine

Maria Montessori è stata tra i primi a teorizzare che i bambini hanno un "periodo sensibile" all'ordine.

Due postille prima che mi prendiate per matta:

  1. Crescendo, i bambini attraversano delle fasi che sono più o meno propizie a sviluppare una determinata abilità, o a manifestare un certo bisogno. Salvo eccezioni, non vuol dire che non possono farlo in altri periodi, ma che nella "finestra sensibile" sono più predisposti.

  2. L'ordine dei bambini non è il nostro. Per noi, ogni cosa al suo posto vuol dire che in giro non ci deve essere niente. Vuoto estetico. Per i bambini, significa che gli oggetti devono restare là dove loro si aspettano che siano.

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Ma le mie barchette sono a posto, mamma!

Per prenderla larga, tra i 6 mesi e i 6 anni i bambini hanno particolarmente bisogno di routine e ordine per raccapezzarsi.

Le routine sono, insomma, un punto di riferimento sia fisico che temporale; una base solida all'interno della quale si sentono liberi di muoversi in sicurezza...

E che a noi, ogni tanto, fa impazzire.

Come si sviluppa nei bambini il bisogno della routine?

Fin dalla nascita, i bambini si basano sulle loro esperienze per costruire la loro rappresentazione interna del mondo.

Naturalmente, non ce ne rendiamo per forza conto: ricordo che i primi mesi, c'erano delle volte in cui mia figlia detestava il bagnetto, e altre in cui squittiva di gioia.

Tutto sono andata a pensare:

  • la temperatura dell'acqua;

  • la paura dell'acqua che talvolta si manifestava di più in base alla stanchezza;

  • che avesse fame o sonno

  • o che semplicemente non ne avesse voglia in quel momento..

Mai mi sarei immaginata che protestasse perché non seguivamo una routine precisa: orario, prima o dopo cena, prima metto l'acqua o prima il sapone, sono io o il papà a lavarla e così via.

Secondo le osservazioni di Maria Montessori, molti bebè si agitano non appena invertiamo l'ordine nella sequenza degli avvenimenti.. ma noi non sempre riusciamo ad associare il loro pianto a un cambiamento nella routine, a meno che non sia una modifica grossa.

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A partire dai due anni

È solo intorno ai due anni che i bambini imparano a crearsi delle immagini nella loro testa; a fare delle rappresentazioni mentali di quello che vedono.

Hanno bisogno, quindi, che quello che si sono rappresentati corrisponda perfettamente con quello che vedono con gli occhi.

Insomma, se mondo interiore e mondo esteriore non combaciano, sono persi.

Tutto questo mi affascina perché quando lo sai sembra così ovvio! Eppure, prima di leggerlo, ignoravo perché fosse così primordiale per un bambino che le cose si susseguano nello stesso ordine.

Ma in pratica succede questo: finché il bambino sta imparando a crearsi queste fotografie mentali, il suo cervello fa una fatica pazzesca.

Le routine lo aiutano tantissimo: gli evitano di dover ricominciare da capo nella costruzione di quell'aspetto della sua vita o del suo mondo.

Per noi è ovvio che vestirsi voglia dire togliere il pigiama, cambiare le mutande, infilarsi i calzini, i pantaloni e la maglietta. E tutto sommato, l'ordine con cui eseguiamo la sequenza può anche variare un po'.

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Prima il calzino destro o quello sinistro?
Foto di Jisu Han su Unsplash

Per un bambino di meno di due anni, concettualizzare una sequenza di azioni così lunga è impossibile.. Una routine sempre uguale è un sollievo enorme.

Quando l'ordine non viene rispettato, il cervello dei nostri adorati bimbetti si riempie di ormoni dello stress.

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#2. Le routine e lo spazio

Hai presente quando hai ospiti a casa, e inavvertitamente si siedono proprio al posto in cui di solito si siede tuo figlio?

Può essere una vera catastrofe.

Ecco, non è per forza un capriccio o un desiderio di controllo, un gioco di potere eccetera.

Di solito succede che il bambino vede la persona seduta sulla sua sedia:

"Quello era il mio posto!"

"Ma non è il tuo posto, tu adesso sei seduto qui, non c'è mica l'etichetta sopra! In questa casa, tutti condividiamo le cose.

"Ma sì mamma era il mio posto!"

E via di seguito, in un'escalation verso le urla.

Il fatto è che per i bambini, soprattutto tra i due e i tre anni, la sequenzialità e l'ordine nello spazio sono fondamentali.

Può anche essere che dicendoci "Quello è il mio posto" stia cercando di comunicarci la sua rappresentazione mentale.

Insomma, non è per forza una richiesta di ridar loro la sedia.

Può bastare riconoscere la sequenza delle azioni:

"Sì, tu di solito sei seduto in quel posto. Adesso invece là si è seduta la nostra amica e tu ti sei seduto qui vicino a me. Hai cambiato posto."

Descrivere la sequenza aiuta i bambini a ricostruire mentalmente l'ordine dello spazio e del tempo.

(E può evitare a noi di arrabbiarci inutilmente).

#3. Le routine e il tempo

Quante mattine ci siamo ritrovati davanti alla porta di casa, ovviamente in ritardo, con mio figlio che scalciava e urlava..

Perché gli avevo messo prima il calzino sinistro anziché il destro. O perché gli avevo messo i pantaloni prima dei calzini, orrore e tragedia!

A te non capitano queste scene apocalittiche?

Ho risolto chiedendogli sempre in che ordine desiderava che lo vestissi. (Perché io francamente non me lo ricordavo l'ordine giusto..ehm.. devo avere una capacità di astrazione molto forte).

In effetti, le routine sortiscono lo stesso effetto sui bambini che il fatto di lasciarli scegliere: controllo e padronanza della situazione. In un mondo che a loro ancora sfugge per buona parte.

