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“Mamma,io voglio stare con te!” Quando tuo figlio non vuole andare a scuola

Mio figlio non vuole andare scuola! Con ogni inizio di anno scolastico i genitori si trovano ad affrontare una nuova sfida lungo il loro percorso: accompagnare i figli durante la transizione a un nuovo mondo, quello dell’asilo o della scuola. In base all’età e al bambino, questa fase di passaggio può risultare un pochino difficile.. Pianti, ribellione, comportamenti aggressivi o un ritorno a una forma di attaccamento al genitore che sembrava essere superata.. Vediamo di capire perché succede e cosa possiamo fare per rendere questo periodo più sereno!

“Mamma, io voglio stare con te!!” Cosa fare quando la separazione, l’andare a scuola diventano momenti di transizione difficili

Siamo là sulla porta della scuola, con il nostro cucciolo aggrappato alle gambe, lacrimoni che gli colano lungo le guance. La maestra prova a rassicurarci: “Vedrà che non appena se ne va, entro pochi minuti smette di piangere e va a giocare con gli altri, sta bene poi a scuola non si preoccupi!”
Ma è dura. È dura voltarci e andarcene, è dura sentire addosso il peso di questo dolore. Ci diciamo, “Eppure è da quando era piccolo che lo lascio a qualcuno per andare a lavorare, come mai ora è così dura per lui? Cosa ho sbagliato?”
Per non parlare di quando le resistenze e le urla iniziano la sera prima. Quando mia figlia aveva cominciato la scuola materna, ogni domenica ci chiedeva puntuale: “ma domani si va a scuola mamma?” E là, crisi nera. Pianti inconsolabili. E la mattina seguente, bisognava praticamente vestirla di peso e trascinarla, con l’ansia di arrivare in ritardo al lavoro, e la sua domanda che mi risuonava nell’orecchio come una profonda vergogna: “ma perché non puoi stare con me mamma? Perché devi andare a lavorare?”
Mi dicevo le stesse cose che ti dici tu probabilmente. Ma quando era all’asilo nido era così contenta di andare! Cosa è successo? Cosa ho sbagliato? Sono una cattiva mamma?

Vi rassicuro: adesso che di anni ne ha 7, continua a chiedermi perché deve andare a scuola. Il concetto “perché è per il tuo bene, per la tua vita futura” resta troppo astratto per lei.. Con questo non voglio scoraggiare chi ha bimbi piccoli e si trova ad affrontare questo periodo di transizione per la prima volta! Ma vediamo di capire meglio il punto di vista dei bambini, cosa succede e cosa possiamo fare per affrontare questo momento con un po’ più di serenità.

Il punto di vista dei bambini: perché mio figlio non vuole andare a scuola?

Mi sono resa conto che molto spesso noi ragioniamo secondo una logica di adulti, che non sempre si addice al modo in cui funzionano i nostri bambini. Ecco perché è importante fare un passo indietro.
Iniziamo facendo un piccolo esercizio di trasposizione sul nostro mondo: facciamo finta che sia il nostro primo giorno in un nuovo lavoro. Nuovi colleghi, nuovi capi, nuove mansioni, nuovo tutto insomma. Nonostante l’entusiasmo da “nuovo capitolo della vita che si apre, nuove opportunità eccetera eccetera”, molto probabilmente almeno un leggero nodo allo stomaco ce lo avremo. Dobbiamo captare i segnali non detti, capire il clima aziendale, trovare il nostro posto, adattarci, dare il meglio, rispondere alle aspettative.
Come facciamo a tenere sotto controllo questa ondata di stimoli? Ci ricordiamo dei successi precedenti, di tutte le volte in cui abbiamo vissuto situazioni simili ed è andato tutto bene; facciamo leva sui nostri punti di forza, su quello che sappiamo già fare bene, respiriamo profondamente, prendiamo un momento alla volta, sappiamo che poi il momento difficile passerà.
A prescindere da quanto siamo a nostro agio con questo genere di situazioni, ci vorrà comunque un certo tempo per sentirci “parte” del nuovo ambiente a tutti gli effetti, per sentirci completamente a nostro agio.
I nostri bimbi non hanno tutto questo bagaglio di esperienze su cui capitalizzare; né hanno ancora la capacità di astrarre il concetto di tempo, di proiettarsi sul futuro, o di gestire l’ondata di emozioni che li travolge. Lo impareranno via via, anno nuovo dopo anno nuovo, un’esperienza nuova alla volta, ma nel frattempo.. Dipendono da noi per farlo e spesso questo implica pianti e transizioni difficili finché il nuovo non diventa abituale.

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Naturalmente, le cose cambiano un po’ secondo l’età, quindi vediamo un po’ più nel dettaglio!

Mio figlio non vuole andare scuola!La separazione e la fascia d’età 0-3

In questa fase della crescita il cervello dei nostri bimbi è incapace di sapere coscientemente che l’emozione passerà, che il momento difficile passerà, e che la mamma tornerà. Si dice che i bimbi piccoli vivono nel presente, ed è per questo: pensare futuro è un’operazione di astrazione complessa che ancora non è loro accessibile. Se non vedo la mamma, la mamma non esiste. Se sento una tensione o un dolore, non riesco a immaginare che questo dolore poi passerà, ne vengo travolto perché non ho gli strumenti per gestire queste emozioni, questi stimoli, questa tensione interna.