#4. I bambini, le routine e le regole

Anzi, la routine può essere un prezioso alleato per farci obbedire:

Anziché dare ordini, possiamo elencare in sequenza le azioni da compiere che fanno parte della routine.

Inconsciamente, il bambino passa da uno stato passivo a uno attivo: anziché "subire" l'ordine, il bambino deve attivarsi per ricostruire la sequenza. Il che, per lui, è spesso un gioco piacevole!

Possiamo divertirci a creare delle filastrocche che elenchino in sequenza le azioni che compongono la routine- come lavarsi le mani, andare a dormire, mettere a posto eccetera.

7-8 anni e l'amore per l'ordine

Questa è un'età in cui la corteccia prefrontale si sviluppa tanto.

I bambini iniziano ad avere un'immagine più chiara di cosa sia il futuro, e poter fare delle anticipazioni, a programmare.

In questo marasma di nuove connessioni neuronali, le routine e l'ordine continuano a rappresentare un modo efficace di incanalare le energie dei bambini... se sappiamo come sfruttare la cosa a nostro favore.

I bambini di quest'età sono già capaci di "organizzarsi" da soli.

E le regole sono una parte fondamentale del tassello, in quanto strutturano, definiscono e permettono.

Se riusciamo ad implicare i bambini nella definizione delle regole e dell'ordine, saranno lieti di partecipare e seguirle; il fatto che "ogni cosa sia al suo posto" dà loro sollievo.

(Un po' come per noi adulti in fondo. C'è chi si entusiasma davanti a una tabella excel ben fatta, in fondo.)

Insomma, il modo per migliore per occuparli in una situazione nuova è quella di chieder loro di eseguire un compito, lasciando che decidano autonomamente come svolgerlo.

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Troppo disordine. CTR+ALT+CANC
Foto di Ray Rui su Unsplash

#5. Routine o flessibilità?

E dov'è lo spazio per la creatività, l'improvvisazione, il divertimento in tutto questo?

Possibile far convivere il bisogno di routine dei bambini con la nostra esigenza di "libertà"?

Instaurare delle routine non significa chiudersi rigidamente in uno schema immutabile.

Anzi: coi bambini, ho scoperto, la flessibilità è sempre vincente.

Le routine, per me, sono come la cornice di un quadro. Mettono in risalto, ma non definiscono quello che c'è dentro.

Se siamo attenti a seguire e sottolineare la sequenza di certi passaggi chiave, il bambino si sentirà sufficientemente sicuro per lasciare che introduciamo altri cambiamenti nella sua vita senza sentirsi in pericolo.

Quando abbiamo cambiato casa, il fatto che abbiamo continuato a seguire gli stessi rituali della buona notte, del cenare insieme eccetera hanno fatto sì che ci sentissimo "a casa", anche se in un contesto diverso.

È invece quando non c'è nessun ordine che scoppia il caos: difficile addormentarsi, obbedire a una regola, stare tranquilli se non c'è nulla di sicuro nelle nostre giornate.

Insomma, non c'è bisogno di rinunciare alle vacanze perché abbiamo dei bimbi piccoli; ma ricordarsi di rispettare certe sequenze fondamentali farà sì che ce le godiamo, anziché farle diventare un incubo.

Adesso sappiamo anche perché 😉


Fonti, riferimenti, approfondimenti

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Sai quando fai di tutto per arrivare presto a prendere i tuoi figli a scuola, pregustando il momento in cui ti correranno incontro per abbracciarti contenti? E pochi minuti dopo invece perdono le staffe per una minima cosa, e iniziano ad attaccarti e ad arrabbiarsi con te? Ma perché mai un figlio che ti risponde male? E come fare se non ti tratta come vorresti?

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Aaahhhhh che nervosoooo!
Foto di Aaron Blanco su Unsplash.com

Mio figlio mi risponde male: la situazione tipica

Mi corre incontro appena mi vede, e mi salta in braccio con un gran sorriso.

"Mamma mamma! Guarda che bel disegno! L'ho fatto per te!"

Vorrei che quell'istante durasse ore; ma tutto gira veloce.

In quei primi momenti, nutro sempre l'illusione che il resto della giornata sarà magnifico, che tutto filerà in armonia e serenità.

Poi, basta un'inezia, un piccolo no a quale strada prendere tornando in bici, a quale merenda possiamo fare o a quale attività.

E inizia ad aggredirmi. A rispondermi male. Con un tono e un atteggiamento che potrebbero essere quelli di un'adolescente in piena crisi ormonale. E invece mia figlia ha appena compiuto 6 anni..

Adesso va meglio rispetto a due anni fa. C'è stato un periodo in cui non vi erano solo risposte taglienti, un po' sbruffone; ma vere e proprie crisi di una rabbia che non sapevo da dove uscisse.

E se l'istinto mi diceva di capire, accogliere, restare comprensiva.. le voci intorno a me accusavano un'eccessivo lassismo. Difficile posizionarsi, fare spazio a una comprensione obiettiva, quando siete tu e i tuoi figli la parte in causa.

Come fare per accettare questa rabbia e queste emozioni senza reprimerle, ma allo stesso tempo porre dei limiti su come i bambini possono trattarci? Come reagire se nostro figlio ci risponde male?

E soprattutto.. perché lo fa? Visto che educatori, insegnanti, nonni, ci assicurano che "fino a 5 minuti fa era tranquillissimo!"?

Tuo figlio risponde male, una sfida? Dipende dall'interpretazione

Una prima risposta mi è arrivata grazie a un'interpretazione della teoria dell'attaccamento proposta dalla psicologa francese Isabelle Filliozat.

Secondo quanto scrive, i mammiferi hanno tutti bisogno di una figura di attaccamento che permette loro, tra le altre cose, di imparare a gestire le tensioni nervose causate dalla repressione delle emozioni.

Il principio è questo: il bambino, come noi adulti del resto, per potersi inserire in un contesto sociale inquadrato come quello scolastico deve per forza di cose "adeguarsi" e reprimere un po' l'espressione delle sue emozioni. Questo gli richiede un gran dispendio di energia e provoca una certa dose di stress.

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Dopo una giornata stressante...
Foto di Mauro Mora su Unsplash.com

Alla prima piccola frustrazione che noi, anche senza volere, gli infliggiamo, questa tensione accumulata lo fa esplodere.. Contro di noi.

Contro di noi che siamo la sua figura di attaccamento e che abbiamo la funzione di accogliere queste emozioni e di aiutare nostro figlio a calmarsi.

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Lo schema della nostra reazione

Ormai ho riconosciuto lo schema abituale:

  1. Inizio idilliaco

  2. Evento dall'apparente insignificanza che fa scatenare mia figlia (o mio figlio, o tutti e due se proprio non vogliamo farci mancare nulla)

  3. Cerco di mantenere la calma, affermando il mio bisogno a essere trattata con calma ed educazione ("Sono sempre pronta ad ascoltarti, quando mi parli con gentilezza e un tono di voce normale" è diventato il mio secondo mantra dopo "Respira, andrà tutto bene")

  4. Mia figlia aumenta il tiro, con risposte sempre più taglienti e fuori luogo

  5. Dopo un po', non resisto più e perdo la calma e la minaccio di smettere

  6. I toni salgono ancora, in un circolo vizioso in cui ci "infiammiamo" a vicenda.

Diciamo che fino a metà percorso sono riuscita a mettere in pratica tutti i miei buoni propositi, ma poi qualcosa si rompe!

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La situazione stagna..

Ma come pretendere che mia figlia "si calmi" se glielo chiedo urlando a mia volta? Questa è spesso l'ironia della sorte genitoriale.

Il ribaltamento: se mio figlio risponde male, è perché ha bisogno di me

I ribaltamenti di prospettiva proposti dalla Filliozat che mi hanno fatto vedere le cose in una luce nuova sono stati questi:

  1. Il comportamento inadeguato del bambino non è un problema, ma la reazione a un problema.

  2. L'amore è il carburante e non la ricompensa.

Secondo la teoria dell'attaccamento, tutti i nostri comportamenti sono motivati da un bisogno.

Le risposte violente di mia figlia diventano non una sfida alla mia autorità, ma il segnale di una situazione che lei non riesce (ancora) ad affrontare o un sovraccarico emotivo.

Fisicamente, nel suo corpo, questo accumulo di tensioni si riversa in azioni violente o aggressive, quando il bambino arriva al limite e non riesce più a controllarsi.

E, sempre fisicamente, sono il contatto con noi e la nostra attenzione che fanno rilasciare quelle sostanze (ossitocina, serotonina e dopamina) che permettono di ricaricarsi.

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Ed è qui l'aspetto sorprendente:

di fronte a mia figlia che mi urla contro, la migliore cura sarebbe.. di stringerla forte a me.

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Ok. Adesso ci calmiamo insieme.

Contro-intuitivo no?

Come cambiare il punto di vista, concretamente

Siamo abituati a pensare che se abbracciamo i nostri bambini quando si comportano male, è un po' come premiare un'azione negativa (il famoso rinforzo positivo).

E in parte è forse anche vero.. Solo noi abbiamo, credo, le chiavi per osservare bene i nostri bambini e arrivare a capire di cosa abbia bisogno, se di una ridefinizione chiara dei limiti, o di una ricarica affettiva.

Se ci penso bene, ad esempio, so che le "sbruffonate" fatte dai bambini la domenica mattina, quando per un'ora io e il papà abbiamo fatto le pulizie in casa lasciandoli da soli, non sono uguali al grido di rabbia del lunedì sera prima di cena quando insisto perché mettano via le scarpe.

In ogni caso, resta vero che durante una crisi emotiva il bambino non è in grado di recepire il nostro messaggio razionalizzante "non è così che devi fare!"

In quel momento, il suo cervello è in pieno allarme rosso: inutile fargli la ramanzina.

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Quando insegnare le regole seguendo la teoria dell'attaccamento?

L'idea del serbatoio affettivo e del carburante aiuta a riconoscere il bisogno di mio figlio di ricaricarsi grazie alle mie dimostrazioni di affetto; e solo una volta riempito il serbatoio e ristabilita la relazione, posso intervenire sulla ridefinizione delle regole.

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A volte, per ritrovare la calma, basta soffermare lo sguardo su qualcosa di piacevole.
Foto di Aviv Rachmadian su Unsplash.com

E a questo punto la discussione può vertere su:

  • trovare modi diversi di affrontare la stanchezza;
  • come riconoscerla per tempo prima di "esplodere".
  • come chiederci aiuto quando sentono la crisi arrivare

Mio figlio è diventato bravo in questo: adesso, appena entra nella fase "pianto-disperato-da-rabbia-che-non-so-gestire-da-solo", mi chiede tra le lacrime:

"Coccole! Mamma coccole!" (e a quel punto sfido chiunque a non sciogliersi).

Insomma, se non altro, pensare con orgoglio che mia figlia mi riempie di male parole perché si fida di me più di ogni altra persona al mondo, è comunque meglio che credere che mi voglia sfidare.

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Quali azioni concrete per reagire a un figlio che mi risponde male?