Proprio a causa di questa impossibilità ad astrarre i concetti, i bimbi di quest’età sono particolarmente attaccati alle routine, a una sequenza precisa di eventi, perché in questo modo costruiscono la loro rappresentazione del mondo, e questo dà loro sicurezza. Ogni volta che sopperiamo a questo ordine, il loro mondo interno viene capovolto ed è difficilissimo da gestire per loro! Fosse anche solo perché abbiamo messo prima il calzino destro anziché quello sinistro; figuriamoci se si tratta di un posto e persone completamente diverse.

E a quest’età, proprio perché ancora dipendono interamente da noi per evacuare le tensioni della giornata e regolare lo stress e le emozioni, il genitore, la figura di riferimento principale diventa il porto sicuro su cui scaricare tutte le difficoltà accumulate.
Si sono trattenuti tutto il giorno all’asilo, dalla tata, dai nonni, per stare con gli altri, rispettare le regole imposte, rispondere ai tanti stimoli nuovi, e finalmente quando arriva la mamma posso permettermi di scoppiare a piangere e confidarle le mie emozioni. Ho tenuto duro fino ad adesso mamma, adesso sto con te e lascio che sia tu ad accogliere le mie tensioni.

La separazione e la fascia d’età 4-6

I bambini iniziano a sembrarci grandi, fanno tanti progressi in tutto, nel parlare, nei movimenti. Così, a volte ci sorprendiamo quando fanno quelli che ai nostri occhi sembrano dei passi indietro, quando vogliono essere trattati da piccoli, o quando hanno esplosioni emotive quasi incontrollabili.
La scuola materna è un mondo nuovo da scoprire, e a volte è anche in questo periodo che capita di diventare fratelli o sorelle maggiori. Si impara a giocare insieme agli altri, a chiedere in prestito e a condividere i giochi, a rispettare delle regole sociali che possono sembrare ovvie e banali ai nostri occhi, ma che richiedono molto sforzo per un bimbo che ancora non riesce a controllare bene i suoi impulsi.
Gli stimoli sono tanti: rumori, colori, movimento dappertutto. Per alcuni bimbi ci vuole più tempo ad abituarsi ed è normale che a volte facciano fatica a staccarsi da noi, con cui si sentono al sicuro, con cui non devono trovare strategie per decidere i giochi o rispondere alle prese in giro.

L’inizio della scuola!

Ne parliamo da mesi. “Vai alla scuola dei grandi tra poco! Sei contento?” Finché non impara a conoscerla e a trovare il suo posto, anche il passaggio alla scuola elementare può inizialmente risultare faticoso. Le regole sono più rigide, c’è un tempo preciso per andare in bagno e per muoversi, e un altro per fare le attività e concentrarsi.
Per non parlare della ricreazione e della mensa, quando ci sono così tanti bambini tutti insieme, si formano i gruppetti, le preferenze…
Tanti cambiamenti da digerire tutti in un colpo, tante competenze nuove da acquisire. Queste tensioni accumulate a volte sfociano, indovinate un po’, proprio con noi quando li veniamo a prendere. E questo è un ritornello che non cambia!
Noi li andiamo a prendere con il sorriso, e loro diventano aggressivi, scontrosi, o si ribellano al primo piccolo no. Hanno bisogno di riempire di nuovo il loro serbatoio affettivo, di ricaricarsi con noi, che siamo la loro figura di riferimento. A volte, anche solo di correre e fare esercizio dopo tante ore seduti!

A un certo punto però a scuola bisogna andarci: come faccio a tenere un approccio fermo e empatico allo stesso tempo?

Adesso che abbiamo fatto un po’ di luce su quello che può passare per la testa dei nostri creaturi, veniamo a noi: perché noi vogliamo capirli i nostri figli, mostrarci comprensivi e tutto, ma a un certo punto, a scuola bisogna andarci. Come fare quando pestano i piedi, si rifiutano di vestirsi, piangono o sono poi scontrosi quando li andiamo a prendere?

Conoscere il nostro bisogno di genitori: cosa è importante per me? Cosa voglio insegnare?

Il primo step è quello di partire da noi. Se sappiamo fare chiarezza su ciò che è più importante per noi, su ciò che vogliamo trasmettere, e sulle competenze che vogliamo insegnare ai bambini, ci sarà più facile trovare il nostro equilibrio tra fermezza ed empatia. Per fare un esempio, mi ricordo che quando mia figlia si aggrappava piangendo chiedendomi perché non potessimo stare insieme, facevo fatica perché non avevo una risposta chiara dentro di me. “Per lo stipendio” non era una risposta sufficiente, perché non avevo chiarito a me stessa quali scelte, quali priorità mettere avanti e che senso darvi, in modo consapevole.
Allora se ci troviamo con un bimbo che si nasconde sotto le coperte urlando perché non vuole saperne di andare a scuola, prima di tutto facciamo un bel respiro e chiariamo a noi stessi cosa ci preme insegnargli in quel momento, o quali competenze potrà ricavarne sul lungo periodo.