  • Cerco di notare se succede spesso o se è una cosa eccezionale, e osservo le circostanze in cui capita;

  • Mi ricordo di riempirlo di attenzione e contatto fisico il più possibile;

  • Provo a capire se ci sia qualche elemento di disagio nella vita del bambino, a casa o a scuola;

  • Gioco con lui il più possibile! I bambini si esprimono molto durante il gioco perché sono più liberi da inibizioni e paure;

  • Do l'esempio: imparo anche io a esprimere i miei bisogni senza perdere la calma; ("Ho bisogno che mi parli con gentilezza; ho bisogno di finire questo lavoro prima di poter giocare con te") e a riconoscere i momenti in cui perdo il controllo. ("Sono arrabbiata, mi calmo e poi torno da te");

  • Se mio figlio si chiude in camera, provo a seguirlo e a riprendere io per prima il contatto.

Mi piace questo ribaltamento di punto di vista perché richiede di agire sul lungo periodo, anziché nell'immediato.

Mi offre, inoltre, un'immagine mentale molto chiara: quando torniamo a casa, posso quasi vedere dentro ad ognuno di noi un serbatoio più o meno vuoto!

Il che mi aiuta a de-colpevolizzarmi se prendo 5 minuti per me o se "oso" abbracciare i miei bimbi; quando la norma vorrebbe che li mettessi in castigo.

Sto riempiendo il serbatoio. Non si ragiona a stomaco vuoto.


La scena che ho descritto è un evento ricorrente in casa tua?

Hai bisogno di una mano a capire i bisogni di tuo figlio e a provare a mettere in pratica i consigli suggeriti?

Prenota un incontro conoscitivo gratuito con me a questo link!

Vedremo insieme se e come posso aiutarti in modo più approfondito e personalizzato.

Fonti, riferimenti, approfondimenti

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"Mamma vinci sempre tu! Allora io non gioco. Non è per niente divertente!" Mai sentita questa frase? Mai beccato tuo figlio che bara ostentatamente per poter vincere? Non ti capita di dover separare i tuoi figli che si picchiano per chi deve stare davanti o per chi ha vinto il gioco o la gara? Se il bisogno di vincere a una certa età è naturale, più difficile per noi adulti capire quando e quanto farli vincere e come insegnare ai nostri bambini a perdere.. Senza troppi pianti e soprattutto, preservando la loro autostima. Un ribaltamento di prospettiva può aiutare..

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Uffa mamma non è giusto. Io non gioco più, tanto vinci sempre tu!

L'importante è vincere perdere

Mia figlia sbuffa.

"Mamma. Perché devi lavorare? Io voglio che giochi con me!"

Alla terza volta, allontano il computer e acconsento.

Prendiamo un pezzo di carta, disegno due linee verticali e due orizzontali, e iniziamo a riempirle di crocette e cerchi.

"Non è giusto mamma! Vinci sempre tu!"

Esclama lei, vicino alle lacrime, con una rabbia faticosamente repressa.

E lì, l'insidioso dilemma: cosa è meglio fare? Farla vincere, o giocare normalmente perché impari anche a perdere?

Tu cosa fai di solito?

Il mio primo pensiero è:

"Deve bene imparare a perdere. L'importante è divertirsi e stare insieme, non chi vince."

E lei se ne va, "è inutile! Tanto vinci sempre tu! Che gusto c'è a giocare?"

Considero per un attimo l'ipotesi di approfittare di questo momento per tornare a lavorare..

Ma non è così che voglio lasciarla.

Insegnare a perdere, a non imbrogliare..cause perse?

Qualche giorno prima, era successo con suo fratello. Stavamo giocando a memory, un gioco in cui entrambi sono piuttosto forti.. E mentre sono un attimo girata, vedo con la coda dell'occhio che gira di nascosto un paio di carte.

"Eh no! Così a me non va di giocare! O rispetti le regole, oppure io non gioco!"

Un po' mi vergogno di ammettere che non era mia figlia questa, ero io.. con voce e tono un filino infantile.

E lì per lì pensavo di far bene. Di svolgere appieno la mia funzione educativa..

Sai come a volte ti dimentichi di certe cose che hai letto e imparato, e queste ti ricompaiono magicamente quando meno te le aspetti ma quando più ne hai bisogno? A me è successo proprio così.

Pochi giorni dopo aver costretto mio figlio a non barare e fatto piangere mia figlia per poter vincere a tris, ho ritrovato un libretto assai prezioso alla giusta pagina..

Perché i bambini hanno bisogno di vincere per imparare a perdere

I bambini attraversano una fase in cui hanno bisogno di vincere, per riequilibrare le forze nei nostri confronti e sentirsi in controllo.

Il gioco è l'universo principale di espressione per un bambino; tanto che, in caso sospettiamo lui stia vivendo una difficoltà particolare, permettergli di "giocare" la scena spesso fa tirar fuori più o meno inconsciamente quello che lo angoscia, facendo magari parlare bambole e pupazzi.

Più è piccolo il bambino, più spesso gli capiterà di venire sopraffatto dal volere altrui: dai fratelli più grandi che si impongono, ai compagni di gioco magari più corpulenti, fino agli adulti che si occupano di lui e fanno (giustamente) le regole.

Anche se i limiti imposti sono a fin di bene, quello che il bimbo sente in quel momento è una forte costrizione, una frustrazione della sua volontà.. Ed ecco che il gioco è un momento perfetto per ribaltare la situazione è sentirsi, finalmente, "potente".

Mai notato come i bambini, soprattutto intorno ai 5-6 anni, abbiano quasi un bisogno vitale di sentirsi "bravissimi" nelle cose che fanno?

La psicologa dello sviluppo Susan Harter ha fatto diverse ricerche sui bambini di questa età scoprendo quanto sia importante per loro primeggiare e vantarsi delle loro incredibili abilità, anche quando non corrispondono esattamente alla verità. Nelle sue interviste, la metà dei bambini sosteneva di essere il più veloce del gruppo..

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Sono velocissima mamma guarda!!

Come faccio allora a insegnargli a perdere? Perché questo, prima o poi, capiterà, ed è una competenza fondamentale.

Quando la voglia di vincere causa litigi tra fratelli a non finire

È a questo punto che ho ripensato in un'ottica tutta nuova la scena seguente.

Stiamo tornando a casa da scuola. Siamo tutti in bici: i bambini sul marciapiede, e io seguo al passo in strada, sulla pista ciclabile.

All'inizio provo sempre una grande tenerezza quando guardo i caschetti colorati e le gambotte ancora tenere da agnellino che pedalano ormai senza rotelle; anzi, forse è proprio orgoglio.

Poi, proprio dopo la prima curva difficile, si innesca la crisi.

Mia figlia supera suo fratello che ha ancora qualche difficoltà in questo passaggio.

Tutto si ferma. Perché è dura essere ultimi. Mio figlio a quel punto piange disperato, si blocca e non va più avanti..

Mentre sua sorella si allontana, e io devo scegliere a quale Santo votarmi.

Perché è inutile chiedere a lei di rallentare o di fermarsi: mio figlio ne approfitterebbe per superarla.. e nessuno vuole essere l'ultimo.

La strategia di lungo periodo per insegnare ai bambini a perdere

Solo adesso che scrivo, capisco che non c'era nulla che avrei potuto dire per confortare i bambini; nessun bla bla sull'importanza di partecipare sarebbe stato efficace sul momento. Avrei dovuto, invece, almeno ogni tanto, lasciarli vincere e permettergli di imbrogliare.. per quanto contro-intuitivo possa sembrare.

Vedi, il fatto è questo: c'è bisogno di una certa dose di sicurezza in sé per poter perdere con grazia. Senza sentirsi sviliti.

C'è bisogno di sentirsi amati indipendentemente dagli errori commessi, dalle partite vinte o perse.

È (anche) vincendo contro di noi che il bambino acquisisce questo senso della sua forza interiore, delle sue competenze, delle sue possibilità.

Questa solidità che gli permette poi di sopportare di perdere, soprattutto quando è con i suoi amichetti o fratelli.. senza che si buttino uno sull'altro per la frustrazione.

Come non pensare alla luce che illumina il volto dei miei figli quando vincono contro di noi genitori a memory?

Non c'è bisogno di farlo vincere sempre; il rischio sarebbe, a quel punto, di non vederci più come l'adulto giusto e capace che fa le regole e lo protegge.

E poi, non si apprezza veramente la vittoria se non si conosce la sconfitta!

insegnare-ai-bambini-a-perdere-oggi-tocca-a-me
Oggi sono io che faccio volare l'aquilone per primo, domani tocca a te

 

Come fare allora?

  1. notiamo le situazioni in cui per nostro figlio è particolarmente importante vincere - magari in seguito a una giornata di scuola.

  2. diamo tutto il nostro supporto per affrontare quei sentimenti che accompagnano il fallimento: scoramento, frustrazione, rabbia.

  3. ricordiamoci che anche per imparare a perdere ci vuole tempo, e pratica: evitiamo di arrabbiarci perché nostro figlio non sa perdere! E soprattutto, evitiamo di sgridarlo quando sbaglia.

  4. diamo l'esempio.. giocando tanto, con entusiasmo, a giochi adatti all'età del bambino; non esageriamo la vittoria e ogni tanto perdiamo, anche ostentatamente.

  5. inventiamo delle piccole gare affettuose: chi dà più baci, chi resiste di più all'abbraccio, chi riesce a far sorridere per primo l'altro..

  6. prima di un gioco tra fratelli o compagni, o prima di una gara, possiamo usare il "gioco del fare finta" per inscenare entrambe le situazioni: come ci si comporta quando si vince? e quando si perde?

  7. nel caso di bambini particolarmente volitivi, il desiderio di vincere può essere una richiesta di attenzione- non fa mai male dedicarci per almeno dieci minuti a loro senza distrazioni per rinforzare il loro senso di essere importanti ai nostri occhi.

E poi sorridiamo, vedendo una nuova sicurezza crescere in nostro figlio.

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Per insegnare a perdere, ci vogliono..

Se ti stai chiedendo come ho fatto a risolvere il dilemma dei nostri tragitti in bicicletta, posso risponderti solo a metà.

Ho sperimentato che chiedere alla più grande di "cedere" e lasciare il posto al piccolo non soddisfa nessuno: lei lo trova ingiusto, e suo fratello sa di non aver vinto un bel niente.

La stanchezza dopo la scuola faceva sì che mio figlio non riuscisse a controllarsi né ad ascoltarmi.. Ma io dovevo comunque fare in modo che nessuno si mettesse in pericolo in strada.

Pensa che ti ripensa, ho atteso che fossimo tornati a casa.

Solo una volta che tutti eravamo seduti al tavolo della cucina a fare merenda, ho parlato.

Allora bambini. Io ho un problema. Capisco che vogliate stare davanti, ma vedete bene che non è possibile essere primi contemporaneamente.

Io però ho bisogno di potervi vedere, e che possiamo andare insieme a casa da scuola senza rischiare che vi mettiate in pericolo perché chi è rimasto indietro si ferma e piange e l'altro corre avanti.

Come possiamo fare? Avete in mente delle soluzioni?

...partecipazione ed equilibrio

Ho preso questo rischio di coinvolgerli. Aveva funzionato quando i miei figli litigavano per chi dovesse essere accompagnato per primo in classe, e alla fine avevamo deciso insieme di attribuire un colore a ogni bambino e segnare a giorni alterni quando avrei portato prima uno e quando l'altro.

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Allora, che soluzione possiamo trovare?

E incredibilmente, aveva funzionato: bastava guardare il calendario prima di uscire. E non c'erano più le accuse di preferire l'uno o l'altro.

Anche in quella situazione, dopo un paio di proposte poco realizzabili, l'idea è arrivata da mia figlia:

Possiamo fare a turno mamma! Segniamo sul calendario che giorno va prima lui, e che giorno io!