Ascolto e rispecchio il bisogno emotivo

Solo quando siamo sicuri e forti del nostro “obiettivo educativo” potremo più serenamente ascoltare l’emozione e verbalizzarla.
“Vedo che è difficile per te in questo momento. È tutto nuovo. Vedi il tuo fratellino che è ancora a casa con me/ Ci sono tanti bimbi, ci sono tante cose, tante regole, non è facile/ So che stiamo lontani tutto il giorno e non è facile…”
A voi trovare la frase più appropriata per verbalizzare quello che il bambino sente o mostra. Poi possiamo anche raccontare un episodio di quando eravamo bambini noi, o raccontare il nostro punto di vista.
“Anche tu mi manchi durante il giorno e vorrei stringerti forte!”
Vogliamo insomma riconoscere il suo punto di vista, connetterci a lui prima di poterlo portare dalla nostra parte.

Anche se mio figlio non vuole andare scuola, agisco per far rispettare le esigenze del momento

Ed ecco la parte critica. Combinare l’empatia con la fermezza. Per questo trovo che sia fondamentale partire dal nostro bisogno iniziale: quando manca, trovo sia più facile cadere nella trappola del “ascolto il tuo bisogno fino al punto in cui ignoro completamente il mio, per cui poi a un certo punto la goccia fa traboccare il vaso ed esplodo io, perdendo la pazienza”.
Invece ecco, quando abbiamo chiaro in mente perché è importante che il bambino faccia quello che gli chiediamo, che si vesta per andare a scuola ad esempio, o che la smetta di tirare calci di rabbia all’uscita; e quando gli abbiamo espresso il nostro ascolto, allora possiamo accompagnare il bambino all’azione. E a questo punto non serve che alziamo la voce, che facciamo le ramanzine, che diamo mille ragioni. Ci vestiamo. Usciamo. Camminiamo per strada senza fare arrecare danno a niente e nessuno. Facciamo senza bisogno di parlare. Faccio però una premessa: credo sia importante anticipare un minimo. Parlare al bambino prima, se possibile; dirgli cosa succederà.
Domani andiamo a scuola. È importante. Quando suona la sveglia, ti accompagno a far colazione e poi ti vesto. Quando la lancetta è sull’8, usciamo di casa.
E se ci troviamo in mezzo alla crisi, possiamo dire:
“Vedo che è difficile per te in questo momento, e mi dispiace molto. Adesso però devo accompagnarti a scuola/ aiutarti a vestirti/ impedirti di far male. E punto; allora possiamo passare all’azione.”
Certo, detto così sembra facile, poi quando siamo in ritardo e travolti da pianti e urla non è così immediato, ma è un allenamento sia per i bambini che per noi, piano piano le nuove abitudini diventano routine. Faccio allora un salto per mettere in evidenza alcuni strumenti che possono servire per anticipare e prevenire questi momenti.

Gli strumenti che possono aiutarmi a giocare d’anticipo

La primissima cosa: prevedete che ci vorrà tempo. È un cambiamento, e necessita come tale di un periodo di aggiustamenti e adattamenti. Saperlo evita già parte della frustrazione che nasce quando ci si aspetta che qualcosa sarà facile e immediato e che invece risulta più lento a sistemarsi del previsto.
Lo so, sembra una banalità, ma fa già una buona parte della partita.
Allo stesso modo, e in base alle possibilità naturalmente, ma se riusciamo a “stare larghi” e a prevedere più tempo tra un’attività e l’altra, questo ci eviterà di correre e quindi di mettere su il disco del “dai sbrigati”. Lo so, richiede svegliarsi prima la mattina o arrivare a casa un filo più tardi la sera, ma ci risparmierà anche molte discussioni. Anche solo dieci minuti di tempo calmo insieme, per fare colazione o giocare al parco dopo la scuola possono fare miracoli per “ricaricare il serbatoio affettivo” dei nostri bimbi, un concetto preso dal percorso di TEMPO per CRESCERE.
Vediamo insieme ai bambini gli step necessari per prepararci, facciamo insieme la nuova routine, magari con un poster come suggerito nella miniserie all’educazione positiva. Sono tutti elementi visivi che aiutano i bambini a ritrovarsi nel tempo, a sentirsi più sicuri e in controllo di quello che succede loro, e anche a lasciar loro un margine di autonomia che evita il conflitto col genitore (fai questo, fai quello, hai lavato i denti, eccetera)
E per i più piccoli, o per quelli per cui la separazione è più difficile, a qualsiasi età, lasciamo qualcosa di nostro: una foto, un fazzoletto, un bigliettino nella scatola della merenda.. Li accompagnerà più facilmente nel corso della giornata.

Fonti, riferimenti, approfondimenti

Ecco un elenco di siti, libri e articoli consigliati o da cui mi sono ispirata!

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