E sai qual è il bello di questo sistema? Che siccome è una loro proposta, sono molto più inclini a permetterti di metterla in pratica.

Non posso ancora dire che abbia funzionato, però: nel frattempo la scuola è finita. La risposta a settembre..

Fonti, riferimenti, approfondimenti

Quando i miei bambini litigano su chi deve vincere, tiro fuori il famoso poster. Se ancora non l'hai scaricato, lo trovi qui!

Più in basso, troverai invece un elenco di siti e articoli consigliati o da cui mi sono ispirata.

Lascia un commento per raccontare come fai quando i tuoi figli rifiutano di perdere!

La biblioteca di riferimento

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  • Non tutti gli psicologi sono concordi nel dire se sia giusto o meno far vincere i propri figli e in che misura. La psicologa francese cui ho fatto riferimento è Isabelle Filliozat, che ammiro molto. Purtroppo il libro da cui ho tratto ispirazione non è stato tradotto in italiano, ma trovi di molto validi: "Le ho provate tutte!" e "Le emozioni dei bambini" (anche su Il giardino dei libri)

  • Non ho ancora letto "Amarli senza se e senza ma. Dalla logica dei premi e delle punizioni a quella dell'amore e della ragione" dell'educatore americano Alfie Kohn, ma solo qualche estratto, e il suo approccio mi trova completamente d'accordo. Analizza il modo di vedere più comune e lo ribalta per interrogarsi non su come fare a far sì che i bambini facciano quello che vogliamo noi, ma come capire i bisogni reciproci e fare in modo che entrambi vengano ascoltati empaticamente. (Lo trovi anche qui)

  • Molto interessante l'approccio di Anna Oliverio Ferraris, intervistata qui da Nostrofiglio.it: insegniamo ai bambini a perdere anche attraverso il nostro atteggiamento verso gli errori e l'apprendimento. Quando forziamo troppo i bambini a "bruciare le tappe" e li sommergiamo di stimoli, ad esempio; o quando li sgridiamo di fronte a un errore o uno sbaglio.

  • Molto tenera e divertente al tempo stesso la riflessione di Serena sullo stesso tema!

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"Ma che bravo!", "Come sei gentile.." o anche "Eh, si vede che non sei portato.." Quante volte usiamo queste frasi per incoraggiare (o tirar su di morale) i nostri bambini? L'intento è certamente dei migliori; eppure, ci sono parole ed espressioni che favoriscono una sana autostima nei nostri bambini.. E altre che, al contrario, fanno più male che bene, senza che ne siamo consapevoli. Esagerato? Forse. Però, le ultime ricerche lo confermano: per crescere bambini con una bella autostima, bisogna stare attenti alle lodi.. O rischiamo di ottenere l'effetto opposto.

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Foto di Nicole Wilcox su Unsplash

Le insidie dei complimenti..

È l'ultima settimana di scuola. Mentre stavo riflettendo su quanto sia incredibile che mia figlia entri alle elementari a settembre, una delle maestre ha interrotto il mio momento nostalgia lanciandomi soddisfatta il sacco dei lavoretti.

Devo averla guardata con un misto di stupore e orrore negli occhi. In un nano-secondo, mi sono vista caricare come un mulo prima di una traversata in montagna..

Perché dai, ammettiamolo, i lavoretti dei nostri bambini ci riempiono di orgoglio, ma dopo un'ora che siamo immobilizzati sul divano perché non abbiamo guardato con sufficiente attenzione come hanno scritto il loro nome con la maiuscola in corsivo, la tentazione di chiudere tutto con un "Bellissimo! Bravo!" è molto forte.

Comunque, una volta giunti a casa, sono stata ammirata nel vedere la qualità delle attività proposte. C'era perfino un libro-teatrino per le marionette, interamente confezionato e dipinto in classe, con i fondali e i personaggi per 4 storie diverse, una per stagione.

Eppure, alle terza storia bofonchiata tra sé e sé da mia figlia alle 9 di sera,i miei buoni propositi di dare giusta soddisfazione e incoraggiamento sono scemati.

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Mammaaaa! mi ascolti ?!

"Ti ascolto eh?, guardo il messaggio sul telefono ma ti sto ascoltando!"

intervallato da sorrisetti nascosti e roteamento degli occhi tra me e mio marito, e qualche sbadiglio.

La scenetta mi ha portato ad interrogarmi: come fare a usare questi momenti per rinforzare l'autostima dei bambini? Come appoggiarsi sui loro punti di forza per incoraggiarli, senza cadere nell'eccesso di lodi?

L'autostima dei bambini: la differenza tra una lode e un incoraggiamento

Lo studio sugli effetti delle parole che usiamo mi affascina molto. Perché la scelta delle parole che usiamo è sottile, passa spesso inosservata! Lo sapevi che lodare e incoraggiare non sono per niente sinonimi, ad esempio?

Poniamo il caso di un bambino che, dopo mesi di insistenze da parte dei genitori a dare una mano in casa, aiuti ad apparecchiare.

Complimento o lode : "Come sei gentile! Che bravo bambino"

Incoraggiamento: "Oh grazie per il tuo aiuto!"

Oppure, di fronte a un bel voto.

Complimento o lode : "Bravissimo, sono fiero di te"

Incoraggiamento: "Questo voto riflette il tuo impegno, devi essere fiero di te!"

Vedi la differenza sottile?

La lode è un giudizio positivo, un'approvazione esterna legata a una percezione "statica" di come siamo, al risultato.

L'incoraggiamento invece si concentra sul miglioramento, sull'impegno, sul processo; spinge a un'auto-valutazione interna - cioè ad allenare un'autostima "sana", non dipendente dall'approvazione altrui.

Potrebbe interessarti anche: l'autostima dei genitori influisce su quella dei figli..

Le ricerche sull'intelligenza e l'autostima dei bambini

I primi a elaborare un metodo educativo basato sull'incoraggiamento sono stati Alfred Adler e in seguito Rudolf Dreikurs, nella prima metà del '900.

È sulla base del loro lavoro che è stata sviluppata la disciplina positiva ad esempio.

Gli esperimenti e le ricerche pubblicate dalla psicologa americana Carol Dweck hanno dimostrato la loro teoria. Il suo lavoro si basa sulla distinzione tra un approccio mentale "fisso" e uno "flessibile", o improntato alla crescita (in inglese: fixed mindset vs growth mindset).

Cosa vuol dire?

In buona sostanza, nel primo caso, siamo convinti che i nostri talenti, la nostra intelligenza sia innata e immutabile. Per cui, se prendi brutti voti in matematica vuol dire che non sei intelligente, e non riuscirai mai.

Nel secondo caso, invece, che si basa sulle recenti scoperte sulla plasticità del cervello, tutto si può migliorare e imparare, con il dovuto sforzo, metodo e esercizio.

Chi pensa che sia immutabile ha tendenza a

  • svalutare lo sforzo fatto (perché se ti devi impegnare molto per raggiungere un risultato, vuol dire che non sei intelligente)

  • preoccuparsi molto di quanto intelligenti siano considerati dagli altri

  • evitare nuove sfide di apprendimento

  • aver paura di fare errori

  • nascondere i propri errori anziché provare a correggerli

  • non reagire bene agli insuccessi

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Non sono bravo mamma. Fai tu per me?

Invece, chi considera l'intelligenza come acquisibile ha tendenza a

  • investirsi molto nel processo di apprendimento

  • riprovare nonostante i fallimenti

  • cercare nuovi metodi e strategie di apprendimento

  • considerare l'impegno come qualcosa di positivo, non come un segno di una loro mancanza

Il legame tra l'autostima dei bambini e i complimenti

La Dweck argomenta che il tipo di supporto verbale che diamo ai bambini è strettamente collegato a come loro vedano l'intelligenza: cioè, se la considerano come qualcosa di immutabile o di acquisibile.

5 motivi per cui lodi e complimenti che premiano l'intelligenza non aumentano l'autostima :

  1. i bambini sono portati ad associare l'approvazione altrui al successo delle sue azioni, quindi temono l'errore, e non hanno voglia di provare a sperimentare;

  2. non sono spinti a riprovare e a cercare nuove strategie;

  3. abbandonano facilmente in caso di insuccesso;

  4. hanno meno fiducia nelle loro possibilità di riuscire;

  5. in conclusione, questi bambini tendono ad avere minore autostima.

Invece, premiare l'impegno (e quindi sottolineare il processo e non il risultato) ha come effetto di

  • incoraggiare la motivazione intrinseca

  • spingere a cogliere nuove sfide

  • concentrarsi non tanto sulle loro abilità, ma sul come arrivare ad imparare.

Quali parole per incoraggiare l'autostima dei bambini?

Siamo talmente abituati alle lodi legate al risultato.. Trovo, personalmente, difficile a volte riformulare le mie frasi in modo più efficace.

Perché cambiare necessita di uno sforzo cosciente, spesso in momenti della giornata in cui non siamo completamente disponibili. Come sempre, stanchezza, stress e mancanza di tempo non aiutano!

Il primo esercizio che mi ha aiutato in questo senso è stato sforzarmi di descrivere le azioni dei miei figli, soprattutto mentre facciamo un'attività insieme. Là, mi cerco di intervenire il meno possibile, e di lasciar liberi i bambini di sperimentare.. Cosa non facile per chi, come me, tende a voler "controllare" tutto!

Ad esempio:

"Certo che ti sei concentrata molto a lungo su come imparare a scrivere questa frase!"

"Hai riprovato a fare il disegno tante volte, guarda quanto sei migliorata"

"Eri stanco, ma ti sei fermato e mi hai chiesto per favore senza urlare, grazie!"

Il secondo passo che ho introdotto è stato passare da un apprezzamento mio personale verso di loro a incoraggiare una loro valutazione su di sé.

Quindi anziché dire "Sono fiera di te", adesso mi sforzo di sostituirlo con:

"Non sei fiera di te?" o "Dovresti esser soddisfatta di te per come ti sei impegnata!"

Insomma, seguendo il principio di quanto sosteneva Dreikurs :

incoraggia l'azione o lo sforzo, non chi l'ha compiuta.

autostima-bambini-aiuta-a-crescereGli effetti dell'incoraggiamento sui visi dei bambini

La mattina dopo la scena col teatrino e i lavori scolastici, stavo salutando mio figlio alla porta della sua classe quando mia figlia mi ha tirato per la manica:

"Mamma, posso andare a portare il cappellino alla mia compagna? Lo ha perso e sono sicura che sarà felice!"

Lì per lì non ho capito cosa volesse dire. Mio figlio piagnucolava che non voleva andare a scuola, c'era rumore, eravamo in ritardo come al solito.

Le ho chiesto un po' bruscamente di aspettare. Una volta salutato il suo fratellino, sono finalmente riuscita a capire che aveva visto tra gli oggetti smarriti all'ingresso della scuola il cappellino di una sua compagna, e lei voleva prenderlo per portarglielo in classe.

È stato un attimo: mentre mettevamo via il suo zainetto mi ha assalito di nuovo la consapevolezza di un periodo importante della sua vita che sta per finire; ho rivisto il suo orgoglio nel mostrarci il suo quaderno..

Allora mi sono voltata verso di lei e le ho detto:

"Sai, sono rimasta proprio colpita dai lavori che hai fatto a scuola. Devi esserne proprio fiera! E guarda come hai osservato attentamente: hai trovato il cappello della tua compagna e hai voluto portarglielo!"

Il suo viso brillava di una soddisfazione così profonda, come di chi si rende conto di quanta strada ha compiuto.. sarebbe stato lo stesso se l'avessi liquidata con un "Brava!"? Forse. O forse no.

Fonti, riferimenti, approfondimenti

Se ti interessa usare il poster gratuito per la risoluzione dei conflitti, dai pure un'occhiata!

Più in basso, troverai invece un elenco di siti e articoli consigliati o da cui mi sono ispirata.

Tu quali frasi usi più spesso per complimentare o incoraggiare i tuoi bambini? Lascia un commento!

La biblioteca di riferimento

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La gelosia è un sentimento complesso da descrivere, ci hai mai pensato? Prova a pensare all'ultima volta che sei stato geloso. Sei riuscito a riconoscerne i sintomi e a razionalizzarli? A esprimerli in maniera equilibrata? Non è così evidente, vero? Ecco, ora puoi immaginarti cosa debba essere per un bimbo di 2-3 anni la gelosia del fratellino, e imparare a diventare fratello o sorella maggiore. Gelosia istruzioni per l'uso! (E mi raccomando : maneggiare con cautela!)Jealous toddler seeing baby brother

Premessa

Il sito della Treccani definisce la gelosia come un sentimento di "ansia, sospetto, possessività, umiliazione e incertezza, causata dal timore di perdere o non ottenere l'affetto della persona amata perché essa preferisca altri".

Mi sembra importante tenerlo a mente per immedesimarci meglio! (Ricorda, l'empatia è la chiave di tutto nelle relazioni 😉 )

Poiché il soggetto è vasto e complesso e può assumere molteplici forme (vedi i numerosi e terribili casi di femminicidio di questi ultimi anni, causati molto spesso da gelosia mal repressa)- mi sembra meglio, per oggi, delimitare il terreno :

parliamo di bambini piccoli, in particolare dove il primogenito diventa tale in un'età tra 1 e 5 anni. Alcune considerazioni valgono anche dopo, ma le dinamiche non sono esattamente le stesse.

Vediamole insieme!

...continua a leggere "Gelosia del fratellino. Come aiutare il primogenito ad accogliere il secondo?"

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Così come lo studio della grafia supporta una prima analisi psicologica della persona, ed è usato da molte aziende in fase di assunzione, anche i disegni e gli scarabocchi dei nostri bambini possono indicare molte cose su di loro.. Tu sai cosa guardare quando i tuoi figli ti mostrano le loro opere? Ecco alcune piste chiave su come interpretare i disegni dei bambini!

Perché interpretare i disegni

Quando abbiamo annunciato ai bimbi il nostro ritorno in Francia e le relative ripercussioni per loro, mia figlia ha iniziato, per un lungo periodo, a disegnare case.

Erano bei disegni, allegri; ma mi ha colpito come la scelta del soggetto fosse diventata improvvisamente "monotona e ripetitiva" - mentre prima disegnava persone, che fossimo noi o le principesse che le piacciono tanto.

Come interpretare i disegni dei bambini case
Case, case, case

Non ti è mai capitato di notare dei particolari nei disegni dei tuoi bambini, e chiederti cosa significassero?

Per esempio, prendi il disegno qua sotto di mia figlia: non ci sono alcuni elementi.. diciamo strani?

Come interpretare i disegni dei bambini corpo

Io ho voluto investigare.. e ho chiesto a un'insegnante di darmi qualche delucidazione.

...continua a leggere "Come interpretare i disegni dei bambini"

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Sai quando ogni richiesta banale e semplice si trasforma in una lotta? Quando si passa dalle risate alle urla in un battito di ciglia? È così che può essere la vita coi bambini dal temperamento forte. Non sapevo nemmeno che ci fosse una definizione per questo. "Strong-willed child" in inglese - bambini volitivi. C'è un rimedio? O è semplicemente normale che il mio bambino voglia imporre la sua volontà e non riesca ancora controllare le sue reazioni emotive? Sono le mie aspettative a non corrispondere? Dal pensiero strategico alla comprensione empatica, quello che oggi ti sembra un problema può diventare un dono che ti cambia la vita.

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i bambini volitivi e il loro futuro luminoso

Bambini volitivi: Temperamento forte o bisogno di accettazione?

Sono cresciuta credendo di avere molta forza di volontà. Così mi dicevano..  Per me, significava che se mi ponevo un obiettivo, qualcosa cui tenevo davvero, ero pronta a battermi, aspettare, e combattere di nuovo nonostante gli ostacoli.

Poi sono diventata mamma. Di una creatura che da subito ha mostrato di sapere cosa vuole. E non si lascia smuovere da niente e da nessuno.

Io sorrido, lei sorride. E poi una scemenza, come porgerle io il cucchiaio anziché lasciarla fare, o scegliere io quale vestito metterle, la infiammano.

Già a 14 mesi voleva decidere quali vestiti avrebbe dovuto indossare. Quali libri sfogliare insieme. Cosa e quanto mangiare.

Stupita da tanta veemenza, reagivo cercando di imporre la mia di volontà. E non per forza solo in caso di pericolo, ma perché sentivo il bisogno di imporre la mia autorità. "Ti faccio vedere io chi comanda!"

Forse il mio era più che altro bisogno di sentirmi apprezzata e amata da tutti?

Dove il cibo era la misura del mio amore per me stessa; gli sguardi altrui un indicatore di cui occuparmi al punto da tralasciare per anni quello che volevo e di cui avevo bisogno.

Come posso vincere con una bambina che invece già lo ha capito?! E soprattutto - ma sarebbe giusto provare a cambiarla?

...continua a leggere "Temperamento forte? 8 Chiavi di volta per capire meglio i tuoi bambini volitivi"

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